In Italia, prendersi cura di un familiare anziano, malato o disabile spesso significa fare i salti mortali. E non solo per l’impegno quotidiano: significa rinunciare a tempo, denaro, relazioni, salute stessa. Nell’immaginario collettivo il caregiver — la persona che assiste un familiare non autosufficiente — è il simbolo silenzioso della solidarietà domestica. Ma quando questa funzione esce dal privato e entra nel pubblico, lo Stato sembra spesso restare immobile. Ora però qualcosa si muove: un disegno di legge sui caregiver è in discussione in Parlamento. Ma serve davvero? E quanto risponde alle reali esigenze di chi quotidianamente sorregge il sistema di cura?
La proposta normativa punta finalmente a riconoscere la figura del caregiver familiare e a fornirne una definizione, oltre a una serie di diritti di base: congedi, tutele contributive, possibilità di accesso a servizi sociosanitari e a benefici economici. È una novità importante, perché finalmente si prova a dare una cornice giuridica a un fenomeno sociale che, per anni, è stato trattato come se non esistesse.
Un gesto simbolico più che una risposta strutturale
E tuttavia la legge — così com’è scritta — rischia di restare un gesto simbolico più che una risposta strutturale. Perché, nel momento in cui chiede a queste persone di continuare a occuparsi dei propri cari, non mette sul piatto un vero piano di servizi pubblici a supporto. Congedi e permessi, ancorché utili, non compensano la carenza di assistenza domiciliare professionale, di strutture pubbliche e di punti di riferimento territoriali. In un Paese dove la spesa per il welfare è erosa da decenni di tagli e di scelte neoliberali, la legge rischia di essere una sorta di “ammortizzatore emotivo”: solleva un po’ di polvere, ma non cambia la struttura.
Il nodo è proprio questo: in Italia il welfare si è progressivamente ritirato. Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a tagli alla sanità pubblica, a riduzioni dei servizi per le persone non autosufficienti, a un mercato che ha riempito il vuoto lasciato dallo Stato con offerte private molto costose. In questo contesto, il caregiver diventa il sostituto di servizi che dovrebbero essere pubblici. È un paradosso: si riconosce chi fa il lavoro (gratis), ma non si costruiscono i servizi che toglierebbero parte del peso da chi li svolge.
In altri Paesi europei esistono sistemi di sostegno molto più robusti: congedi retribuiti per caregiver, servizi domiciliari a costi contenuti, inserimenti di professionisti nella rete dei servizi territoriali. In alcune realtà scandinave o centro-europee, la funzione del caregiver è integrata in un tessuto di welfare che non lascia soli i cittadini. Qui in Italia, invece, ogni passo avanti legislativo deve affrontare la montagna dei vincoli di bilancio e delle resistenze culturali: la cura è ancora percepita come un affare privato, non come un diritto pubblico.
Un riconoscimento formale senza poteri reali
Così la legge in Parlamento rischia di dare un riconoscimento formale senza poteri reali. Si parla di diritti, ma la misura reale dei diritti è la capacità di esercitarli. Un congedo non serve se non ci sono assistenti domiciliari; un beneficio economico non basta se costa più di quanto copre. Quel che manca è una visione complessiva di welfare che non scarichi tutto sulle spalle delle famiglie.
Il rischio è che il caregiver resti il residuo sopravvissuto di uno Stato sociale in smantellamento. Non più il garante della comunità, ma la rete di salvataggio individuale. Invece, il riconoscimento legislativo dovrebbe essere l’inizio di un processo, non la sua conclusione.
Perché il vero nodo non è sapere chi è il caregiver, ma chiedersi se uno Stato moderno può permettersi di non avere un sistema di cura pubblico, forte, inclusivo. Fintanto che la risposta sarà no, ogni legge rischierà di essere buona sulla carta ma insufficiente nella realtà delle famiglie italiane.
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