Lermentov, quello del Giardino dei ciliegi.
Ti sbagli ancora e lo urlavi. V’erano tormenti
sopra e sotto i tigli, un mucchio di blasfemie
nelle sere di giugno ai rintocchi dell’ultima
primavera. Stringi i denti, i pugni, fai l’esegesi
di un amore qualsiasi, i rammenti restano.
Come resta la cinghia sul collo di Esenin,
i sonni della tua nuca riversa nel davanzale,
stringere un corpo farlo rabbrividire.
Erano stelle le lacrime, pioggia i capelli,
la luce del frigorifero illumina la tomba
del tuo primo bacio. L’hai dato a quel
libro dopo tre pagine, il mio se ne sta
sul giradischi tutto consumato. Puoi
dirti di essere felice mai felici gli altri.
Girano ancora i notturni, gli scorni,
i poeti argentini, recitano bene le nuvole,
risalgono i salmoni e gli ami sono i nostri.
Ad abboccare la sola morte.
Foto di Pixabay: https://www.pexels.com/it-it/foto/testo-nero-su-sfondo-grigio-261763/






















