Sguardo ad Est

“I ragazzi di Leningrado” di Carlo Fredduzzi

Siamo in piena Guerra fredda. Ne “I ragazzi di Leningrado, Carlo Fredduzzi racconta la sua esperienza di studente universitario nella Russia degli anni ’60.

Studenti italiani in Unione Sovietica

“I ragazzi di Leningrado” di Carlo Fredduzzi edito da Sandro Teti, non è solo un racconto personale di vita, è molto di più. È una pagina di storia inedita, raccontata da chi in quegli anni ha avuto la possibilità di entrare in uno dei Paesi più potenti e blindati al mondo e di confrontarsi quotidianamente con i suoi cittadini. Gli italiani che all’epoca risiedevano in URSS, infatti, appartenevano a categorie sociali (diplomatici, industriali e giornalisti) che vivevano lontani dalla gente, satelliti di precisi entourage. Carlo Fredduzzi e i suoi amici, invece, si muovevano liberamente per la città, stringevano amicizie e vivevano l’ambiente universitario, un luogo da sempre ricco di fermento.  

Carlo Fredduzzi partì con una borsa di studio del Partito comunista e andò a studiare all’università statale di Leningrado insieme ad altri studenti. “I ragazzi di Leningrado” è un libro che ci regala storie e aneddoti, ma è soprattutto un libro che narra la vita quotidiana dei cittadini sovietici. L’autore ci racconta come vivevano, cosa mangiavano, come si rapportavano al mondo e agli stranieri.  Il libro, quindi, non è solo una preziosissima testimonianza personale, ma è anche una fotografia dell’Unione Sovietica, un’istantanea su un periodo molto complesso e difficile, che vuole anche restituire verità ad una realtà molto spesso demonizzata dalla propaganda occidentale.

Il libro, inoltre, è impreziosito da foto scattate dall’autore in quegli anni, uno spaccato di momenti personali e di aggregazione sociale. Un esempio è la foto di copertina, che ritrae un gruppo di studenti (tra cui l’autore in un colore diverso) che si unisce ad una manifestazione contro la guerra.

Carlo Fredduzzi è traduttore, giornalista e Direttore dell’Istituto di Cultura e Lingua russa di Roma. Ha lavorato per l’Agenzia TASS, la rivista Critica Marxista e la Rai. Ha pubblicato diversi volumi di storia russa e sovietica e numerosi articoli di politica estera.

Nella nostra intervista Carlo Fredduzzi ci ha raccontato aneddoti curiosi, dato informazioni interessanti e tanti aspetti su cui riflettere.

“I ragazzi di Leningrado” di Carlo Fredduzzi

Partiamo dall’inizio. Perché ha sentito l’esigenza di raccontare in un libro la sua esperienza universitaria in URSS?

1963 aula magna dell’università. Fredduzzi interviene in segno di solidarietà con Cuba in occasione dell’anniversario dell’attacco alla Baia dei Porci

Perché credo che ci aiuti a comprendere la complessità di quel periodo della società sovietica che arrivava dallo stalinismo, è stata per qualche anno kruscioviana ed è arrivata alla stagnazione brezneviana. Il problema consisteva nel fatto che esteriormente non era cambiato nulla, ma neppure noi studenti universitari italiani ci rendevamo conto che nel paese si fosse verificato un qualche cambiamento. Tutto procedeva come prima. Forse l’unico elemento di novità era una minore esposizione del capo del partito e dello stato rispetto a Nikita Sergeevich con le sue bravate, in particolare la sua pagliacciata alla tribuna dell’Onu, dove – come ricordiamo – si tolse una scarpa e la sbattè sul leggio. Ma per farlo fuori si sfruttò un fatto apparentemente innocuo, come l’attribuzione di una importante onorificenza al leader egiziano Nasser senza l’accordo con il Politburo del partito e gli altri dirigenti.

La maggior parte delle persone che amano la Russia, hanno subìto prima il fascino dei suoi grandi scrittori e poi si sono legate al Paese. E’ stato così anche per lei?

Sinceramente la biblioteca di mio padre, importante dirigente del Pci, abbondava di titoli degli Editori Riuniti e i volumi fondamentalmente appartenevano al cosiddetto realismo socialista, a parte Majakovskij. Purtroppo i grandi scrittori russi dell’Ottocento, a parte Leone Tolstoj, erano assenti. In particolare i capolavori di Fiodor Dostojevskij non erano sullo scaffale di mio padre. Per cui quando ho affrontato l’esame di letteratura russa della seconda metà dell’800 – si pensi che complessivamente ho superato una serie di esami di letteratura russa e sovietica in base ai periodi: dal Canto della schiera di Igor fino ai volumi degli scrittori dedicati alla vittoria sul nazismo come “Nelle trincee di Stalingrado” di Viktor Nekrasov – ho chiesto a mio padre di mandarmene una copia in italiano del capolavoro di Dostojevskij.

Il libro è un viaggio affascinante nei suoi ricordi. Ha raccontato tantissime cose nel dettaglio. Ha attinto da un diario oppure ha semplicemente un’ottima e invidiabile memoria?

Ho attinto semplicemente dalla mia memoria supportato dalle numerose fotografie che avevo scattato in quel quinquennio. Avevo però dei quaderni dove appuntavo in italiano le mie impressioni e il mio giudizio su alcuni momenti della vita nella Casa dello Studente, oltre che gli appunti in italiano in vista degli esami. A questo proposito un elemento che mi aiutò molto nell’apprendimento delle materie dipendeva dalla possibilità di assistere alle sessioni d’esame cui partecipavano altri studenti prevalentemente sovietici. Potevi ascoltare nell’ultima fila di sedie della saletta d’esame e acquisire importanti elementi di conoscenza in vista del mio turno che sarebbe arrivato nei giorni successivi.

Ripercorrendo con “ I ragazzi di Leningrado” la sua vita in Urss, cos’è che rimpiange della Russia dell’epoca rispetto a quella attuale?

Quando si era di fronte a varie difficoltà, la risposta era sempre la stessa: ” Se abbiamo resistito all’assedio, resisteremo pure al comunismo”. Naturalmente questa frase passava di bocca in bocca non potendola esprimere liberamente e quando si era in casa di qualche insegnante per bere un tè e fare una chiacchierata si staccava la spina del telefono per timore che la conversazione potesse essere ascoltata in primo luogo dal Kgb. Alla fine ero sempre io che dicevo al mio interlocutore: stacca la spina e cominciamo a parlare.

foto autografata di Aleksej Leonov

Qual è il ricordo della sua esperienza universitaria in Urss a cui è particolarmente affezionato, che porta nel cuore?

L’amore incommensurabile per noi, primi studenti italiani a Leningrado, che giungevamo dalla “Prima Roma”, caput mundi. L’Università era affollata da una moltitudine di giovani africani e asiatici, in primis quelli dei paesi africani erano figli dei vari ras di villaggi e città che avevano potuto studiare in patria sino al nostro liceo. Dall’Asia preponderanti erano gli studenti cinesi, indiani e indonesiani, questi ultimi dopo la caduta di Sukarno divennero degli esuli in Urss e si laurearono senza poter tornare in patria. Ma c’erano anche molti afghani, con cui successivamente nella Facoltà preparatoria preuniversitaria studiò Teresa, la madre dei miei figli, che veniva chiamata da loro Tarase. Questo fu il motivo per cui lei che poi si laureò in economia pianificata non imparò subito alla perfezione il russo come potevamo fare noi alla Facoltà di Filologia slava. Ma negli anni postuniversitari operando con imprenditori russi e italiani riuscì a parlare un russo perfetto.

Ne “ I ragazzi di Leningrado” , ha raccontato di aver incontrato diverse personalità. Qual è quella che l’ha affascinata maggiormente? Io sarei impazzita per Propp… e lei?

In primo luogo Propp, ma anche altri come Anna Achmatova e Brodskij. Propp sembrava un distinto borghese dell’Ottocento, vestiva un inappuntabile abito, giacca, cravatta e pantaloni acquistati almeno 30 anni prima. Lisi sino alla consunzione, sembrava che in qualsiasi momento potessero volare via e lasciarlo senza nulla indosso. Ma aveva un portamento da barone o visconte, non sorrideva ma abbozzava un mezzo sorriso bonario, come a dirti: ”Beato te che vieni da uno dei paesi più belli e fiabeschi”. A me disse: “ Quando torna a Roma metta la mano nella Bocca della Verità e pensi al sottoscritto”. E’ proprio quello che ho fatto quando tornai in estate a Roma.

Poi, alla fine, ha fatto pace con la cucina russa? Si è convertito alla smetana?

No, la panna acida non riesco proprio a digerirla. Cercavo e cerco, quando capita, di toglierla il più possibile sia dal borsch, uno dei piattitipici della cucinarussa a base di carne, vegetali ed in particolare la barbabietola rossa. Proprio quest’ultimo ingrediente conferisce al borsch il colore rossastro che lo caratterizza. La preparazione non è semplicissima e come molte ricette russe richiede molto tempo. Anche quando ordinavo la classica insalata russa – la stolichnyj salat – riuscivo a mescolare la smetana con il resto, in particolare con le patate, in modo da ridurne il sapore.

Francesca Amore

Trapiantata a Roma per necessità ma emotivamente ancorata a Napoli, non ha mai smesso di sperare che un giorno ci ritornerà definitivamente. Laureata all?istituto Universitario Orientale in lingue slave , si occupa di traduzioni dal russo e dal polacco. Giornalista pubblicista dal 2005, è appassionata di arte e letteratura in genere, ma di quella russa in particolare. Ama scrivere sugli argomenti più disparati perché di indole curiosa.Generosa, impulsiva e sincera, non ama le persone intellettualmente disoneste, ma si sa, il mondo è bello perché è vario, ma intanto? io mi scanso.

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Francesca Amore

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