Un campione anche fuori dal ring

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La storia di Cassius Clay (nome di nascita convertito in Muhammad Ali, dopo aver abbracciato la religione musulmana, in quanto “Cassius Clay”, diceva, era un nome da schiavo), uno dei più grandi pugile di tutti i tempi (forse il più grande) è storia di cui si è detto quasi tutto.



Una storia che inizia il 25 febbraio 1964, quando a soli 22 anni diventa campione del mondo dei pesi massimi battendo il detentore Sonny Liston, e termina il 3 giugno 2016, quando la morte se l’è portato via chissà dove, a seguito di una lunga malattia (il morbo di Parkinson) che neanche un pluricampione come lui ha saputo sconfiggere. Ovunque sia andato, ora starà su un ring a saltellare, a volare come una farfalla, a pungere come un’ape (il suo motto), con un gioco di gambe atto ad aggirare l’avversario di turno, irridendolo col suo jab sinistro per far strada al micidiale diretto destro.

Non vogliamo presentarvi una commemorazione (ne sono state scritte tante e con firme più prestigiose), vogliamo tentare di presentare l’uomo e il campione. Nato a Louisville (Stati Uniti) il 17 gennaio da padre di origini africane (i suoi parenti provengono dal Madagascar) e da madre afro-americana (Odessa Lee Grady Clay), a 12 anni Cassius Marcellus Clay jr. (nome di suo padre) si avvicina al pugilato (la noble art) grazie ad un poliziotto di Louisville, Joe E. Martin, che lo porta alla palestra “Columbia” dove mostra tutto il suo talento. Ma l’epopea di Muhammad Ali inizia alle Olimpiadi di Roma del 1960 dove conquista l’oro nella categoria dei mediomassimi, battendo in finale il polacco Zbigniew Pietrzykowsk. Nello stesso anno diventa professionista: una carriera strepitosa fino al 1981 quando decide di appendere i guantoni al chiodo. Sotto i suoi micidiali colpi cadono pugili del calibro di Foreman, Norton, Frazier (tre incontri memorabili), Spinks. I suoi avversari vengono demoliti due volte: prima con parole arroganti e burlesche nel pre-match, poi con diretti precisi sul ring. Ma questa è storia nota, come pure l’entrata nella “Hall of Fame di Pugilato” e la “Medaglia Presidenziale di Libertà” ricevuta da George W. Bush.

Fin qui il campione di una boxe non-violenta. Ma la storia dell’uomo non è da meno, carattere arrogante e sopra le righe, ma sempre al fianco dei più deboli, in nome della libertà. È un sognatore e un ribelle, Ali, una leggenda del pugilato e uomo carismatico di grande sensibilità. Si converte all’islam e aderisce al movimento del suo amico Malcom X, la “Nazione dell’Islam”, predicando l’emancipazione degli afro-americani che gli provoca inimicizie e intolleranze da parte dei bianchi. Nel 1967 viene condannato a 5 anni di carcere per renitenza alla leva e per essersi rifiutato di combattere in Vietnam, che gli costa il titolo di campione mondiale, il ritiro della licenza e la prigione. Si giustifica dicendo: «Non ho nulla contro i vietcong».

Non è solo un campione di boxe, Ali, ma un uomo che crede nella riscossa degli ultimi, degli umili, che si batte per la difesa dei diritti civili, come un Luther King, un Ghandi o addirittura un Che Guevara, però con una metodologia tutta sua che contemplava la conquista di un posto di rilievo nella scala sociale, quindi senza rinunciare alla bella vita, ai soldi, alle belle donne, al successo, all’appariscenza, al lusso insomma, tutti sentimenti e agi contrari all’islamismo, che gli procurano l’espulsione dalla “Nazione Islam”. Dirà al capo spirituale del movimento che vorrebbe reintegrarlo, una frase emblematica che racchiude il suo forte senso di libertà: «Io amo la Nazione, ma non è la mia padrona».

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Un campione anche fuori dal ring