E come potevamo noi comporre un tema così intitolato? Quale esperienza o quale stimolo di fantasia poteva aiutarci?
Tema: parla della tua cameretta.
Per chi viveva in una o due stanze con la sua più o meno numerosa famiglia era davvero dura, capirete.
La mia abitazione di allora è ancora lì, con la porta al pian terreno sotto l’androne del palazzo (ex casa portiere) e le due finestre e il finestrino che danno tutt’e tre su un lato del cortile interno e che corrispondono, nell’ordine, alla prima camera (’a stanza ’e fora), alla seconda camera (’a stanza ’e rinto) e ad un terzo ambiente largo non più di un metro e lungo credo circa cinque metri, di cui i primi tre e mezzo costituivano la cucina e l’ultimo metro il gabinetto, nel quale mio padre aveva miracolosamente fatto entrare, oltre al cesso, un bidè e un piatto doccia; il lavandino si trovava nel mezzo metro residuo tra la cucina e il gabinetto, al di qua della tenda che delimitava quest’ultimo.
Di miracoli mio padre ne aveva fatti altri: sotto la finestra della seconda stanza, che era la camera da letto dei miei genitori, entrò la prima lavatrice, cilindrica, con apertura in alto chiusa da un coperchio come di pentola, marca CGE. Di fronte al letto matrimoniale c’era il comò, e di lato l’armadio. Ai piedi del letto per un certo periodo ci fu un lettino nel quale dormivo io (credo che lo montassero la sera).
Come ci stessero tutte quelle cose era davvero un miracolo. Ma anche la prima stanza non era da meno in quanto a ingegneria domestica: un tavolo tondo sotto la finestra era il tavolo da pranzo, il tavolo da cucina e il tavolo da studio: lì mia madre la mattina preparava da cucinare (tagliare ortaggi, impastare una pasta etc.), lì il pomeriggio facevamo i compiti, lì la sera mangiavamo.
La parte destra della stanza, opposta alla finestra, era capace di contenere almeno due letti: uno, singolo e fisso, era quello di mia sorella che, per essere la più grande e femmina, aveva diritto ad una sua privacy assicurata da un paravento che nascondeva il letto stesso; c’era poi un divano letto di una piazza e mezza, dove dormivano i due miei fratelli. In verità ricordo di aver dormito anch’io là con il mio fratello maggiore, forse perché il penultimo (io ero l’ultimo) poteva aver preso il capriccio di dormire ai piedi del letto di papà e mammà, cosa che poteva sembrare ad uno di noi un privilegio (ma può anche darsi che un po’ di febbre avesse consigliato i miei genitori di tenerlo con sé per qualche notte).
I ricordi sono alquanto sfocati. Posso solo immaginare tutte le manovre che sicuramente avvenivano la sera per trasformare due ambienti da giorno in due camere da letto-dormitorio, o quelli del mattino per ritrasformare gli stessi due ambienti da notte in ambienti giorno. Ricordo però alcuni colori: il ripiano del tavolo tondo era di un impasto marmorizzato sul verde, il divano letto era di finta pelle rossa, e il paravento aveva disegni paesaggistici il cui colore preminente era un celeste pallido.
Alla richiesta di parlare della propria cameretta in un tema, perciò, la reazione di uno scolaro come noi (e c’era anche chi viveva in un basso di una sola stanza) poteva essere di tre tipi:
1. Ribellarsi, gridare e recalcitrare, e scrivere a chiare lettere che “io la cameretta non ce l’ho” (magari, più efficacemente, “non c’è lò” o, meglio, “non c’elò”).
2. Sentirsi inadeguato per non avere la cameretta necessaria a svolgere il tema e cadere in un profondo silenzio-avvilimento, fino a consegnare un foglio bianco o, peggio, qualche striminzita descrizione rabberciata e fuori luogo (ad esempio, descrivendo la camera da letto dei genitori o quella da pranzo dove la sera comparivano brandine e/o poltrone-letto).
3. Alzare un dito e, nel caso la maestra-suora (siamo in un istituto privato negli anni ’50, non l’ho ancora detto?) veda il dito e abbia la compiacenza di dire “Sì? Dimmi”, evidenziare il problema in forma di rispettosa domanda e generalizzando il più possibile per non scoprirsi troppo: “Suora, e se qualcuno la cameretta non ce l’ha?”.
La prima di queste reazioni era tipica del mio fratello maggiore, che, ad esempio, quando si trattò di comporre un tema sui fiori, seppe scrivere che i fiori non gli piacevano perché si portano al cimitero e dopo tre giorni puzzano, per cui fu rimandato in italiano.
La mia reazione invece oscillava tra la seconda e la terza tipologia. Quando, dopo molto travaglio interiore, riuscii ad alzare il dito e a formulare la domanda, la suora (di cui non ricordo né il nome né la faccia) mi rispose con naturalezza: “Usa un po’ di fantasia, no?”, con il duplice effetto di farmi sentire stupido e di neutralizzare in pieno il mio tentativo di astrazione con quel “tu” diretto che sottintendeva: “Ho capito che parli di te, sei tu che non hai la cameretta, stupido inadeguato esserino che non sei altro!”.
Non ricordo cosa scrissi in quel tema.
Foto di www.kaboompics.com: https://www.pexels.com/it-it/foto/penne-matite-colorate-flat-lay-pennelli-5208353/


























