L’artista Delia Ferreri è presente con le sue opere nel collettivo cchiùArt, una mostra che interroga la condizione umana contemporanea. 18 artisti sono impegnati in una riflessione profonda che guarda oltre la superficie. Esplorando il confine tra vero e falso, luce e oscurità, gli artisti sono consapevoli che la realtà contemporanea è complessa, contraddittoria e spesso inquietante.
Fino al 5 aprile 2026 presso la Chiesa di Santa Croce e Purgatorio al Mercato, nel cuore di Piazza Mercato a Napoli sarà visitabile questa splendida mostra, che dà voce ad artisti che considerano l’arte un vero e proprio strumento di indagine.
Ogni artista contribuisce con il proprio stile, tecnica e sensibilità, dando vita a un’esperienza vibrante, che attraversa pittura, fotografia, ceramica, video, poesia, disegno e design. Dalla ceramica di Laura Correale alle fotografie di Manlio De Pasquale e Antonio Mercadante, dalla pittura di Amir Sabetazar, Vishka Sabetazar, Nic Quinto, Delia Ferreri, Ilaria Auriemma e Maurizio Cascella, fino ai disegni di Christophe Mourey, ai video di Sophia J. Wagstaff e alle opere poetiche di Antonio Messina, Rikki P., Vincenzo Minichini e Marco Fiore.
Un insieme eterogeneo di artisti quindi, che affronta temi urgenti, tra cui la violenza latente della società, la scienza incontrollata, la mercificazione dell’arte, l’esasperazione del vivere quotidiano. Alcuni artisti scelgono il contrasto cromatico e visivo, altri l’evasione nei territori dell’immaginazione, come forma di resistenza a una realtà percepita come insostenibile.
E proprio sul contrasto cromatico ci soffermiamo oggi, con una bella intervista alla pittrice Delia Ferreri, che ringraziamo per questo interessantissimo intervento sulla nostra testata.
La ricerca artistica di Delia Ferreri si colloca all’interno del panorama dell’arte contemporanea italiana come un’indagine fortemente interiore, simbolica e identitaria, orientata a esplorare innanzitutto le tensioni profonde dell’essere umano.
Uno degli assi portanti del linguaggio di Ferreri è la tensione verso il lato oscuro delle cose, inteso non come semplice negatività, ma come spazio originario dell’indagine artistica.
Sono cresciuta in una famiglia d’artisti, quindi l’arte è sempre stata parte della mia quotidianità. Mio padre è pittore e maestro ceramista e realizza i pastori a San Gregorio Armeno. Fin da bambina ho vissuto tra colori e mani immerse nella materia, seduta accanto a lui mentre disegnavamo insieme. Non c’è stato un momento preciso in cui ho deciso che sarebbe stata la mia strada, perché l’arte era già dentro la mia vita. Crescendo ho capito che non era solo un’eredità, ma una necessità interiore. Gli studi all’Accademia di Belle Arti hanno rafforzato questa consapevolezza. Creare non è stata una scelta, è sempre stato il mio modo di esprimermi e di esistere.
Il mio linguaggio artistico si fonda sulla stratificazione.
Le mie opere nascono come collage, ma ogni elemento è dipinto da me, perché sento il bisogno di intervenire manualmente su ogni livello. Mi affascina l’idea degli strati, perché rappresentano l’animo umano, fatto di sovrapposizioni, esperienze, memoria, ferite e trasformazioni. Ogni livello rivela qualcosa di visibile e custodisce ciò che resta nascosto.
Accosto simboli diversi per generare tensione e dialogo interiore. I miei dipinti, in fondo, sono come un diario intimo, c’è chi scrive, io Dipingo.
Non cerco una superficie perfetta, ma una profondità che emozioni e interroghi. Per me creare non è solo un atto artistico, ma una necessità.
Il filo rosso che attraversa le mie opere è l’emozione. Racconto sensazioni, segreti, paure e fragilità nascoste. Mi interessa ciò che si muove sotto la superficie, quel buio silenzioso che spesso non mostriamo. Le mie figure parlano di vulnerabilità e stati d’animo profondi. Anche Napoli, che ritorna spesso nei miei lavori e che io chiamo “Mamma”, non è solo un luogo ma una dimensione emotiva.
È radice, appartenenza, carne, contraddizione e ferita.
Uso colori forti e vibranti come contrasto al buio che abbiamo dentro, al buio che anch’io conosco.
Dipingo luce proprio perché parto dall’ombra.
Esporre nella Chiesa di Santa Croce e Purgatorio ha avuto per me un valore particolarmente intenso.
Nelle mie opere inserisco spesso elementi sacri in contrasto con il profano, perché credo che l’essere umano sia fatto di contraddizioni, di luce e ombra, di fede e dubbio. La spiritualità, per me, è un rapporto complesso e personale. Ci sono stati momenti in cui ho sentito il bisogno di chiedere aiuto e altri in cui mi sono sentita sola, quasi abbandonata. Nell’opera Atto di (s)Fede, il cuore è un ex voto realizzato interamente da me con la tecnica dello sbalzo su lamina metallica.
A Napoli il “voto” è un gesto profondo, legato alla tradizione popolare, un oggetto offerto per chiedere protezione o aiuto, simbolo di affidamento e speranza.
Era fondamentale che non fosse un elemento aggiunto, ma creato dalle mie mani, parte viva e autentica dell’opera.
Non credo che la pittura tradizionale sia destinata a scomparire, ma a trasformarsi.
Io ho sempre vissuto nella materia, tra acrilico, collage e sperimentazione, e continuo a farlo. Lavoro come grafica e collaboro anche nella realizzazione dei pastori, una tradizione che porto dentro. Poi sono diventata madre di due bambini molto piccoli, di tre e quattro anni, così vicini da riempire ogni spazio e ogni tempo. Come ogni madre, ho sentito qualcosa di primordiale: la necessità di farmi da parte. Non un sacrificio imposto, ma una scelta che nasce dalla carne, dal sangue, da un istinto che non si può spiegare. Mettere loro al centro ha significato ridurre il mio tempo, il mio spazio, il mio silenzio.
La pittura tradizionale richiede presenza, attesa, concentrazione, e per un periodo ho dovuto rallentarla. Resta comunque la mia radice e continuo a coltivarla, anche se con tempi più lenti, lavorando a nuovi progetti ancora più materici. Ma il bisogno di esprimermi non si è mai spento.
Il digitale è diventato il mio modo per non soffocare quella voce, per creare di notte, nel silenzio, quando tutto si placa. Non è una sostituzione: è il modo in cui oggi la mia arte continua a respirare.
Le opere di Delia Ferreri nel collettivo cchiùArt sono un’ottima occasione anche per apprezzare una mostra eterogenea che accoglie diversi linguaggi artistici di grande impatto visivo
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