Conoscersi, conoscere se stessi innanzitutto, e poi conoscere gli altri. Per trasformare la visione ristretta dell’io in una vera opportunità di visione ampia che solo il “noi” può dare. Dall’io al noi, il coraggio di conoscersi diventa indispensabile.
«Occorre coraggio???» Ti vedo, lo so che lo stai pensando. Sì, ti rispondo io!
C’è un mondo tra un “ciao” e un “resta”, dall’io al noi
Viviamo tempi in cui tutto corre veloce: si chatta, si scrolla, si esce e spesso si torna a casa soli. Ma fermarsi davvero davanti a un’altra persona, guardarla negli occhi e dire “voglio conoscerti” — questo è un atto rivoluzionario, da veri ESSERI UMANI. Perché oggi, conoscersi per davvero richiede coraggio. Non quello delle grandi imprese, ma il coraggio intimo di mostrarsi vulnerabili, imperfetti, veri. Dall’io al noi, il coraggio di conoscersi però, si disperde. Si disperde il coraggio dell’ascolto, di se stessi e quindi dell’altro. Di decidere di investire del tempo per condividere visioni, sogni, idee, ritrovandosi più spesso a parlare di sé e subire un “sé” altrui.
Occorre invece costruire delle idee comuni, dei progetti che riguardino entrambi i soggetti, ed è lì che accade la vera conoscenza. Per farlo, è necessario un TEMPO LENTO, ed in quest’epoca dove tutto corre veloce, è davvero andare contro corrente.
Perché parlare di coraggio
Si è assuefatti da relazioni rapide, comunicazioni digitali, paura dell’impegno. Tutto questo allontana dall’umanità cercata. Fa diventare freddi, aridi, tutt’altro che resilienti ed empatici. E la prima relazione da cui si fugge, è quella con se stessi. La conoscenza autentica sembra oramai una impresa adatta solo a chi riesce ad andare contro corrente.
Dall’“io” al “noi”: cosa significa?
Semplicemente il passaggio dall’individualismo, che rende isolati e separati da una guaina che impedisce di vivere emozioni e sentimenti, alla condivisione. Al gusto di guardare il mondo insieme ad altri, confrontarsi e scoprire così anche altre parti di se stessi. Perché è bene ricordarlo: si evolve solo attraverso l’incontro con l’altro. Questa guaina si chiama ego, ed è certamente uno dei principali impedimenti per incontrare davvero se stessi e l’altro.
Perché per conoscersi è necessario inoltrarsi nella profondità. E sapere dell’altro certamente fa emergere anche tante paure: sarò abbastanza? Sarò all’altezza di questa persona? Se mi vedrà per ciò che sono davvero, mi stimerà ancora? La paura di essere feriti, giudicati, non voluti, fa rimanere sul bordo di una piscina, incapaci di immergersi e gustare invece anche la meraviglia dell’ignoto.
La nuova indagine: dall’io al noi, il coraggio di conoscersi
In questa mia nuova indagine ho voluto fare appello a molte informazioni, ed ho ascoltato anche tante persone sagge. Nell’approfondire la scoperta fatta sull’esistenza di tecnologie umane, ho voluto perlustrare i perché dei tanti blocchi relazionali. Cosa porta le persone a fermarsi solo alla superficie di un incontro. A saltare come grilli da un incontro ad un altro, evitando così di scendere nello spessore di ESSERE umani. L’umanità, come la conoscenza, risiede nella profondità e perché dunque evitarla?
Quale resistenza si innesca che impedisce questo passaggio? Dall’io al noi, il coraggio di conoscersi dove finisce?
Aprendo lo scrigno e leggendo la pergamena, ho compreso che coraggio è una forza che nasce solo quando ci si connette al proprio sentire, perché è lì che è scritto ciò che è giusto fare. E questa forza, raramente è distruttiva. Tiene sempre presente le necessità di tutti. Non credo dunque che coraggio sia ad esempio andarsene per fare l’eroe altrove. Osservando bene i meccanismi di queste tecnologie, mi sembra che sia più coraggioso restare, anche se occorre ascoltare bene quando è necessario fermarsi e prendere fiato. L’atto più coraggioso è rimanere vivi, vividi, vivaci davanti a tutte le prove e in presenza di tante pressioni. Far funzionare bene il proprio motore motivazionale e produrre forza di volontà.
Ma del coraggio sarà il Commissario Hig a parlarne.

«Sono stato un bambino pauroso. Avevo paura di allontanarmi da casa, di attraversare la strada, delle divise, specie quelle dei vigili urbani, dei poliziotti e dei carabinieri, di mia madre che diceva che se avessi fatto il cattivo avrebbe chiamato l’uomo nero, del buio, dello stare solo.
Eppure, nel momento stesso in cui sentivo la paura, un brivido che percorre la pelle e si spande in tutto il corpo, prima della mente, avvertivo la necessità di combatterla ed ecco che mi allontanavo raggiungendo la casa dei nonni, a diversi isolati di distanza e chiedendo ai passanti di farmi attraversare la strada, due incroci con semafori, una meta che sentivo come una conquista di libertà prima che di sfida. E per le stesse ragioni mi tuffai in mare senza saper nuotare e comunque restando a galla. Salivo sul retro delle carrozze turistiche senza farmi vedere dal vetturino o mi arrampicavo su tutto quello che trovavo a portata di mano.
Non era la ricerca del coraggio ma la battaglia contro la paura e ogni volta, la dimostrazione a me stesso che con le dovute cautele, il coraggio lo si poteva trovare. Avevo sei anni e dopo la scuola, vivevo praticamente in strada come tutti i ragazzini della mia età pensando più al gioco che allo studio.
Se vuoi essere coraggioso devi avere paura, perché è questa che ti rende vigile, circospetto, meno prevedibile, più penetrante, come arrivare a fari spenti per poi accendere di colpo, la luce.
Il coraggio non va confuso con l’istintività.
Il coraggio è metodologia razionale ed emozionale, l’istintività è l’improvvisazione, la tempestività, la non ordinarietà.
Quando sentiamo dire che è stato fatto un gesto eroico perché ci si è tuffati per salvare qualcuno, non siamo mossi dal coraggio ma dall’irrazionalità. Non si ha il tempo di pensare e predisporre una strategia, non si ha il tempo di pensare al pericolo che si può correre, non si avverte la paura e quindi non si tratta di coraggio.
Nella mia professione, ad esempio, spesso alcune azioni vengono etichettate per “coraggiose” ma non è così.
Negli inseguimenti a folle velocità, nei conflitti a fuoco, quando scavalchi un muro o salti da un palazzo all’altro, nei corpo a corpo durante le risse, tutto nasce dalla casualità del momento e non hai il tempo di pensare, perché agisci in velocità su una scarica di adrenalina. Si tratta di interventismo, capacità di affrontare il pericolo e se solo per un attimo pensi alla paura, queste azioni non le fai e non le farai mai.
Ed è quello che accade in soggetti esclusivamente paurosi e che non saranno mai coraggiosi.
Il coraggio invece, entra in azione quando, consapevole della paura e del pericolo, alle quattro del mattino suoni a una porta perché devi arrestare un malvivente e ti tuteli. Quando predisponi una irruzione, un controllo multiplo. Quando devi prendere una decisione importante come la richiesta di limitare la libertà personale altrui o firmare un atto impegnativo o che determini scelte. Il coraggio è la capacità di affrontare situazioni difficili, pericolose o incerte, nonostante la paura, e agire nonostante i rischi.
Non si tratta di assenza di paura, ma della capacità di gestirla e di superarla per perseguire un obiettivo. È una forza interiore che ci permette di affrontare le sfide della vita, anche quelle che ci spaventano, per raggiungere i nostri obiettivi e realizzare ciò che per noi è importante. Agire coraggiosamente è una scelta consapevole non un evento casuale. Implica una valutazione dei rischi e non è l’assenza di paura ma la capacità di affrontarla e agire nonostante essa.»
«Agire coraggiosamente è una scelta» ci dice il Commissario Hig. E questo può accadere solo se siamo connessi a noi stessi, al nostro sentire e, se il nostro motore motivazionale è funzionante. Il motore motivazionale si alimenta con gli incontri e le relazioni, soprattutto quelle alchemiche. Ecco perché è così importante conoscere gli altri, oltre che se stessi. Le relazioni alchemiche, ci fanno riconnettere al nostro sentire. Ed è così che il coraggio accade, per effetto della connessione. Dall’io al noi, il coraggio di conoscersi è finalmente arrivato!
Conoscere qualcuno dunque, è come leggere un libro ad alta voce: ci vuole tempo, attenzione e la voglia di sentire ogni parola. Non c’è niente di più potente del coraggio di restare, ascoltare, costruire. È lì che si passa dall’“io” al “noi”. Non è un salto: è un cammino, che si può fare anche il silenzio.
Per scoprire come si fa a connettersi con il proprio coraggio, non ti rimane che seguirmi nella prossima indagine. Entrerai con me dentro alle tecnologie umane ed insieme costruiremo il Mondo che non c’è ancora che, tratto dopo tratto, si farà sempre più evidente e realizzabile.
Nel frattempo, mi trovi anche sui miei social. Potrai scoprire tutte le attività dell’iniziativa M.A.T.A. e potrai anche interagire con me. Scopriremo insieme come avviene la CONNESSIONE che fa riconoscere la presenza di umanità.

Si ringrazia per questo articolo l’intervento di Celeste Bruno (che ha ispirato il personaggio di Hig). Già Commissario della Mobile di Milano, ha ricevuto numerosi encomi indagando su efferati delitti. È ritenuto uno stratega dotato di sensibilità e fiuto, con risoluzione della quasi totalità dei casi indagati. Oggi è noto opinionista Tv e importanti testate giornalistiche. Scrittore di fama, dona avvincenti noir tratti da storie vere.
Puoi trovare alcune delle sue tante opere letterarie qui: OPERE DELL’AUTORE
























