Dal linguaggio della politica ai social network, gli insulti d’altri tempi tornano come armi contemporanee. Ma quando la parola perde il suo peso, anche il pensiero smette di avere valore.
“Cortigiana”, “strega”, “isterica”, “pazzo”, “traditore”: parole che sembravano appartenere a un’altra epoca, a un lessico scolorito dal tempo, tornano oggi a riempire il dibattito politico e il vocabolario pubblico italiano. Termini densi di storia e pregiudizio, che rinascono come epiteti, come strumenti di delegittimazione morale prima ancora che politica.
Non è solo una questione di toni o di maleducazione: è un ritorno alla parola come arma, al linguaggio come campo di battaglia.
Nell’agone politico italiano, la retorica dell’insulto ha ormai sostituito l’argomentazione. E non è un fenomeno isolato. Dalle aule parlamentari ai talk show, fino alle arene digitali dei social network, la comunicazione si è fatta sempre più violenta, semplificata, impulsiva. È una violenza di superficie che però incide in profondità: distrugge la fiducia, semina sospetto, spinge chi ascolta a schierarsi prima ancora di comprendere.
C’è, in tutto questo, una perdita collettiva di consapevolezza. Abbiamo dimenticato che le parole non sono neutre. Ogni parola ha una storia, un potere, una responsabilità. “Cortigiana”, per esempio, porta con sé secoli di misoginia; “strega” evoca il rogo, l’emarginazione, la paura del diverso. Ripescare questi termini per colpire un’avversaria politica non è una semplice caduta di stile, ma un segnale culturale: il ritorno di un linguaggio che giudica invece di confrontare, che condanna invece di comprendere.
Sui social questa logica si moltiplica. Le parole diventano virali, private del loro contesto, caricate di emotività e rabbia. Un epiteto lanciato in rete può diventare una sentenza, una campagna di odio, una crociata digitale. L’anonimato, la velocità, l’effetto di branco fanno il resto. Così, la lingua che dovrebbe unire diventa lo strumento perfetto per dividere.
Eppure, proprio da qui si può (e si deve) ripartire. Recuperare l’amore per la parola significa restituirle dignità, riscoprirne il valore come strumento di costruzione, non di distruzione. Vuol dire educare al linguaggio, insegnare che parlare è un atto etico prima ancora che comunicativo. Vuol dire anche pretendere, da chi ha voce pubblica — politici, giornalisti, influencer —, un uso consapevole e responsabile del linguaggio.
Non si tratta di censura, ma di civiltà. Le parole non sono mai innocenti: costruiscono il mondo che abitiamo. E se continuiamo a usarle come pietre, non dobbiamo sorprenderci se intorno a noi non resta che macerie.
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