Una scoperta che potrebbe cambiare radicalmente il futuro della fecondazione assistita e della fertilità femminile?
Fertilità femminile: per la prima volta ovociti umani “ringiovaniti”
Una scoperta che potrebbe cambiare radicalmente il futuro della fecondazione assistita e della fertilità femminile. Un nuovo studio internazionale apre a un possibile aumento dei tassi di successo della fecondazione in vitro nelle donne in età più avanzata, grazie a una tecnica che ha permesso, per la prima volta, di “ringiovanire” ovociti umani riducendo in modo significativo i difetti genetici legati all’invecchiamento.
La ricerca, guidata da Melina Schuh, direttrice del Max Planck Institute for Multidisciplinary Sciences di Gottinga, sarà presentata alla British Fertility Conference di Edimburgo e pubblicata in versione preprint su BioRxiv. Al centro dello studio c’è una proteina fondamentale, la Shugoshin 1, che svolge un ruolo cruciale nella corretta separazione dei cromosomi durante la meiosi.
Con il passare degli anni, la quantità di questa proteina diminuisce, aumentando il rischio di errori nella divisione cellulare. Queste anomalie possono dare origine a embrioni con un numero errato di cromosomi, una delle principali cause di aborti spontanei e di patologie genetiche come la sindrome di Down.
Attraverso la microiniezione di Shugoshin 1 in ovociti donati da pazienti fertili, i ricercatori sono riusciti a ridurre drasticamente l’incidenza dei difetti cromosomici: il tasso di anomalie è sceso dal 53% al 29%.
«Abbiamo individuato una singola proteina che diminuisce con l’età. Ripristinarla a livelli giovanili ha prodotto un effetto straordinario», spiega Schuh. «Stiamo ricreando la condizione biologica originale dell’ovocita».
Questa innovazione è alla base del lavoro di Ovo Labs, startup co-fondata dalla stessa Schuh, che punta a trasformare i percorsi di procreazione medicalmente assistita. Oggi, per le donne tra i 43 e i 44 anni, la probabilità di nascita per embrione trasferito è di circa 5%, contro il 35% delle pazienti sotto i 35 anni. L’obiettivo è aumentare le possibilità di successo già al primo ciclo di IVF, riducendo il ricorso a tentativi ripetuti e stressanti.
La tecnica non consente di prolungare la fertilità oltre la menopausa, poiché non aumenta la riserva ovarica. Tuttavia, i risultati sono stati giudicati estremamente promettenti dalla comunità scientifica indipendente. Il team è già in contatto con le autorità regolatorie per avviare i trial clinici e verificare se il miglioramento della qualità degli ovociti porterà effettivamente a un aumento delle nascite sane.
Foto di Marta Branco: https://www.pexels.com/it-it/foto/test-di-gravidanza-con-ultrasuoni-e-integratori-29027953/
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