L’operazione in Venezuela si inserisce perfettamente nella continuità storica degli USA
interventismo americano
C’è un filo rosso che attraversa la storia del continente latinoamericano e che torna oggi con forza nel racconto dell’operazione statunitense in Venezuela e dell’arresto di Nicolás Maduro. Un filo fatto di interventi diretti o indiretti, di governi “accomodati”, di accuse funzionali e di un diritto internazionale piegato alle esigenze del più forte.
Cambiano i presidenti alla Casa Bianca, mutano le narrazioni ufficiali, ma la logica di fondo resta sorprendentemente costante.
Dalla Cuba dell’embargo eterno al Cile di Allende rovesciato, da Panama a Honduras, dal Nicaragua fino al Venezuela, l’America Latina è stata a lungo considerata non come un insieme di Stati sovrani, ma come uno spazio d’influenza naturale. La Dottrina Monroe, nata nell’Ottocento con il pretesto di tenere lontane le potenze europee, si è trasformata nel tempo in una giustificazione ideologica del neocolonialismo: “l’America agli americani”, purché allineati agli interessi di Washington.
L’operazione in Venezuela si inserisce perfettamente in questa continuità storica. Le accuse di narcotraffico, da sempre arma retorica privilegiata contro i governi non allineati, tornano come chiave di legittimazione.
Poco importa che il regime venezuelano abbia evidenti tratti autoritari, che le libertà politiche siano compresse e che l’opposizione sia stata sistematicamente marginalizzata. Nulla di tutto questo, da solo, spiega il salto di qualità: il rapimento di un capo di Stato nel suo letto, senza mandato internazionale, senza processo, senza rispetto delle regole minime del diritto internazionale.
Non è la difesa della democrazia a guidare l’azione americana, ma la riaffermazione di un principio di forza: quando un governo non è amico, diventa automaticamente criminale; quando non collabora, diventa una minaccia alla sicurezza nazionale. Una formula elastica, utile a giustificare qualunque azione, in qualunque latitudine.
Il Venezuela, con le sue immense riserve energetiche e strategiche, rappresenta da anni un obiettivo chiaro. Non per “liberare” il popolo venezuelano, ma per riportare il controllo delle risorse dentro un perimetro favorevole agli interessi statunitensi. È una logica che non appartiene al passato, ma al presente più attuale, mascherata da lotta al crimine globale o da difesa dell’ordine internazionale.
Quando una superpotenza si arroga il diritto di agire fuori da ogni cornice legale, manda un messaggio preciso: le regole valgono solo per chi non ha la forza di violarle. Il precedente venezuelano non riguarda solo Caracas. Riguarda tutti.
Condannare la natura autoritaria del regime venezuelano è doveroso. Accettare che questo giustifichi il rapimento di un capo di Stato, no. Perché quando il diritto viene sospeso per colpire un nemico, prima o poi verrà sospeso anche contro chi oggi applaude.
E la storia dell’America Latina insegna che le conseguenze, quasi mai, ricadono su chi decide. Ma sempre su chi subisce.
Foto di copertina da Depositphotos
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