“Il professore di letteratura canta tango”, lo sentì in un corridoio della Facoltà, uscendo dalla lezione, uno di quei giorni di sole che invadono anche i luoghi chiusi e ti mettono nel corpo una certa allegria.
Mara aveva passato quasi tutto il giorno in Facoltà, si era fermata solo una mezz’ora per mangiare un tramezzino e bersi un caffè.
La frase la lasciò, di colpo, in uno stato di sospensione e di curiosità.
“Il professore di letteratura canta tango”. Il suo professore! Mara non si era persa nessuna delle sue lezioni, fin dal principio. Non sapeva se lui avesse colto la sua presenza però sapeva che lei, ascoltandolo, in qualche modo lo sosteneva, permetteva il flusso di parole che uscivano da lui, aprendosi passo e memoria, sorprendendo il silenzio attento, lasciando impronte nei suoi alunni.
Erano le sue, lezioni molto seguite. All’inizio le donne volevano vederlo , riposare il loro sguardo inquieto sul suo volto armonioso, incontrare i suoi occhi, seguire le sue mani sottili che in un gesto elegante scrivevano versi alla lavagna, però molto presto cominciavano ad ascoltarlo. La voce di lui diventava allora l’unica cosa che contasse, la sua voce profonda e le sue parole d’amore alla parola.
Gli uomini venivano per sfidarlo, però con il tempo, anche loro restavano catturati nella magia delle sue lezioni.
Così a Mara sembrava che il professore di letteratura avesse il potere di rinchiuderli tutti in una bolla di cristallo e di portarseli fuori dalle vecchie pareti, in viaggi immaginari e salutari, a rischio e nello stesso tempo protetti, invadendo distanze e vite, sperimentando tempi perduti e infinito presente, accumulando, non solo nella freddezza della mente ma anche nel caldo abisso dell’anima, parole e versi, metafore e racconti. Qualcosa di aristocratico viveva in lui e ora… questa cosa nueva del tango. Mara non sapeva immaginarselo, neppure decidersi a verificare dove, quando e come cantava tango. Però cercava nella voce di lui mentre spiegava in classe, il filo che le permettesse di scoprire l’uomo diverso che si nascondeva dentro il suo professore.
Aveva paura di quest’altro sconosciuto, aveva paura che la bellezza spezzata la lasciasse sola nel suo amore sterile e senza officiante. Però, a vent’anni, qualcosa nel suo sangue le permetteva rischiare. Così andò a vederlo, un venerdì notte, da sola, disse al suo ragazzo che andava a studiare con una compagna per un parziale.
Si vestì in un modo diverso: i suoi jeans e le sue camicie d’ogni giorno le sembravano bucce vuote che non raccontavano niente di lei. Scelse un vestito che le aveva regalato sua madre all’ultimo compleanno e che sul momento le era parso formale, troppo sullo stile “ragazza di buona famiglia”. Adesso appariva espressivo, le dava una chiarezza bella, risaltava l’azzurro sfumato dei suoi occhi: Mara si muoveva nelle sue pieghe come nella sua pelle. Si piacque e sorrise, guardandosi nello specchio della sua stanza. Il sorriso le restò tra lo sguardo e gli occhi, persino mentre parcheggiava l’auto vicino al locale.
Non aveva mai visto il quartiere di Palermo di notte, da sola, senza ragazzo o senza amici. Mai, nonostante si sentisse portegna in tutte le sue vene, era andata ad ascoltare tango.
Era qualcosa dei suoi genitori questo, loro ascoltavano tango e con il tango avevano a volte segnato le loro vite. Ma a lei piacevano altri ritmi e altre storie, però le piacevano como a loro le parole, fin da bambina, l’ infinita trama con la quale gli uomini osano raccontare i propri vissuti e i propri sogni.
Alcuni parenti, non i suoi genitori che tra parole belle l’avevano cresciuta, le avevano detto che una ragazza intelligente come lei poteva permettersi un’altra carriera, che la letteratura era qualcosa per falliti e morti di fame, qualcosa molto antico, di scelte perdute. Si ricordava, di quel giorno di pioggia ostinata, i discorsi intrecciati sulla sua testa. Le era piaciuto sentirsi, sapersi differente da quegli zii pieni di soldi e irrimediabilmente ignoranti, che ai suoi occhi si erano trasformati in marziani.
Ancora una volta ringraziava la sorte per essere nata nella sua casa, avere ascoltato sua madre recitare a voce alta i poemi di Becker o i dolenti versi di Alfonsina e aver imparato a leggere sulle copertine dei libri che suo padre leggeva nei suoi pomeriggi tranquilli, nella poltrona verde del salotto, vicino alla finestra che si apriva agli alberi del giardino. Quei titoli, quei nomi, Casares, Borges, Cortazar, Sabato e molti altri, permanevano nella biblioteca della sua famiglia, si poteva depositare polvere sopra di loro, mai oblio.
Molte volte si era addormentata tra le braccia di suo padre, cercando di decifrare le righe di segni oscuri che le pagine catturavano in racconti segreti. Da questa infanzia era uscito il suo amore per la letteratura, il suo impegno con un mondo spiegato attraverso le parole.
Entrò nel bar di tavolini rotondi, quasi schiacciati contro le pareti, le luci basse, un poco rosate, mischiavano in un’unica percezione gli oggetti e i corpi. Non c’erano vecchi, non c’era silenzio. I tavoli erano quasi tutti occupati, ne trovò uno sulla destra di una pedana di legno scuro, messa nel fondo della sala, un tavolo troppo piccolo che nessuno aveva voluto. Però lei era da sola e le piaceva questa vicinanza allo scenario, perturbante e esposta. Guardava la gente che la circondava, incomprensibilmente giovane, guardava se stessa, riflessa nello specchio grande, con cornice dorata, che amplificava lo spazio. Si vedeva, per la prima volta nella sua vita, di una bellezza risplendente e salvatrice.
Lo aspettò, senza contare i minuti, senza guardare nessuno se non il riflesso di tutti nello specchio.
Per un secondo l’oscurità vestì la sua attesa e dopo lo vide, in una isola di luce, vestito di nero, dentro la sua solitudine che la pedana non poteva sostenere, con un pallore accentuato che non conteneva alcuna paura, lo accompagnavano un uomo senza volto e un bandoneón che brillava nell’ombra le sue note di madreperla e di nostalgia.
Mara seppe, prima che la voce del professore riempisse l’aria, tutto quello che lui non avrebbe mai potuto dirle. La sua voce portava con sé secoli, si annodava in dolori nascosti, edificava templi a dei crudeli, rispondeva ad enigmi, le diceva a lei, solo a lei, dove il suo mistero fioriva. Non le stava insegnando niente, però lei lo seguiva, diventando ogni volta più esperta, trovando il punto dove lui poteva cantare quella povera tragica commedia umana di profughi, amanti disperati e fantasmi persi nei quartieri vecchi della città.
Mara ascoltava, raccontata nelle storie di altri, la storia segreta dell’uomo che arrivava solo a lei.
Non poteva applaudirlo, non poteva assomigliare agli altri. Lui l’aveva guardata tutto il tempo, senza mostrare sorpresa, aveva cantato per lei. Sapeva di averla confusa e esaltata, trascinata fino al cuore della sua stessa bellezza abbagliante, collocata con lui nell’incrocio di un’impossibile scelta.
“Non considero che la mia sorte terrena
abbia un poco di terra in essa,
che gli anni d’amore siano stati dimenticati
nell’odio di un minuto:
non mi lamento che i desolati
siano più felici, cara, di me,
se non perché tu soffri per il mio destino
perché sono un passante”
(Edgar Allan Poe)
Mara uscì, senza aspettarlo, nella notte che era diventata una coppa di stelle indimenticabili. La tentava camminare per le strade già quasi deserte. Però sentiva la necessità di tornare a casa sua, togliersi il suo vestito da principessa di mezzanotte e riposare.
Il giorno dopo, il suo professore di letteratura, avrebbe cominciato un discorso su Poe e lei non poteva, né voleva perdersi una sola delle sue parole.
Foto di Los Muertos Crew: https://www.pexels.com/it-it/foto/tacchi-alti-scarpe-calzature-scarpe-nere-8281154/

























