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TFR IN BUSTA PAGA?

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Il premier Renzi accarezza l’ipotesi di mettere a disposizione dei dipendenti delle aziende con meno di 50 dipendenti, la possibilità di monetizzare il Tfr mensilmente tramite la busta paga. Di certo, come ha sostenuto la presidente dei consulenti del lavoro Marina Calderone “con questa misura il governo non regala nulla ai lavoratori che fanno un prestito a se stessi“.
Corsi e ricorsi storici. La vichiana filosofia non c’entra nulla solo apparentemente con quanto si sente in questi giorni a proposito di Tfr. Infatti la proposta di Renzi non è una novità e l’aveva fatta già illo tempore e precisamente nel 2011 l’economista Stefano Patriarca quando era alla Cgil insieme a Sergio Cofferati. Non ci crederete ma il suo nome spunta di nuovo nel team dei tecnici ed economisti della squadra di Renzi un po’ come i programmi trasmessi dalla Rai in prima serata.

L’ennesima manovra populista di Renzi non inganna gli addetti ai lavori nè tantomeno le imprese che vedono più utile rilanciare gli investimenti ad esempio. Per il presidente di Assofondi Michele Tronconi “la manovra sul tfr va in senso opposto e allora diventa tutto più complicato”.
Vediamola da vicino la proposta del Governo di anticipare il Tfr in busta paga. In primis il piano dovrebbe riguardare esclusivamente i dipendenti del settore privato, ovvero circa 12 milioni di lavoratori rispetto agli oltre 3 milioni del settore pubblico. Poiché sappiamo che per le imprese che superano i 49 dipendenti il Tfr rimasto in azienda viene destinato al Fondo di Tesoreria Inps, dal quale non è possibile sottrarlo per evitare logici problemi di gettito, questa proposta riguarderebbe solo la metà dei lavoratori privati, ovvero i 6 milioni e 500 mila dipendenti delle aziende private con meno di 50 dipendenti.

Altro fattore importante da prendere in considerazione è la riforma delle previdenza complementare, entrata in vigore dal 1° gennaio 2007, a cui ogni anno vengono destinati circa 6 miliardi del Tfr. E poi, dulcis in fundo, ci sono i 6 miliardi elargiti annualmente al Fondo Tesoreria Inps e i restanti 10 miliardi che restano invece in azienda. Ne consegue che, se la proposta normativa riguarderà solo le aziende fino a 49 dipendenti, il Tfr sarebbe circa la metà di quello maturato complessivamente. Sia che venga corrisposto al termine del rapporto sia che venga in parte anticipato durante il rapporto, il Trattamento di Fine Rapporto gode di un'agevolazione fiscale e previdenziale: tassazione agevolata che va dal 23 al 25% della somma percepita e totale esenzione rispettivamente (la somma del Tfr non alimenta il trattamento pensionistico dei lavoratori). I giudici del lavoro giudicarono un Tfr anticipato mensilmente in busta paga dai datori di lavoro come retribuzione ordinaria e non più speciale. Ciò significa che le imprese saranno tenute a pagare i contributi su quelle somme ed i lavoratori le imposte con un tasso ordinario e non più agevolato. L’alternativa, onde preservare l'agevolazione fiscale e contributiva sarebbe quella perciò di prevedere un'adeguata copertura finanziaria.
Stime della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro calcolano circa 40 euro al mese in più in caso di Tfr erogato al 50% , circa 62 euro al mese se erogato al 75% e circa 82 euro al mese in caso di Tfr erogato al 100%.

Con la riforma della previdenza complementare del 2006 si è dato la possibilità di integrare il metodo contributivo. Anticipare la somma o una parte del Tfr in busta paga creerebbe un danno al sistema pensionistico direttamente proporzionale al numero degli anni per cui viene percepito l'anticipo. Perciò meglio formiche che cicale, anche perché è vero che i consumi potrebbero aumentare e con essi anche il Pil ma resterebbe anche il problema di come garantire i soldi. L’ipotesi più attendibile è quella di un prestito delle banche alle imprese, remunerato a un tasso identico del tfr (oggi un 2% circa) che le aziende renderebbero con i tfr accumulati al momento della fine del rapporto di lavoro. Tuttavia siamo sicuri che gli istituti di credito prestino denaro alle tante aziende in crisi?
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