Storie mondiali: Brasile 1950

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Siamo nel 1950 e il mondo si sta riprendendo da una lunga e sanguinaria guerra che ha scosso tutti. Sono passati ben dodici anni dal mondiale francese che aveva visto l’Italia confermarsi campione e la FIFA decise di realizzare il quarto campionato del mondo.

Il paese organizzatore

Per la paura che il proprio torneo cadesse nel dimenticatoio, la FIFA decise nel luglio del 1946 in Lussemburgo di approvare la candidatura del Brasile come paese organizzatore del prossimo mondiale nel 1950. Quella del paese carioca fu l’unica candidatura visto che le nazioni europee preferirono non proporsi per gli enormi danni ricevuti durante la guerra.

Le squadre partecipanti

I meccanismi di qualificazione al mondiale del 1950 furono molto confusionari con tante esclusioni sia prima che dopo le qualificazioni. La Germania Ovest ed il Giappone furono escluse in partenza perché ritenute responsabili della seconda guerra mondiale.

La federazione italiana fu invitata ma tentennò non poco alla richiesta di partecipazione per due motivi. Il primo relativo al post guerra con il paese ancora in fase di ricostruzione mentre il secondo fu la paura di effettuare il viaggio in Brasile via aereo dopo i fatti del 1949 con la Tragedia di Superga che vide l’intera squadra del Grande Torino morire nell’incidente. Decisiva fu l’offerta della FIFA che pagò tutte le spese di viaggio tramite nave all’Italia che accettò.

Inoltre, le quattro nazioni anglo-sassoni (Inghilterra, Scozia, Galles ed Irlanda del Nord) si iscrissero per la prima volta alla competizione ed utilizzarono il "British Home Championship" come girone di qualificazione. Il torneo Interbritannico (di cui la prima edizione fu addirittura nel 1884) vedeva le nazionali del Regno Unito battersi per la vittoria finale e nell’edizione 1949-50 dava alle prime due classificate i biglietti per Rio de Janeiro. Fu l’Inghilterra a vincere questo torneo davanti alla Scozia che fece fede alla propria promessa di ritirarsi in caso di seconda posizione nella competizione interbrittanica.

Altra esclusione fu quella dell’India la quale si ritirò visto il divieto di giocare a piedi nudi come erano soliti fare i calciatori indiani. Ultima nazionale che venne “eliminata” prima ancora di giocare la prima partita fu la Turchia per grossi ed importanti problemi finanziari.

Il mondiale del 1950 fu quindi composto da sole tredici nazionali al pari del primo storico mondiale con: Brasile (che divenne l’unica nazionale ad aver partecipato ad ogni edizione del torneo, record tutt’oggi intatto), Italia, Svizzera, Stati Uniti, Messico, Svezia, Jugoslavia, Spagna, Inghilterra, Bolivia, Cile, Uruguay e Paraguay.

Un torneo “sorprendente”

Lo scarso numero di nazionali arrivate nel paese carioca portò gli organizzatori a rimodellare la formula del torneo. Si partì con quattro gironi (due con quattro, uno con tre e l’ultimo con solamente due squadre) che videro Brasile, Svezia, Uruguay e Spagna qualificarsi in un ultimo e decisivo girone all’italiana che avrebbe consegnato alla prima classificata il titolo di campione del mondo. Nonostante ciò fu comunque la gara finale tra Brasile e Uruguay a decidere l’esito del torneo mondiale.

Grande sorpresa fu l’eliminazione dei campioni del mondo in carica. L’Italia, dopo la sconfitta per 3 a 2 contro gli svedesi, videro il loro torneo già compromesso e la vittoria contro i paraguaiani fu completamente inutile. Le motivazioni di questa debacle furono essenzialmente tre: la lunga pausa dovuta alla guerra, il lungo viaggio di tre settimane per arrivare in Brasile tramite nave e la morte di nove degli undici titolari della nazionale dell’epoca a causa dalla Tragedia di Superga.

Non meno importante fu l’uscita dalla competizione dei maestri dell’Inghilterra che furono, loro malgrado, protagonisti del “Miracolo di Belo Horizonte”. Dopo la vittoria contro il Cile, gli inglesi disputarono il secondo match contro gli Stati Uniti. La gara fu sorprendentemente vinta dagli americani grazie alle rete di Gaetjens. Al fischio finale il pubblico di casa invase il campo portando in trionfo l’attaccante statunitense. Fu una dura sconfitta per gli inglesi che compromise il cammino per la vittoria che si interruppe definitivamente pochi giorni dopo a causa della sconfitta contro la Spagna. 

Maracanazo                        

Come abbiamo detto prima, l’edizione del 1950 non doveva avere una vera e propria finale visto la formula del “girone finale” che non prevedeva gare ad eliminazione diretta. Nonostante ciò, la partita tra Brasile e Uruguay fu considerata un vero e proprio ultimo atto.

I brasiliani erano praticamente i favoriti numeri uno per la vittoria. Una squadra considerata imbattibile ed invincibile che arrivò a quest’ultima partita senza sconfitte e nel girone finale aveva facilmente battuto Svezia e Spagna con i rispettivi punteggi di 7 a 1 e 6 a 1.

Dall’altra parte avevamo l’Uruguay, i primi storici campioni del mondo che erano (ovviamente) cambiati dal successo del 1930. Gli uruguagi non avevano partecipato ai mondiali del '34 3 del '38 quindi erano considerati una sorta d’incognita all’inizio del torneo. Ogni dubbio fu presto risolto grazie all’otto a zero di debutto contro la Bolivia nel girone con solo due squadre. Arrivati al “girone finale”, gli uruguagi faticarono e non poco pareggiando in rimonta contro la Spagna e battendo la Svezia nuovamente dopo una situazione di svantaggio. Verrà considerata come “la Celeste” più forte della propria storia.

L’ultima giornata di partite, quindi, vedeva brasiliani e uruguagi contendersi il titolo anche se i padroni di casa avevano il vantaggio di poter pareggiare la partita senza il rischio di perdere il trofeo.

Insomma, il paese carioca era sicuro e pronto a festeggiare il suo primo successo mondiale. Tutti erano convinti che una nazionale con un trio di giocatori come Zizinho, Jair (che, tanto per dire, insegnò il tiro a giro ad un giovanissimo Pelé) ed Ademir (capocannoniere del torneo con ben otto reti, quattro delle quali realizzate contro la Svezia) non poteva esserci nessuno in grado di rovinare la festa.

Il 16 luglio del 1950, lo stadio Maracanã registrò ben 200mila tifosi. I giornali brasiliani avevano già proclamato la propria nazionale come vincitrice. Le speranze si erano già trasformate in certezze anche ai vertici del governo locale che avevano già fatto coniare le medaglie celebrative e si rivolgevano ai propri calciatori come “Campioni del mondo” senza dimenticare l’oltre mezzo milione di magliette con la scritta “Brasil campeao 1950”.

Lo stesso presidente della FIFA, Rimet, aveva preparato un discorso in portoghese dopo la consegna a mano del trofeo con in sottofondo l’inno brasiliano riprodotto da una banda alla quale non fu fornita la partitura dell’inno uruguagio visto che sarebbe stata considerata inutile eseguirla.

L’unico problema era però l’altra squadra, l’Uruguay che non ci teneva certo ad essere la vittima sacrificale della festa nazionale brasiliana. Gli uruguagi contavano su calciatori del calibro di Maspoli, Varela (capitano), Schiaffino e Ghiggia. I calciatori sudamericani erano comunque consapevoli dell’enorme impresa alla quale erano chiamati a rispondere in uno stadio creato appositamente per questo grandioso evento.

La partita fu molto dura, l’Uruguay che scendeva in campo con un 4-3-3 chiuse i padroni di casa (col modulo 3-4-3) in un catenaccio che venne spezzato solo nel secondo tempo con il gol di Friaça. Tutto nella norma, sugli spalti i tifosi erano in festa e neanche il pareggio Schiaffino li preoccupava visto che un pari dava comunque il trofeo ai propri beniamini.

Il presidente Rimet, ormai certo del risultato, tornò negli spogliatoi per prendere il trofeo e il proprio discorso. Nel tragitto per entrare in campo però, l’enorme tifo dei brasiliani si era fermato in modo brusco. L’Uruguay era passata in vantaggio con Ghiggia a dieci minuti dalla fine e il Maracanã cadde nel silenzio. I padroni di casa tentarono un disperato attacco alla ricerca del pareggio ma niente da fare, l’Uruguay era campione del mondo per la seconda volta.

Il Brasile inteso come nazione si fermò. Un silenzio surreale fu seguito dalle lacrime dei presenti e dalle sirene delle ambulanze che diedero soccorso ai tifosi sugli spalti. Alcuni di loro erano stati colpiti da infarto, altri invece (consci del fatto di aver perso ogni avere scommesso) si gettarono dagli spalti. Fuori dallo stadio la situazione non fu migliore con decine di cittadini che tentarono di togliersi la vita. Si registrarono in tutto il paese 34 morti per suicidio e 56 per arresto cardiaco.

Gli stessi uruguagi rimasero sorpresi della vittoria che passò completamente in secondo piano con il capitano Varela che ricevette la coppa da Rimet con solo una stretta di mano e senza una parola di congratulazione. Schiaffino ricordò che dopo le lacrime e la gioia dei suoi compagni, essi furono presi da un senso di pena verso i brasiliani per quello che stava accadendo. Mentre Ghiggia dichiarò che solo tre persone erano riuscite a zittire il Maracana con un solo gesto: Frank Sinatra, Giovanni Paolo II e lui.

I padroni di casa, quindi, ne uscirono sconfitti e tutti furono messi sott’accusa ma chi pagò di più le conseguenze di questa debacle fu il portiere, Barbosa. Per l’estremo difensore brasiliano iniziò una vera e propria maledizione che non ebbe mai fine. Addirittura mentre era in un supermercato fu riconosciuto da una signora che chiamò a sé il proprio nipote e disse “Lui è Barbosa, quello che ci ha fatto perdere il mondiale!”. Nel ’93 volle portare i propri saluti alla nazionale in partenza per il mondiale americano ma ai cancelli fu fermato e alle guardie fu ordinato di non farlo più avvicinare. Morì nell’aprile del 2000.

Infine, in Brasile furono proclamati tre giorni di lutto nazionale e la nazionale carioca si fermò per ben due anni cambiando la propria divisa bianca con quella verdeoro che tutti quanti noi oggi conosciamo.

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