Storie

Il disINCANTO di Elisabetta Besutti

In un’epoca di promesse fragili e attese deluse, disINCANTO cerca di guardare con onestà e delicatezza ciò che emerge dalla loro rottura

In un’epoca di promesse fragili e attese deluse, disINCANTO non cerca di ricostruire illusioni, ma di guardare con onestà e delicatezza ciò che emerge dalla loro rottura. Autrice del libro è Elisabetta Besutti, giornalista, che attraverso riflessioni intime eppure universali, accompagna il lettore in un percorso che attraversa l’amore, la fragilità, il senso del tempo, la nostalgia e il bisogno umano di significato.

Intervista a Elisabetta Besutti e il suo… disINCANTO

Questo libro permette tante letture, tante chiavi ma quali sono quelle giuste? Queste e altre domande sono state poste all’autrice, Elisabetta Besutti, con la quale abbiamo potuto scambiare quattro chiacchere:

Il titolo del suo libro, disINCANTO, mette in contrasto la disillusione e la meraviglia. In un mondo che spesso ci spinge verso il cinismo, come si fa a mantenere viva quella “meraviglia autentica” che nasce dalla consapevolezza dei nostri limiti?

Non credo esista una formula, e diffido di chi ne propone o, peggio ancora, ne vende.
Il fatto stesso che ognuno di noi è diverso dall’altro rende inoltre impossibile la strutturazione di un copione salvifico. Da qui il nucleo essenziale del libro: quando non possiamo cambiare le cose intorno a noi, sono il nostro approccio ad esse e la visione delle stesse che ci aiutano. Ed è proprio alla luce di questa consapevolezza che acquista senso il disincanto, inteso non come nemico da sconfiggere, ma punto di partenza.

La “meraviglia autentica” non è l’ingenuità del bambino che ignora il male; è piuttosto il coraggio di quel bambino, ormai adulto, che conosce l’ombra, spesso la teme, ma sceglie di non farsi sopraffare. Per mantenere viva la Meraviglia, non dobbiamo guardare il limite come un muro ma come una cornice.

Il cinismo è spesso una corazza che indossiamo per non sentire il peso di una società che esige performance e perfezione. Questa ossessione per l’efficienza rischia di renderci, e purtroppo in parte già l’ha fatto, individui esausti, incapaci di un ascolto autentico. Accettare di essere fragili significa smettere di “funzionare” per cominciare a “essere”.

La sua opera intreccia riflessioni personali e aneddoti con appunti di psicologia, filosofia e neuroscienze. Tutti però sono estremamente fruibili e restituiti attraverso una lente poetica. In che modo queste discipline l’hanno aiutata a decodificare il senso del “disincanto” rispetto alla semplice osservazione quotidiana?


Considero queste discipline come mappe sovrapposte, che danno senso e struttura allo sguardo quotidiano. Per me razionalità ed emozione sono facce della stessa medaglia: i dati forniscono il rigore, la sensibilità abita gli spazi tra di essi.

Nel libro cito Hegel per scardinare il pregiudizio sulla percezione: quando scrive che “non c’è nulla di più profondo della superficie”, non elogia la superficialità, ma la manifestazione della verità nel visibile.

ecodificare il ‘disincanto’ significa trasformarlo da amarezza in quella lucidità che ci permette di vedere il complesso paesaggio umano con una presenza nuova. In questa prospettiva la superficie delle cose è già, di per sé, una rivelazione importante.

Sta poi a noi scegliere se e come vogliamo scendere a fondo. E ancora una volta entra in gioco l’emozione, o meglio la capacità di emozionarsi.

Il libro è descritto come un esempio di scrittura “rifugio”, capace di offrire un luogo interiore sicuro al lettore. Qual è stata la sfida più grande nel trasformare riflessioni intime in un percorso universale in cui chiunque potesse sentirsi compreso?

La sfida più grande è stata compiere una traduzione emotiva, attingendo alla mia memoria personale. Per quanto infatti alcuni sentimenti siano universali, ognuno proietta in quello che legge i propri pregressi, la propria sensibilità, gli schemi comportamentali acquisiti nel tempo. Ho dovuto quindi spogliare le mie esperienze del fatto nudo e crudo per vestirle di emozioni in cui chiunque si riconosce. Scrivere di sé è un atto istintivo, ma scrivere per gli altri richiede il rigore di trasformare un perimetro privato in una geometria condivisa.

Osservando gli altri, ho capito che abbiamo tutti storie diverse, ma la grammatica della ricerca di senso ha diversi punti in comune. Ho cercato di sintonizzarmi su queste frequenze universali, offrendo al lettore uno specchio e non una soluzione. In fondo, un rifugio è uno spazio dove ci si sente finalmente autorizzati a essere ciò che si è.

Spero che ogni lettore trovi tra le righe le parole per la propria storia.

La sua narrazione è lontana da ogni retorica consolatoria, seppur il tono sia sempre molto delicato, quasi romantico. Perché oggi è così importante restituire dignità alle domande piuttosto che offrire risposte preconfezionate o rassicuranti?

La rassicurazione a ogni costo è una forma di pigrizia intellettuale che anestetizza l’unicità dell’esperienza. Considero il ‘preconfezionato’ l’antitesi dell’autentico. Quando si offrono risposte standardizzate o visioni uniche, si nega la complessità del vissuto individuale. Restituire dignità alle domande significa, invece, riconoscere che il dubbio è uno spazio di libertà.

Dare una visione realistica delle cose piuttosto che una buonista è un atto di onestà verso il lettore. Una risposta rassicurante chiude il discorso; una riflessione aperta, al contrario, permette di sostare nel presente e di trarre un insegnamento che sia davvero proprio, e non preso in prestito da un manuale di auto-aiuto. Anche per questo motivo alla fine di ogni capitolo ho inserito una domanda. Io stessa ho letto ognuna di queste domande a distanza di giorni, settimane, mesi, e ho dato ogni volta una risposta differente. Oggi siamo così, domani, tra un anno, tra dieci anni saremo altro, per tante variabili che entrano in gioco, a volte nostro malgrado.

Dovremmo fare pace con l’incertezza e la fragilità, oltre che con gli inevitabili cambiamenti.

Tra i temi trattati figurano il senso del tempo e la nostalgia. In un’epoca caratterizzata dalla velocità estrema, perché ha scelto di definire il suo libro come “un luogo da abitare con lentezza”?

La velocità estrema produce una forma di ‘atrofia sensoriale’: accumuliamo stimoli senza mai metabolizzarli. Ho scelto la dimensione della lentezza perché la profondità richiede radicamento. Senza una vera sosta, le parole restano informazioni sterili invece di farsi esperienza.

Il tempo della comprensione non può essere sincronizzato con quello del consumo. Invitare a una lettura lenta significa proporre un esercizio di cura contro la fruizione immediata: non si tratta di scorrere le pagine per arrivare alla fine, ma di permettere ai temi di sedimentare.

E così nella vita: se rallentiamo il ritmo della percezione, la nostalgia e il senso del tempo smettono di essere concetti astratti e diventano coordinate vive della nostra geografia interiore.

Redazione CinqueColonne

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