La deforestazione resta una delle principali minacce per la biodiversità e per il clima globale. Ogni anno milioni di ettari di foreste sono convertiti ad altri usi, con conseguenze profonde sugli ecosistemi, sulle emissioni di gas serra e sulla capacità del pianeta di assorbire anidride carbonica. Un’analisi pubblicata da Our World in Data, basata su uno studio apparso sulla rivista Nature Food, offre un quadro dettagliato delle attività economiche che hanno alimentato la deforestazione dall’inizio del XXI secolo. I dati confermano che l’espansione dell’agricoltura è di gran lunga il principale fattore responsabile della scomparsa delle foreste. Non si tratta però di un fenomeno uniforme: sono specifiche produzioni agricole e zootecniche a esercitare la pressione maggiore, concentrate in particolari aree del pianeta.
L’allevamento bovino pesa per il 41% della deforestazione
Tra tutte le attività analizzate, l’allevamento di bovini emerge come il principale responsabile della deforestazione globale. Dal 2001 rappresenta infatti il 41% della superficie forestale convertita ad altri usi. Gran parte di questo fenomeno è concentrato in Sud America e, in particolare, in Brasile, che da solo è responsabile di circa un quarto della deforestazione mondiale legata alla produzione di carne bovina. L’espansione dei pascoli continua quindi a essere il motore dominante della perdita di foreste tropicali, soprattutto nell’Amazzonia, dove vaste aree vengono disboscate per fare spazio agli allevamenti.
Soia e olio di palma seguono nella classifica
Il secondo gruppo di prodotti che contribuisce maggiormente alla deforestazione è rappresentato dalle colture oleaginose, responsabili del 16% del totale. In questa categoria rientrano soprattutto soia e olio di palma. La coltivazione della palma da olio ha avuto un impatto particolarmente rilevante in Indonesia e Malesia, che soddisfano quasi tutta la domanda mondiale di questo prodotto. Solo la produzione di olio di palma in Indonesia è collegata a circa il 6% della deforestazione globale registrata nel XXI secolo. Anche la soia contribuisce in modo significativo, sia direttamente attraverso l’espansione delle coltivazioni sia indirettamente come mangime destinato agli allevamenti.
Le differenze tra i continenti
Lo studio evidenzia come le cause della deforestazione cambino sensibilmente da una regione all’altra. In America Latina prevale nettamente l’espansione degli allevamenti bovini, mentre nel Sud-Est asiatico il principale fattore è rappresentato dalle piantagioni di palma da olio. In Africa, invece, la perdita di foreste è legata soprattutto alla crescita delle coltivazioni di cereali, radici e tuberi, oltre che di colture commerciali come cacao, caffè e frutta a guscio. Nei Paesi più sviluppati, come Stati Uniti, Canada e parte dell’Asia orientale, una quota significativa della perdita di copertura forestale è invece associata alle piantagioni forestali destinate alla produzione di legname e carta.
Aumentare la produttività per salvare le foreste
Secondo gli autori dello studio, contrastare la deforestazione non significa necessariamente ridurre la produzione alimentare, ma aumentare la produttività dei terreni agricoli già esistenti. Questo obiettivo è particolarmente importante nei Paesi africani, dove l’incremento delle rese agricole potrebbe soddisfare la crescente domanda di cibo senza dover convertire nuove superfici forestali. La ricerca sottolinea inoltre che politiche mirate, innovazione tecnologica e pratiche agricole più sostenibili possono contribuire a ridurre la pressione sulle foreste. Comprendere quali prodotti e quali filiere siano maggiormente responsabili della deforestazione rappresenta infatti il primo passo per sviluppare strategie efficaci di conservazione e rendere più sostenibili i sistemi alimentari globali.























