Il pulsante dell’ascensore era consumato all’altezza del terzo piano.
Ci passavo sopra il pollice ogni volta, senza guardarlo davvero. Era un gesto imparato. Come infilarmi le scarpe senza allacciarle subito, prendere le chiavi dalla borsa, salutarlo con un bacio così lungo da non sembrare vero.
Le porte si chiudevano con un rumore metallico. Poi arrivava lo specchio.
Non grande. Nemmeno pulito. Una macchia opaca nell’angolo in alto deformava sempre un pezzo del mio viso. All’inizio mi dava fastidio. Poi avevo capito che il problema non era quella macchia.
Era il resto.
Ogni volta mi sembrava di uscire dalla sua casa con un anno in più. Non erano le rughe.
Erano le spalle.
Ogni sera un centimetro più basse. Quando salivo da lui era tutto diverso.
Entravo nel palazzo con l’ostinazione di chi crede ancora che basti una serata buona per cambiare il finale di una storia.
Poi la porta si apriva e lui era sempre lui. Brillante.
Colto.
Capace di tenere insieme in una sola frase Gaza, il G8 di Genova, un filosofo francese e una battuta che mi faceva ridere nonostante tutto.
Aveva un talento raro.
Riusciva a commuoversi per il dolore del mondo con una precisione quasi scientifica. Per le vittime delle guerre.
Per i migranti. Per gli ultimi.
Per gli esclusi.
Per ogni ingiustizia consumata a migliaia di chilometri di distanza.
Solo che tra quelle migliaia di chilometri e il divano di casa sua succedeva qualcosa. Lui aveva bisogno di sentirsi dalla parte giusta della storia.
E nella sua storia era sempre dalla parte giusta. Aveva un’opinione su tutto.
E quasi sempre coincideva con la convinzione di essere un passo più avanti degli altri. Non lo diceva apertamente.
Lo lasciava intendere.
Le persone, più che ascoltarle, sembrava catalogarle. Quelli che avevano capito.
Quelli che ancora no. Quelli manipolati.
Quelli liberi.
Naturalmente lui finiva sempre nella categoria dei liberi. Mi veniva da sorridere.
La libertà era l’unica cosa che gli mancava.
Passava il tempo a fare i conti in tasca agli altri, alle loro vite, ai loro compromessi, ai loro privilegi, senza accorgersi di essere il primo prigioniero.
Prigioniero del personaggio che aveva costruito con infinita pazienza. Per mesi avevo avuto voglia di prenderlo per le spalle e dirgli la verità.
Dirgli che avevo finalmente capito perché tutte le donne prima di me se n’erano andate. Non perché fosse cattivo.
I cattivi sono semplici.
Lui era infinitamente più complicato.
Era impossibile fidarsi di qualcuno che, prima ancora di mentire agli altri, aveva imparato a mentire con eleganza a se stesso.
Ogni sua contraddizione trovava una giustificazione. Ogni sua mancanza diventava una scelta.
Ogni suo egoismo assumeva il tono di un sacrificio. Era un illusionista straordinario.
Il problema era che il primo spettatore a credere al trucco era lui. Eppure non gliel’ho mai detto.
Non sono mai riuscita a distruggere quel castello. Perché lo vedevo.
Vedevo quanto lavoro gli fosse costato costruirlo. Quanta paura ci fosse nelle fondamenta.
Quanto dolore ci fosse stato prima che imparasse a raccontarsi di essere diverso, migliore, più profondo, più sensibile.
Così rimandavo.
Gli accarezzavo i capelli. Gli preparavo il caffè.
Ridevo quando bastava ridere.
Lo rassicuravo ogni volta che sentivo incrinarsi la voce.
Continuavo a sperare che un giorno sarebbe sceso da quel piedistallo per sedersi semplicemente vicino a me.
Ma non succedeva mai.
E nel frattempo ero io ad arrampicarmi ogni sera fino alla sua casa, portando con me pezzi sempre più piccoli di quella che ero stata.
Lo ascoltavo e mi domandavo come fosse possibile avere una sensibilità così vasta da contenere il dolore del mondo e così stretta da non riuscire a contenere il mio.
Quella sera aveva parlato quasi solo lui, ma a un certo punto si era interrotto. Era rimasto in silenzio per qualche secondo.
Aveva abbassato lo sguardo. In quel momento l’avevo visto.
Non l’uomo che raccontava.
Il bambino che aveva imparato troppo presto che, per non essere ferito, bisogna diventare indispensabili. Avere sempre qualcosa da spiegare. Qualcosa da insegnare. Qualcosa da salvare.
Era durato un istante.
Poi il personaggio era tornato al suo posto. Io, invece, avevo smesso di vedere lui.
Vedevo soltanto la fatica. Avrei voluto dirglielo.
Una volta soltanto.
Dirgli che il problema non erano le sue idee. Il problema era il quotidiano.
Quel territorio minuscolo dove si decide tutto.. Lì dentro lui era analfabeta.
Eppure non parlavo. Ogni volta rimandavo.
Così continuavo a fare una cosa che mi riusciva benissimo. Lo proteggevo da me.
Gli facevo compagnia mentre lentamente smettevo di fare compagnia a me stessa. L’ascensore sobbalzò leggermente.
Alzai gli occhi.
Nello specchio avevo ancora tracce di kajal solo al lato degli occhi. Al centro non c’era più niente.
Mi fece pensare a noi. Disegnati bene da fuori. Vuoti dove contava.
Continuavo a restare per lui.
Ogni volta pensando: ancora qualche settimana.
Adesso è fragile. Adesso non posso. Adesso ha bisogno.
Mi guardai di nuovo e lo specchio mi restituì un’immagine che non vedevo da tempo. Non ero triste.
Ero finita.
Che è un’altra cosa. La tristezza aspetta. La fine no.
Avevo esaurito perfino la speranza che cambiasse. E senza speranza non restava niente da curare.
Solo da lasciare.
Lui quella sera era rimasto sulla porta più a lungo del solito.
«Domani caffè?» Avevo annuito.
Sapevamo entrambi che c’era qualcosa che non andava. Solo che io sapevo anche il nome.
Primo piano. L’ascensore rallentò.
Pensai che non gli avrei spiegato niente. Non perché non se lo meritasse.
Perché avrebbe trasformato anche il mio addio in qualcosa da capire, da analizzare, da raccontarsi.
E io, per una volta, non volevo più essere un argomento. Le porte si aprirono.
Uscii.
Per la prima volta non mi voltai verso lo specchio.
Non ce n’era più bisogno.
Sapevo già che volto aveva la donna che mi aspettava fuori. Camminai verso il portone senza fretta.
La sera era uguale a tutte le altre. Era diversa solo una cosa.
Quella storia, nata come un tempo sospeso, aveva finalmente raggiunto la sua destinazione. Non c’erano spiegazioni da dare.
Non c’erano processi da celebrare. Non c’erano colpevoli.
Solo due solitudini che avevano provato, inutilmente, a somigliarsi. Attraversai la strada.
Alle mie spalle, l’ascensore stava sicuramente risalendo.
Per un attimo immaginai le porte aprirsi di nuovo al suo piano. Lui che usciva.
Lui che rientrava in casa.
Lui che avrebbe trovato un altro modo per raccontarsi quella sera. Sorrisi.
Non con cattiveria. Con sollievo.
Alcune persone devono continuare a credere alla storia che hanno scritto su se stesse. Io, finalmente, avevo smesso di voler essere un personaggio della sua.
Immagine di copertina: Meta AI

























