Tra gusto e ricordi: intervista all'artista Maria Gagliardi

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Del gusto, della memoria e di delizie culinarie si compongono gli ultimi lavori di Maria Gagliardi, artista di Capua (CE), recuperando le proprie radici, il passato, mostrandoci foto in bianco e nero commiste ad ortaggi e alimenti. Una mostra che ribalta il concetto di natura, da quella morta si passa a quella viva, reale, un’arte da vedere e da odorare, tranne per chi soffre di anosmia. Quella di Gagliardi, che nutre anche la passione per la scrittura, soprattutto per il racconto, si può definire attraverso una triade di elementi, terra, colore, anima, che hanno dato anche il titolo ad una sua precedente personale del 2009, presso la Sala dell’Associazione Pro Loco di Capua, nell’ambito della manifestazione “1° Festa di Benvenuto alle famiglie dei giurandi della caserma Oreste Salomone”, che precedeva la partecipazione alla mostra collettiva La leggerezza del pensiero femminile nell’arte, organizzata dall’associazione “Spazio Donna” (Sala Consiliare del Comune di Casagiove,  2008) e alla Biennale delle Arti dell’Unità d’Italia (Complesso Monumentale Belvedere di San Leucio, 2008).

Dalla scrittura di Franco Falco, veniamo a sapere che dipinge «per impeto e passione, per coltivare la sua parte creativa, per incontrare se stessa. Il suo rapporto con i colori e la tela è di tipo fisico ed immediato, non ragionato. La sua pittura è tutta nel gesto espressivo, nel momento stesso in cui si esprime. Non esiste un momento o un concetto, un’idea che preceda l’azione. Per lei dipingere rappresenta un ritorno a casa, un incontro col profondo che la abita» (F. Franco, Capua. Personale di pittura di Maria Gagliardi, in «Cultura e Cronaca dell’AgroCaleno», 22 giugno 2009).


Come si è avvicinata all’arte?

Ho sempre amato l’arte. L’espressione artistica, per me, è sempre stata una necessità, un’impellenza.

Perché il ricorso al cibo “vero” in un’opera d’arte?

Amo indagare, attraverso la mia arte, l’animo umano e mi piace lavorare sul concetto di identità, sia sul piano sociale, che su quello personale, soggettivo, intimo. La mia ricerca mi ha, dunque, condotto, ad esplorare i meccanismi intimi del ricordo, come luogo della memoria e, quindi, dell’identità. Per questa via, il senso del gusto si è immediatamente delineato come supremo custode dei ricordi e come scintilla evocativa degli stessi.Il cibo è strettamente connesso al concetto di identità, intesa sia sul piano culturale, sociale ed etnico, sia, anche, come identità soggettiva e peculiare.

Cosa esprimono i suoi lavori artistico-culinari?

In questa duplice accezione, questi lavori esprimono il concetto di identità e memoria.

Il cibo ci lega alla terra, al gusto del piacere e del sostentamento per scelta. Ma in un mondo globalizzato come questo odierno?

In un mondo così fortemente globalizzato e tendente all’uniformità, l’espressione più intima del sé avviene attraverso il ricordo, la memoria.

Cosa rappresenta per lei il cibo?

È il collegamento verso la propria terra, i propri affetti, la propria storia, i propri gusti personali e condivisi, diventa, cosi, collegamento con se stessi. Il cibo e il senso del gusto custodiscono questa memoria e, in questo scrigno riposto, è serbato il ponte verso se stessi e il proprio particolare, unico e, allo stesso tempo, condiviso essere e sentire.

È sbagliato definire il cibo nell’arte come nutrimento della mente, dello spirito?

Direi di no. Il concetto di nutrimento riporta immediatamente anche alla sua accezione metaforica e, in questa ottica, il cibo può essere inteso anche come nutrimento animico. E, per questa via, l’estetica del cibo assurge ad estetica dello spirito.

Ha un rapporto particolare col cibo?

Ognuno ha il proprio personale rapporto col cibo, attraverso esso, esprime molto di sé; assaporare, divorare, assaggiare, degustare, fagocitare, come tutti d’altronde. Io non faccio eccezione. Attraverso il rapporto col cibo, l’anima sublima il proprio rapporto col materiale.

Il ricorso al cibo nell’arte ci riconduce agli esperimenti dei futuristi, ma anche all’arte sinestetica dei sensi. Quale dei sensi è più rappresentato nelle sue opere artistiche?

Direi quello del gusto. Non a caso il senso del gusto è quello che più di ogni altro evoca i ricordi del passato, dell’infanzia, quando ancora l’anima non aveva tagliato del tutto il filo che la legava ai mondi superiori, quando il suo allenamento alla novella dimensione terrena e all’utilizzo dei sensi era ancora esordiente.

Un’arte metafisica, insomma, che attinge dai ricordi, dal passato…

Ma non unicamente come ricordo. Il passato e la sua magia tornano, inattesi e sorprendenti, all’improvviso, sotto lo scroccare di un biscotto, attraverso un lento sciogliersi di crema, nel calore di un aroma, nel lievito brivido di un agrume, aprendo scenari di ricordi e sensazioni.

Possiamo parlare di un’arte che costruisce un ponte tra passato e realtà?

Certamente si. Con il ciclo Del gusto, della memoria e di altre delizie mi propongo di gettare un metaforico ponte tra il passato e la realtà presente. Vedo il passato come l’impalcatura del presente, ciò di cui esso inevitabilmente si sostanzia. L’argomento è molto attuale. Il passato è il futuro. Senza di esso vi è solo un vuoto e vorticoso correre, un andare avanti verso un andare avanti che, talvolta, dimentica il perché del proprio frenetico incedere. In quest’epoca globalizzata, tendente all’uniformità e alla vorace e turbinosa consumazione di oggetti, sentimenti, rapporti, il passato si pone come sostanza, come essenza che giustifica ciò che è, che, diversamente, rischierebbe di restare privo di contenuto.

Un’arte che costruisce un ponte tra passato e realtà. Le soddisfazioni più rappresentative che ha raccolto con la sua arte?

Le principali soddisfazioni attengono alla sfera emotiva. Nulla mi nutre più della mia arte. Tra i riconoscimenti esterni posso annoverare la partecipazione a numerose mostre personali e collettive presso gallerie d’arte e luoghi istituzionali.

Qualche anno fa, mi pare nel 2012, ha esposto, presso la galleria d’arte “Salvatore Serio” nei pressi di piazza Carità a Napoli, dei lavori dove adoperava il collage, tecnica che richiama la poesia visiva. Quanto le piace questa tecnica?

Adoro questa tecnica e la pratico con vivo entusiasmo da oramai molti anni. La mia ricerca mi spinge a rapportarmi sempre diversamente con la tecnica del collage, elaborando e sperimentando  nuove soluzioni.

Quali sono i materiali che utilizza?

Utilizzo riviste antiche, vecchie fotografie e altri materiali (che ricerco in mercatini di ogni genere).

Con il suo ciclo di lavori  Tra realtà e… presentato presso la Galleria Serio, cosa intende comunicare?

Attraverso questi lavori intendo comunicare una realtà che in qualche modo va oltre se stessa. La realtà moderna, che con il suo incessante turbinio, ci travolge quotidianamente, in qualche modo è superficiale e limitata… illusoria. Al di là di ciò che è immediatamente percepibile si può scorgere il reale significato.

E qual è il significato dei lavori inerenti questo ciclo?

La sostanza delle cose, del mondo, delle emozioni. Vi è in qualche modo anche una ricerca di ciò che sta andando perduto, un tentativo di recupero. E da qui nasce la scelta di utilizzare riviste antiche e di creare in esse innesti colorati e moderni. Anche perché creare lo stupore attraverso immagini insolite, che non rispondono agli ordinari canoni percettivi è, per certi versi, un pungolare, un dare un input ad un pensiero diverso. L’elemento che produce lo stupore attrae, cattura e stimola l’attenzione e consente di sviluppare l’occhio arguto che ha la capacità di andare oltre l’illusorietà della realtà. Ciò ci consente di ritrovare finalmente l’emozione.

E già. L’arte, come giustamente dice la Gagliardi, è recupero della memoria, nulla crea ma tutto trasforma per creare lo stupore, la bellezza, l’emozione in una realtà che spesso è sorda ai suoi messaggi.

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