Un giovane scrittore napoletano tra i finalisti del Premio Carver

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Il prestigioso Premio Carver, detto il Contropremio per la dichiarata disponibilità a prendere in considerazione tutti i libri, di scrittori e case editrici note e poco note, ha incluso nella sestina dei finalisti per l’anno 2017 la singolare raccolta di racconti “E pensare che c’entravamo tutti” (Homo scrivens editore, p. 258, € 16,00) di Giancarlo Marino.

Giancarlo Marino, classe 1984, napoletano, ha al suo attivo vari testi di narrativa, spesso connotati da un interessante sperimentalismo, oltre a testi per fumetti. I suoi scritti sono tutti pubblicati con Homo scrivens, la casa editrice fondata e diretta con passione e dedizione da Aldo Putignano (che è stato insignito quest’anno del premio “Amato Lamberti” per la cultura), con cui Giancarlo Marino da anni collabora animando anche un corso di scrittura creativa.


Spicca fra le opere di Giancarlo Marino un romanzo, già attenzionato dalla critica, “Ragazzi straordinari” (Homo scrivens, 2013, p. 567), ambientato in un tempo imprecisato e in un’immaginaria città costruita sul modello della Berlino est prima della caduta del muro.

“E pensare che c’entravamo tutti” è una raccolta di racconti che possiamo definire di dotta fantasia, in cui anche il lettore meno scaltrito potrà trovare almeno alcuni dei numerosi riferimenti letterari ai quali si ispira una scrittura visionaria che non lascia spazio all’improvvisato.

Con questa scrittura raffinata e avvolgente, dai caratteri a volte riconoscibili nelle fonti letterarie palesemente predilette dall’autore, il libro ci trasporta in una dimensione altra, popolata di animali, mostri, fantasmi che hanno sempre qualcosa di inquietantemente simile agli uomini reali, forse anche a noi stessi che leggiamo, e di uomini e donne che hanno caratteri simili a quelli di mostri e fantasmi. Di questa dimensione altra siamo partecipi fin dal primo racconto (“Lanterne”), il cui incipit ci immette, consenzienti, nel punto di vista di un pipistrello: “La notte era nera e l’aria opprimente. Per Ute di certo non faceva molta differenza, planava sicura zigzagando fra le stalattiti che pendevano gocciolanti dalle pareti della grotta”. Il che ci fornisce subito la chiave per leggere il tutto, chiave che non può consistere se non nell’abbandonarci a qualsiasi tipo di realtà, proiettandoci in mondi metastorici e fantastici, mai del tutto rassicuranti, anche quando corrispondono ad una geografia a noi nota o almeno plausibile, quali un paese latinoamericano dai contorni politicamente aderenti alla storia di quei paesi (“Sollevare e riporre”), o certe strade e luoghi di Napoli come il corso Vittorio Emanuele e il teatro San Carlo (“Delitto in platea”), o una Lisbona volutamente tinta di Pessoa e Tabucchi (“Sostiene Giancarlo”).

Il titolo è quello di uno dei racconti, in cui una scatoletta di cibo a base di occhiata (un pesce peraltro che nella nostra realtà culinaria viene consumato solo fresco: ma Marino non fa nulla per caso e anche di questo bisognerà chiedersi la ragione) si rivela un contenitore di numerosi ingredienti il cui elenco potrebbe competere con quello degli oggetti depositati sulla luna visitata da Astolfo nell’Orlando Furioso: “centinaia di paia di occhiali, una miriade di occhielli senza né giacca né fiore, pile di unguenti ricavati dall’occhio di tigre, tre o quattro occhi di ciclone dalla calma inamovibile, uno scaffale di teleobiettivi, centinaia di tegami stracolmi di occhi di bue, una decina di felini di varie specie tra cui si distingueva una famigliola di gatti baudeleriani e una lince paffuta, un vecchio cieco che invocava con la sua voce roca l’ira di un tale di nome Achille, ammiccando con il suo terzo occhio, un’affascinante gorgone dallo sguardo capace di pietrificare chiunque, una medusa senza occhi che si trovava di là a passare per puro caso, uno specchio falso e magrittiano, persino un bambino dalla mise inappuntabile e dall’aria snob che girava per la stanza alla ricerca di una non meglio identificata rosa e ogni tanto si fermava vicino a qualcuno (oggetto, animale o persona che fosse) e ripeteva sconsolato ‘l’essenziale è invisibile agli occhi, l’essenziale è invisibile agli occhi’.”

Fra Omero, Baudelaire, Saint-Exupery ed altri scrittori ed artisti più o meno ravvisabili ad occhio nudo, si intravede una metafora paragonabile alla biblioteca borgesiana o ai castelli e alle città calviniane. Il nostro mondo, il mondo di oggi, con la radicalizzazione della ricchezza e della povertà, con le guerre che continuano come mostri a camminare indifferenti sugli aneliti di pace, con la mostruosa economia mondiale che fa di ciascuno di noi il carnefice inconsapevole dei poveri del terzo mondo, è davvero una scatoletta di cibo di ogni specie, di cui siamo insieme consumatori e ingredienti consumati, divoriamo e siamo divorati.

Alcune pagine, specialmente le ultime, sembrano scopertamente autobiografiche. Ma anche qui bisogna fare qualche riflessione.

Non si tratta certo di un ammiccamento al lettore (specie quando il libro capita nelle mani di amici parenti conoscenti), ma piuttosto la maschera finale, quella che meglio si adatta a qualunque viso perché dà a chiunque l’illusione di conoscere lo scrivente identificandolo con l’autore, e perciò somigliante più a un eteronimo pessoiano che a una concessione autobiografica.

Certo, l’autore è sempre presente nella sua opera (non si potrebbe capire tutto Proust se non se ne indagasse anche la biografia), ma non si scopre mai del tutto, celandosi dietro i suoi personaggi in pieghe del racconto che nessuno tranne lui potrebbe svelare. E persino gli eteronimi di Pessoa possono essere tratti da spunti autobiografici più di quanto possiamo pensare.

Ma quel che conta è la condivisibilità delle maschere con quelle dei lettori: ce ne dà certezza, a pag. 65 ss., “Sostiene Giancarlo”, raffinato e sentito omaggio dell’autore a Pessoa, a Tabucchi, a Lisbona: “È questa l’alchimia di Lisbona: mentre ti svela i suoi segreti, non fa che mostrarti il baule della tua anima”.

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