’A capera era una figura molto comune nella Napoli del passato: una parrucchiera che operava a domicilio, spostandosi di casa in casa, di vicolo in vicolo, per realizzare acconciature, tagli e consigli di bellezza alle donne del popolo e della borghesia. Il suo lavoro non si limitava alle forbici e ai pettini: mentre lavorava, ascoltava storie, confessioni, dolori e piaceri delle clienti, diventando così una presenza centrale nella vita sociale dei quartieri.
Perché ’a capera è associata al pettegolezzo?
La risposta sta proprio nel suo modus operandi quotidiano: mentre la capera pettinava i capelli delle clienti, la conversazione scorreva libera, spesso confidando segreti o racconti intimi. Anche se spesso esordiva con un “nun me facite parlà” — una promessa di non rivelare quanto fosse stato detto — in realtà questa veniva puntualmente dimenticata. Così, ogni aneddoto curioso o piccante poteva facilmente diffondersi di casa in casa, trasformandosi talvolta in uno scandalo, talvolta in una storia fantastica. È per questo che il termine capera è diventato simbolo di pettegolezzo, sinonimo di persona che ama raccontare e diffondere notizie, vere o non vere.
Qual è l’origine della parola capera?
Non esiste un’unica spiegazione definitiva sull’origine del termine, ma alcuni studiosi suggeriscono che sia legata alla parola francese “chuchoter”, che significa sussurrare. Questo richiamo linguistico potrebbe riflettere il suono basso e sommesso delle conversazioni riservate: il classico “ciù ciù ciù” di chi parla all’orecchio. Col tempo, quindi, la parola capera ha perso il suo significato professionale e ha assunto quello di inciucio o pettegolezzo: una voce senza fondamento in grado di trasformare la realtà.
Che ruolo aveva ’a capera nella comunità?
Oltre all’attività di parrucchiera, ’a capera incarnava un ruolo sociale particolare: era custode di notizie di quartiere, qualcuno con cui si confidava e dal quale, quasi inevitabilmente, le storie trapelavano.
Questo la rendeva un personaggio chiave nella vita quotidiana delle donne napoletane dell’Ottocento e del primo Novecento. La sua presenza era tanto familiare quanto indispensabile, perché rappresentava un centro di informazione popolare più affidabile delle notizie ufficiali.
In che modo ’a capera mantiene viva la sua memoria oggi?
Oggi ’a capera è soprattutto una figura simbolica della cultura partenopea, spesso citata come esempio dell’antico mestiere e dell’arte di raccontare storie. Il personaggio è stato anche fonte d’ispirazione artistica: ad esempio, lo scrittore Raffaele Viviani ha creato il personaggio di Prezzetella ’a capera, un personaggio teatrale basato proprio su questa pettegola e intraprendente parrucchiera del popolo.
Cosa ci insegna ’a capera oggi?
In una società in cui la comunicazione è immediata e i pettegolezzi viaggiano rapidamente tramite social e messaggi, la tradizione di ’a capera ci ricorda quanto vecchio sia il bisogno umano di raccontare e ascoltare storie. La parola stessa è entrata nel linguaggio comune come sinonimo di chi ama curiosare o spargere notizie: una testimonianza della cultura napoletana e della sua capacità di trasformare un semplice mestiere in simbolo di socialità.
Foto di cottonbro studio: https://www.pexels.com/it-it/foto/mani-persone-donna-ragazza-3993447/


























