In commissione Affari costituzionali fuori il civatiano Corradino Mineo dentro il capogruppo Luigi Zanda, e i mondiali non sono ancora cominciati. L’ex direttore di Rai News 24 è stato sostituito in virtù della sua opposizione al ddl Italicum, la nuova legge elettorale. Il suo voto, contrario al passaggio della riforma, sarebbe potuto essere decisivo. E questa è solo la prima parte della storia. La seconda è stata annunciata questa mattina dopo le 11.30 dal senatore PD Paolo Corsini: altri 13 senatori del PD hanno deciso di autosospendersi.
Che succede? Due giorni, due sostituzioni: ieri Mario Mauro, senatore dei Popolari per l’Italia, oggi Corradino Mineo. In ballo ci sono le riforme. Renziani a tutta, priorità altissima, poco spazio per dissidenti di turno e complicazioni potenziali. «Contano più i voti degli italiani che il diritto di veto di qualche politico» ha detto Matteo Renzi. Serve compattezza e rapidità. Solidità. E adesso la maggioranza ha i suoi 15 voti (certi) in commissione.
Mineo ha parlato di autogol per il governo e per il partito, che da questa storia non uscirebbe con una bella faccia. Quanti sono i parlamentari interessati da questo caso? Tra sospesi e autosospesi 14. Di seguito: Casson, Chiti, Corsini, D’Adda, Dirindin, Gatti, Giacobbe, Lo Giudice, Micheloni, Mineo, Mucchetti, Ricchiuti, Tocci, Turano.
Ma nel PD c’è chi, d’altra parte, parla di accordi non rispettati. Il sottosegretario Luca Lotti ha detto che «13 senatori non possono permettersi di mettere in discussione il volere di 12 milioni di elettori e non possono bloccare le riforme che hanno chiesto gli italiani. Mineo ha tradito l’accordo con il gruppo. Siamo un Partito democratico, non un movimento anarchico».
I dissidenti hanno chiesto un chiarimento alla presidenza del gruppo parlamentare entro la prossima assemblea, quella del 17 giugno. Matteo Renzi si dice sicuro e deciso, per ora, ma i numeri vanno tenuti sotto controllo. La maggioranza al Senato è pari a 161 voti. Cosa accadrebbe se i parlamentari che stanno contestando decidessero di non collaborare? Se sulle riforme si esprimesse lo stesso numero di favorevoli che il 25 febbraio ha dato la fiducia al governo Renzi, il risultato sarebbe pari a 169 “sì”. Bene così. Ma 169 meno 13 fa 156, cioè 5 voti meno della maggioranza. Nei prossimi giorni ci sarà ancora modo per confrontarsi sulle opinioni. Non sulla matematica, che opinione non è.





















