Quella sera, intanto che guardava il tramonto, aveva iniziato a provare una sensazione nuova, mai provata prima.
Fermo aveva passato da poco l’età in cui gli incendiari si fanno estintori. Ma non aveva mai dato fuoco nemmeno alla carbonella per il barbecue. Di carattere mite, quieto, senza grilli per la testa, se non per quelli che riempivano l’aria estiva del loro limìo dai campi. Quei campi infiniti che amava, che circondavano il Paesello dove era nato, e che mai aveva valicato nemmeno per una breve gita.
Il Paesello, una ventina di anime, per un totale di circa sedici secoli di vite, gli aveva dato i natali, lì era vissuto sino ad allora e lì sarebbe morto, sereno, senza nessun desiderio di un altro dove o di un altro quando. O di qualsiasi cosa d’altro in più, rispetto a quelle poche che gli erano necessarie per vivere come piaceva a lui: un tetto, l’orto, qualche gallina per le uova, qualche trota pescata al torrente, una buona polenta, un brodo caldo, l’acqua della tromba in cortile e vino nero di quello fermo come lui e sincero.
Se incontrandolo, mentre zappava l’orticello, gli avessi chiesto se non avesse mai desiderato andarsene, magari anche solo per un breve viaggio, per vedere altri luoghi, ti avrebbe risposto, donandoti qualche verdura appena colta, che stava bene lì, che non gli serviva altra terra da vangare. Se al torrente, mentre pescava, gli avessi narrato di navi e mari da solcare, avrebbe osservato che stando lì seduto a pescare, avrebbe visto passare tutta l’acqua che gli serviva senza dover navigare e ti avrebbe offerto le trote appena pescate. Se alzando gli occhi al cielo, per bere un buon bicchiere del vino nero che ti aveva versato, gli avessi mostrato la scia di un aereo diretto a Shamballa, ti avrebbe detto che l’aria che respirava era più che sufficiente per cantare di ogni mito ed anche per inventarne di nuovi, anche grazie a quel vino.
Così la vita di Fermo era trascorsa, in perfetta armonia, per tutti quegli anni nei quali si era trasformato da estintore a estintore, senza alcun desiderio se non farla continuare a quella maniera.
Eppure quella sera, intanto che osservava il sole tramontare, aveva provato come un fuoco dentro di sé, che nessun idrante poteva smorzare. Al mattino quella fiamma era fame, era ansia, era dolore, tristezza e felicità allo stesso tempo e non capiva, dolore per cosa, felice di che, ansia, desiderio, rimpianto, si rimpianto: nostalgia, ma di cosa, se tutto ciò che desiderava era ciò che già aveva?
Nostalgia di quel luogo mai visto, di quel viaggio mai fatto, delle persone non conosciute… di un amore a venire, di una donna mai amata, una donna bellissima e mai incontrata, che gli avrebbe riempito quel cuore infiammato. Per una vita sempre possibile perché non realizzata. Nostalgia per tutti quei mai.
Fermo afferrò la vanga, prese l’innaffiatoio, e si avviò verso la tromba dell’acqua, l’orto andava bagnato, doveva annaffiare le verdure… e pure il suo cuore oramai.
Immagine di copertina da: La pietra spaccata
























