La strage di Crans-Montana è una ferita aperta. Una tragedia che ha colpito famiglie, spezzato vite, lasciato dietro di sé una richiesta legittima e sacrosanta: verità e giustizia. Su questo non ci sono ambiguità possibili, né devono essercene. Ma proprio perché il dolore merita rispetto, è doveroso interrogarsi anche sul contesto politico e istituzionale che si è creato intorno a questa vicenda. E su una domanda che, inevitabilmente, si impone: perché solo ora? Perché solo qui?
L’Italia ha richiamato l’ambasciatore a Berna, un atto diplomatico forte, raro, che segnala una volontà di pressione esplicita sulla Svizzera. Un gesto che viene presentato come prova di determinazione, di vicinanza ai cittadini italiani coinvolti, di uno Stato che “non lascia soli”. Ma proprio questa scelta rende ancora più evidente il contrasto con altre vicende, altrettanto – se non più – gravi, nelle quali lo stesso Stato ha mostrato tutt’altra postura.
Il caso Regeni è l’elefante nella stanza. Un cittadino italiano torturato e ucciso, un omicidio che chiama in causa apparati statali stranieri, anni di depistaggi, silenzi, ambiguità. In quel caso, nessun richiamo dell’ambasciatore, nessuna pressione diplomatica comparabile, nessuna escalation istituzionale. Anzi: un progressivo abbassamento dei toni, giustificato in nome della “realpolitik”, degli interessi strategici, delle forniture energetiche, della stabilità geopolitica.
E ancora: le minacce subite dalla troupe della RAI a Minneapolis, giornalisti italiani intimiditi mentre svolgevano il proprio lavoro. Anche lì, nessuna reazione istituzionale proporzionata, nessun gesto simbolico forte, nessuna presa di posizione che andasse oltre la routine comunicativa. Come se la sicurezza dei giornalisti fosse un tema secondario, sacrificabile, quando il contesto politico internazionale lo rende scomodo.
È qui che la domanda diventa inevitabile: siamo di fronte a una difesa coerente dei cittadini italiani all’estero o a una diplomazia selettiva, che si attiva solo quando il costo politico è basso e il consenso interno è alto? La Svizzera è un bersaglio “sicuro”: un Paese democratico, alleato, non ricattabile sul piano economico o militare, dove alzare la voce non comporta conseguenze strategiche. L’Egitto, gli Stati Uniti, altri attori globali no. E allora il metro cambia.
Questa non è giustizia, è calcolo. Non è tutela dei diritti, è gestione dell’immagine. È un uso politico dell’indignazione, che rischia di trasformare il dolore in strumento e la diplomazia in teatro.
Dentro le Notizie non mette in discussione il diritto delle famiglie di Crans-Montana a ottenere risposte. Al contrario: proprio per rispetto verso quel diritto, rifiuta l’idea che la giustizia possa essere a geometria variabile. Uno Stato credibile è tale quando difende i suoi cittadini sempre, non solo quando conviene. Quando sceglie la coerenza, non il populismo istituzionale. Quando il valore della vita non dipende dal passaporto del carnefice o dal peso geopolitico del Paese coinvolto.
Immagine di copertina: DepositPhotos
























