Sono 138 milioni i bambini tra i 5 e i 17 anni coinvolti nel lavoro minorile nel mondo. Il dato, riferito al 2024 e riportato da un’analisi pubblicata da Our World in Data sulla base dei dati ILO e UNICEF, corrisponde a circa l’8% di tutti i bambini di questa fascia d’età. Un numero enorme, equivalente a circa 2 milioni di autobus scolastici pieni.
Il dato assume un significato ancora più rilevante considerando che gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite fissavano al 2025 il traguardo dell’eliminazione del lavoro minorile in tutte le sue forme. Un obiettivo che, alla luce dei numeri attuali, non è stato raggiunto.
Che cosa si intende per lavoro minorile
Il concetto di lavoro minorile non comprende indistintamente qualsiasi attività svolta da un bambino. La definizione internazionale tiene conto dell’età, del numero di ore lavorate e della natura dell’attività.
Secondo i criteri adottati dalle Nazioni Unite, qualsiasi attività economica svolta da un bambino di età inferiore ai 12 anni viene considerata lavoro minorile. Tra i 12 e i 14 anni, invece, il lavoro non pericoloso rientra nella categoria quando supera le 14 ore settimanali. Dai 15 anni, il lavoro non pericoloso non viene generalmente classificato come lavoro minorile.
Esiste poi la categoria del lavoro pericoloso, che comprende attività svolte in settori o occupazioni rischiose e, indipendentemente dalla tipologia, anche il lavoro che raggiunge almeno 43 ore settimanali.
54 milioni di bambini svolgono lavori pericolosi
Dei 138 milioni di bambini classificati come lavoratori minorili, 54 milioni sono coinvolti in attività pericolose. Si tratta di circa il 3% dei bambini tra i 5 e i 17 anni nel mondo.
Gli altri 84 milioni svolgono invece lavori non pericolosi che rientrano comunque nella definizione di lavoro minorile soprattutto perché i bambini sono troppo piccoli oppure perché lavorano per un numero eccessivo di ore. In questi casi, il problema non è necessariamente la pericolosità dell’attività, ma ciò che essa può sottrarre all’infanzia: scuola, riposo, gioco e socializzazione.
L’agricoltura è il settore più coinvolto
Una delle immagini più comuni associate al lavoro minorile è quella dei bambini impiegati in fabbriche, miniere o cantieri. Queste situazioni esistono e rappresentano alcune delle forme più gravi, ma costituiscono soltanto una parte del fenomeno.
Circa sei bambini su dieci coinvolti nel lavoro minorile lavorano nell’agricoltura o in altre attività agricole. Molti sono impiegati nelle aziende familiari e nelle piccole attività agricole di sussistenza. Per esempio, anche un bambino di 11 anni che aiuta quotidianamente nella fattoria di famiglia può rientrare nelle statistiche, pur svolgendo attività non pericolose.
Il lavoro domestico resta in gran parte invisibile
Le statistiche internazionali presentano inoltre alcuni limiti. Le attività domestiche svolte nella propria abitazione, come cucinare, pulire o occuparsi dei fratelli, non vengono normalmente conteggiate come lavoro minorile secondo questa definizione.
Questa scelta ha conseguenze soprattutto sulla rappresentazione del lavoro svolto dalle bambine, che sono maggiormente coinvolte nelle attività domestiche non retribuite. Inoltre, alcune delle forme più gravi, come tratta e lavoro forzato, possono sfuggire alle indagini basate sui nuclei familiari.
Un fenomeno, molte realtà diverse
Il dato dei 138 milioni racconta quindi una realtà molto più complessa di quanto possa sembrare. Il lavoro minorile comprende sia bambini esposti a condizioni estremamente pericolose sia minori che svolgono attività non rischiose, ma in un’età o per un numero di ore che può compromettere il diritto all’istruzione e al tempo libero.
Per affrontare il fenomeno non basta dunque una sola strategia. Servono interventi contro lo sfruttamento e il lavoro pericoloso, ma anche politiche capaci di ridurre la povertà, migliorare la produttività agricola e garantire l’accesso alla scuola. Perché dietro quei 138 milioni di bambini non c’è una sola storia, ma milioni di infanzie alle quali il lavoro può sottrarre opportunità fondamentali.























