Un nuovo sabato è arrivato e un nuovo fine settimana di Setteversi è qui. Racconti, poesie e parole per rinfrescarvi in questo nuovo caldo sabato d’Agosto! Buona lettura!
Il desiderio di Letizia Zito
Il silenzio, nella camera di Lorenzo, non era mai un vero silenzio. Era un’attesa sospesa, interrotta all’improvviso dai toni accesi che salivano dal salotto. Voci taglienti, porte che sbattevano, e poi quel freddo che sembrava infilarsi sotto le coperte anche in pieno agosto.
Lorenzo, undici anni e una certezza granitica nel cuore: quella notte era la sua ultima possibilità. Era il dieci di agosto, la notte di San Lorenzo, il suo onomastico. Aveva letto su un libro di scienze che le stelle cadenti erano solo detriti spaziali, ma non gli importava. Per lui, erano l’ultima speranza per aggiustare i pezzi della sua famiglia.Con le ginocchia strette al petto, Lorenzo si sedette sul pavimento del balcone, gli occhi piantati nel cielo sopra i palazzi della città. Ogni volta che sentiva un sospiro o un rumore provenire dal corridoio, stringeva i pugni.”Per favore,” sussurrava nel buio, con la gola secca. “Basta che non litighino più. Solo questo. Non chiedo nient’altro.”
Non voleva lo zaino nuovo per la scuola, né il videogioco del momento. Voleva solo che le cene tornassero a essere silenziose e tranquille, o piene di quelle risate distratte che non sentiva più da mesi. Voleva che sua madre smettesse di asciugarsi gli occhi di nascosto davanti al lavandino e che suo padre non trovasse sempre una scusa per ritardare in ufficio.
I minuti passavano, pesanti come macigni. Le palpebre cominciavano a farsi faticose. Un’ora, forse due. Niente. Il cielo restava immobile, sordo, indifferente ai suoi desideri.
Poi, proprio quando le lacrime di frustrazione stavano per bagnargli le guance, la vide. Non fu una scia enorme, ma un barlume rapido, un graffio d’argento che tagliò l’oscurità dietro l’antenna del palazzo di fronte. Durò un battito di ciglia.”Che non litighino più,” pronunciò Lorenzo tutto d’un fiato, con una foga tale che la voce gli uscì quasi in un sibilo. Chiuse gli occhi, sigillando il desiderio nella mente.Rimase immobile per cinque minuti, aspettando che l’aria intorno a lui cambiasse, che la magia facesse effetto. Quando riaprì gli occhi, la notte era identica a prima. Eppure, nel petto sentiva un calore nuovo, una strana forma di pace. Era riuscito a lanciare il suo messaggio al mondo.
Scivolò giù dal balcone e tornò a letto. Mentre si rannicchiava sotto il lenzuolo leggero, tese l’orecchio. Dalla cucina non arrivava nessun rumore di piatti mossi con rabbia, nessuna parola detta a mezza voce. Solo il ronzio regolare del frigorifero e il respiro calmo della casa che finalmente riposava.
Lorenzo chiuse gli occhi e, per la prima volta dopo tanto tempo, sorrise nel buio, convinto che lassù qualcuno lo avesse ascoltato.
La mattina successiva il silenzio lo sorprese ancora.
Non sentiva la madre armeggiare in cucina e come mai suo padre non lo aveva chiamato per la scuola?
Si alzò e lentamente come se non avesse voglia di scoprire la verità, andò in cucina, “Mamma dove sei?” Nessuna risposta, silenzio assoluto.
Andò nella camera dei suoi e li trovo nel letto abbracciati, morti.
Non avrebbero potuto litigare più.
Racconto di Flavio Ferraro
Ci sono notti che ti rimangono addosso anche quando diventi grande, e quella di San Lorenzo è sempre stata una di queste.
Da ragazzo l’estate pareva non finire mai. C’erano le spiagge libere, i falò che scaldavano il buio e le chitarre che diffondevano le canzoni d’amore dei cantautori degli anni Settanta. In quell’atmosfera ci si sdraiava sulla sabbia con gli occhi puntati all’insù, in attesa di veder comparire quelle scie luminose. A quei tempi il cielo era davvero scuro e la Via Lattea si mostrava tutta, limpida e densa. Bisognava stare con lo sguardo fisso nel vuoto, concentrati e pronti a cogliere al volo ogni striscia di luce per lanciare il proprio desiderio nel buio. La regola era ferrea: solo il primo che la vedeva aveva il diritto di chiedere, a patto di non svelarlo a nessuno.
Una volta sola il meccanismo funzionò alla perfezione — o almeno così mi è sempre piaciuto credere. C’era una ragazza che adocchiavo da giorni e con cui non riuscivo a spiccicare parola per una timidezza travolgente, di certo condivisa, a giudicare dal rossore che ad ogni sguardo avvampava i nostri visi. Quando la scia luminosa tagliò il cielo, formulai il pensiero con una rapidità che sorprese me stesso. Poco dopo, nella penombra, ci ritrovammo a camminare in riva al mare e improvvisamente, senza dire una parola, ci scambiammo un tenero bacio.
Quando ne parlammo, scoprii che anche lei aveva visto quella mia stella nello stesso identico secondo e aveva chiesto la medesima cosa. Era stato un piccolo miracolo, una straordinaria coincidenza o chissà… forse soltanto un sogno che il tempo, piano piano, si è portato via.
Negli anni a venire ho visto cadere tante altre stelle, affidando loro i miei desideri, ma non ho mai più avuto la sensazione di essere ascoltato. È stato triste prendere atto che la magia di quell’età si era spenta per sempre.
Oggi vivo in una città dove i lampioni e le insegne hanno cancellato il cielo e nascosto le stelle. La ragione mi dice che è inutile cercare nel vuoto, ma ogni dieci di agosto la nostalgia vince sul buon senso. Continuo ad alzare la testa tra i palazzi illuminati, con la sottile, ostinata cocciutaggine di chi non ha del tutto smesso di sperare.
Foto di cottonbro studio: https://www.pexels.com/it-it/foto/mano-sporco-halloween-orrore-5427755/
























