ll nuovo parroco di San Giovanni, don Faustino Cocozza, apprezza molto la devozione di Francesca, si informa dei suoi cari e, soprattutto, di Maria scuotendo la testa: “Una così brava ragazza destinata a soffrire! Che deve vivere nel peccato. La punizione celeste arriva sempre!” Don Faustino, nativo di Foggia, prima di essere spedito in guerra come cappellano militare, è stato il vicario di don Michele Modica e, dopo il congedo, ha ripreso le sue funzioni.
Perciò, quando don Michele ha reso l’anima al Signore durante l’epidemia, è apparso scontato chidovesse essere il parroco di San Giovanni e il vescovo ha così motivato la nomina:” Essendo vacante la sede parrocchiale di San Giovanni Battista, per la sopraggiunta morte del preposto don Michele Modica, che ha esercitato il suo ufficio con dedizione fino a quando non è stato accolto nella pace del Signore, nominiamo in essa come parroco don Faustino Cocozza, sicuri che sia idoneo alla cura della comunità dei fedeli, in quanto ha dato prova dell’attitudine al suo sacro compito e del suo valore, sia da vicario, affiancando con zelo il nostro caro fratello don Michele, sia da cappellano militare nel 56^ Reggimento degli Alpini, ispirando nei soldati l’amor di Dio e della Patria.
Durante il sopraddetto ufficio riportava una grave ferita e per il suo eroico comportamento meritava il riconoscimento della Croce di ferro…” Don Faustino è scontento e non trova pace, non per i postumi della ferita alla gamba, che lo costringono a zoppicare, anzi ne è fieramente orgoglioso, ma per le difficoltà che incontra nel suo ministero.
Negli ultimi tempi don Michele, vecchio e sempre più stanco, ha limitato il suo compito al minimo indispensabile, soprattutto da quando don Faustino è andato in guerra: certo, curava l’archivio parrocchiale, celebrava la messa, pochi matrimoni, qualche battesimo, molti funerali, ma trascurava la pastorale verso i non credenti, i giovani e gli anziani, e, per giunta, la catechesi per la preparazione ai Sacramenti si era ridotta alla consegna di libretti esplicativi a persone, che molto spesso non sapevano leggere, e alla collaborazione di vecchie fedeli, che anche ora frequentano assiduamente la chiesa e ormai conoscono a memoria le preghiere in latino, senza peraltro comprenderne il senso.
Da quando ha assunto il suo pieno incarico, don Faustino ha notato nei suoi parrocchiani un allontanamento progressivo dalla Fede e dalla pratica religiosa. Sia la guerra con il suo carico di morti, sia l’epidemia Spagnola, che ha mietuto vittime tra i più deboli, ovvero i vecchi e i bambini, influiscono certamente sul fenomeno, nuovo per un ambiente caratterizzato da una tradizionale, fervida e ingenua devozione, al punto che molti pensano che Dio si sia dimenticato del suo popolo. A nulla sono servite processioni e preghiere: la chiesa resta sempre desolatamente vuota. Soltanto anziane donne, come Francesca, perseverano nella loro Fede nel Padre celeste, pregano con più acceso fervore durante le funzioni, per far arrivare la loro voce fin Lassù, in Paradiso.
Tutto ciò a don Faustino non basta, non si rassegna al fatto di non riuscire ad influire sull’animo di quei contadini ignoranti, mentre, in guerra, è stato capace di riportare sulla retta via tanti soldati, incalliti bestemmiatori, e di radunarli in devota preghiera nelle fangose trincee. Forse è stata l’autorità della divisa del cappellano o, più verosimilmente, l’idea e il timore della morte imminente a spingere quei rudi soldati ad accogliere il messaggio cristiano della redenzione, ma don Faustino è convinto che la sua eloquenza, l’esempio della sua integrità morale e della sua Fede incrollabile li abbiano ispirati.
Sicuro della bontà dei suoi programmi e della protezione divina, si attende la chiesa affollata di fedeli; ha in mente tante brillanti iniziative: non solo intende impegnarsi in tutte i compiti che don Michele ha, colpevolmente, a suo avviso, trascurato, ma anche curare l’assistenza ai poveri con l’aiuto di volontari, impartire l’insegnamento della Religione nelle scuole comunali, che i laici avevano tentato di abolire, relegandolo ai soli istituti confessionali, e poi organizzare feste popolari, riunioni di preghiera, pellegrinaggi in luoghi santi, soprattutto ora che, a Dio piacendo, è scoppiata la pace, è passata l’epidemia e perciò bisogna tornare a vivere per la gloria del Signore. Si apre un mondo nuovo in cui i più forti, i più obbedienti alla sacra parola trionferanno.
Così ha deciso di riprendersi i fedeli casa per casa ed anche Maria rientra nei suoi progetti. Approfittando del rito pasquale della benedizione delle famiglie, una mattina si presenta al casello. Maria, smagrita e pallida, resta intimidita, quasi spaventata, dinanzi a quell’uomo in tonaca nera, alto e imponente, dal lungo naso, i capelli cortissimi sotto il cappello da prete, gli occhi neri e scintillanti, che, zoppicando, brandisce un nodoso bastone. Lo accompagna un chierichetto che regge il turibolo, il secchiello con l’acqua benedetta in cui è immerso l’aspersorio. “Pace a questa casa! Figliola, non temere. Non ricordi? Sono don Faustino, il nuovo parroco di San Giovanni, al posto di don Michele. Dio l’abbia in gloria. Sto visitando le case della parrocchia, per portare la benedizione alle famiglie e annunciare la pace di Cristo.”
Maria lo invita ad entrare e don Faustino attraversa con decisione la cucina e le altre stanze, asperge con l’acqua benedetta tutta la casa e i suoi abitanti, mormorando frettolosamente la formula della benedizione delle famiglie, mentre il chierichetto agita il turibolo e diffonde ovunque le volute di fumo dell’incenso bruciato. Genoveffa e Antonio seguono incuriositi ogni gesto del prete, resi silenziosi da quella figura in nero che è entrata in casa loro con fare da padrone e, ora, li sta bagnando e affumicando tutti. Quando ha concluso rapidamente il rito, don Faustino intima al chierichetto:” Aspettami fuori in giardino e prenditi cura dei sacri oggetti della chiesa!” Il chierichetto esce sollecito, mentre don Faustino, in tono più gentile e quasi complice, si rivolge a Maria.
“Manda fuori i bambini, devo parlarti.” Poi si accomoda sull’unica poltrona davanti al camino acceso, con una smorfia di dolore allunga verso il fuoco la gamba offesa, dopo aver poggiato il bastone sul bracciolo della poltrona. ” Figliola, un sorso di vino, se non ti dispiace.” Maria, anche se stupita da quell’inusuale comportamento, obbedisce senza indugio, gli offre un bicchiere del vino che Ottone conserva per le occasioni speciali, poi prende per sé una sedia, la colloca di fronte al prete e si siede sulla punta per riuscire a poggiare i piedi a terra, in silenzio e in attesa.
Come se fosse in Confessione. Ottimo il tuo vino, ma tu non mi fai compagnia, cara figliola? Ti vedo un po’ pallida, eppure sei proprio una bella ragazza. Ottone dovrebbe prendersi cura di te e anche della tua anima.” inizia a dire don Faustino, prendendo le mani di Maria tra le sue e accarezzandole. “No, io non bevo.” risponde seccamente Maria che trova quell’invito irrispettoso per il modo in cui è stato espresso, e ritira le mani.
Don Faustino, fingendo di non essersi accorto della ritrosia di Maria, continua:” Ho saputo che della morte di tuo figlio per la febbre spagnola, un grande disgrazia, ma ora è tempo di riprendere a vivere, sei giovane e devi meritarti la protezione divina. Io ti sono vicino con l’amore che mi è ispirato dal Padre Celeste e la benedizione di oggi è il segnale che in questa casa dovrà iniziare un nuovo corso.
Non mi sembra, però, che Ottone ti aiuti ad allontanare da te l’ira di Dio, se continua ostinatamente a rifiutare il Sacramento del matrimonio. Sei stata già punita abbastanza con la malattia e la morte del tuo bambino, ma ti è stata offerta la possibilità di riparare ai vostri errori con la nascita di quei bimbi belli ed in buona salute, che ora stanno giocando in giardino. Devi proteggerli riparando alla vostra colpa e rendendo benedetta la vostra unione peccaminosa.”
Maria, dimenticando la prima irritazione suscitata dal comportamento del prete, nel sentir rievocare la sorte di Francesco, piange tutte quelle lacrime che non è mai riuscita a versare ed avverte tutto il peso del senso di colpa per la perdita del suo bambino, che le parole della madre hanno già provveduto ad alimentare. Don Faustino si rende conto che l’opera di persuasione è avviata al successo e addolcendo il tono della voce: “Abbi fede nel perdono di Dio. Il tuo bambino è nel coro degli angeli in Paradiso, vieni in chiesa e gli chiederemo di proteggere i suoi fratelli come angelo custode e di darti la pace. Poi penseremo a santificare la vostra unione. Ti aspetterò con gioia.”
Maria acconsente alle parole del prete con cenni della testa, senza riuscire a parlare né a pensare, ma don Faustino si ritiene soddisfatto del risultato raggiunto, si alza in piedi con piglio autoritario, recupera il bastone e, afferrando le cinque lire preparate da Maria sul tavolo della cucina, come offerta alla chiesa per i poveri, prima di uscire le ricorda: “Domenica vi voglio alla Messa! La pace sia con te!” Altro che pace! Se Maria, col passare del tempo dalla morte del bambino, ha ritrovato un po’ di tranquillità, cercando di dimenticare, di non porsi domande alle quali non trova risposte, dopo l’incontro col prete ripiomba nell’abisso della sua disperazione.
Ottone torna dal turno di notte, si stupisce di trovare i figli ancora in giardino, perché è già ora di pranzo, e in tono burbero ordina loro di rientrare in casa. Nessuna pentola è sul fuoco, mentre Maria è ancora seduta sulla sedia, gli occhi rossi di pianto, immobile “Che è successo? E che è questo odore?” Maria non risponde, Genoveffa lo fa per lei: “È venuto l’uomo nero, ha affumicato tutta la casa.” “Che significa? Vieni, Maria, andiamo a parlare in camera nostra, e voi, bambini, restate buoni in cucina.” Ottone chiude la porta della camera da letto e spalanca la finestra per arieggiare l’ambiente: “Allora? Chi è l’uomo nero? Che ti ha fatto?” “Il prete non c’entra, ha fatto solo la benedizione, gli ho dato un bicchiere di vino buono e cinque lire per i poveri…”
Ottone la interrompe: “Hai aperto il vino buono e hai dato cinque lire a quel prete? Ma lo sai quanto mi pagano? Vedi se uno non può stare tranquillo a casa sua!” E poi accorgendosi dell’aspetto mortificato di Maria: “Ormai è fatta. Continua!” “Don Faustino se n’è andato subito, sono io che sto male.” Ottone si avvicina per consolarla e abbracciarla, ma Maria si scosta furibonda: “Non toccarmi mai più! Siamo maledetti.” Ottone non si rende conto di quel che sta accadendo: prima di andare al lavoro, lei l’ha salutato con un bacio e ora la ritrova così ostile. Forse è perché l’ha rimproverata? No, stava male da prima. Decide di non forzarla e torna in cucina a preparare il pranzo, mentre Maria rimane chiusa in camera per tutto il giorno.
Ottone va a letto presto: l’indomani ha il turno di mattina, ha bisogno di riposare, è stanco per il lavoro notturno e quella giornata densa di preoccupazioni. Vorrebbe parlare con la moglie, capire il motivo del suo comportamento. La trova a letto, si spoglia anche lui e pensa che, forse, come è già accaduto altre volte per qualche piccolo dissapore, fare all’amore avrebbe potrebbe calmare Maria e pacificare gli animi, ma non appena allunga la mano per una rapida carezza, Maria si allontana e gli volge le spalle.
Ottone sente la sua voce lacrimosa e impaurita, come se lui stesse esercitando su di lei una qualche violenza:” Non voglio!” Ottone si ferma, si gira dall’altra parte per cercare un riposo che per quella notte non arriva. Passa una settimana secondo le stesse modalità: nessuno dei due parla o mostra segnali di volerlo fare. Ottone non insiste nei suoi approcci né chiede spiegazioni; preferisce che Maria ritorni spontaneamente sui suoi passi, è convinto di non aver fatto nulla di male, ha sempre rispettato la moglie e non le ha fatto mai mancare nulla, anche se i soldi sono pochi.
Certo è un uomo di poche parole, ma non ha vizi, è tutto lavoro e famiglia. Sospetta che in tutta la storia, anche ora, come è avvenuto in passato, ci sia lo zampino di Francesca, in combutta con quel verme del prete. Perciò una sera, invece di mettersi a letto in silenzio accanto a Maria, resta in piedi e in tono deciso le ingiunge:” Maria, non fingere di dormire e guardami in faccia. Adesso mi dici che succede, se no, quant’è vero Iddio, faccio un macello.”
Certamente una minaccia nel nome di quel Dio, sulla cui esistenza Ottone ha sempre manifestato tanti dubbi, non dovrebbe avere per lui un gran valore, comunque sortisce il suo effetto. Maria scoppia a piangere e, tra i singhiozzi, racconta dei suoi tormenti, del suo senso di colpa, del desiderio di recuperare la fede perduta, di invocare liberamente la protezione divina per i bambini e di sposarsi in chiesa, perché si sente nella condizione di peccato mortale.
E poi quel matrimonio civile, dopo quello per procura quando lui era in America, non le è mai apparso vero, soltanto con due testimoni e i genitori, indossando il vestito della domenica. Senza abito da sposa, senza festa, senza musica, senza canti e balli. In Maria la sofferenza indicibile per la perdita di Francesco, la certezza di vivere in peccato mortale, la responsabilità di terribili conseguenze, tutti sentimenti nuovi, si confondono con l’antica e sopita delusione, provata al tempo del matrimonio, che nei suoi sogni doveva essere meraviglioso e si era rivelato una semplice formalità, come se tutti provassero vergogna per quella scelta.
È un fiume in piena, trova le parole mai dette per esprimere sentimenti celati, che fino ad ora si sono agitati in modo confuso in fondo al cuore, dei quali nemmeno lei era pienamente consapevole. Ottone l’ascolta stupito, gli sembra di non riconoscere più la ragazza docile e umile che ha sposato. “Perché non me l’hai detto prima? Troveremo una soluzione e faremo come vuoi tu. Ti accompagno alla chiesa e facciamo pure il matrimonio. Te lo prometto.” Per accontentarla.
Ora Ottone deve trovare una soluzione e farlo anche in fretta. Prima che a Don Faustino venga l’idea di annunciare nell’omelia di Pasqua la notizia del prossimo matrimonio, così non si potrà sottrarre e dovrà sprecare una montagna di soldi. Don Faustino gli aveva chiesto più volte di essere dato una mano per sistemare la scala di legno che parta al campanile, legno vecchio, pericoloso ed il sacrestano non vuol salire a suonare le campane, anche il vecchio sistema di corde e tutto marcio. Una chiesa senza suono delle campane non si è mai vista. Ottone prende la cassetta degli attrezzi la bicicletta ed va in paese. La chiesa di San Giovanni è aperta, ma Don Faustino non c’è, è in giro a benedire le case.
C’è il sacrestano, secco secco, sta preparando i sepolcri per il rito del giovedì santo. Ottone: “Son venuto a riparare la scala che porta alle campane,” Ottone si mette a lavoro e sistema tutta la scala, ora è solida, tutta, tranne l’ultimo tratto che è imbullonata alla soglia della porta che conduce al locale delle campane. Saluta il sacrestano: “Ho riparato la scala,se vuole Don Faustino può salire , è solidissima, le corde le porto domani.
Le ho dovute ordinare” Ottone sa bene il lavoro che ha fatto I bulloni sono nuovi, ma senza dado nella parte posteriore. Basta un peso supeiore ai 70 kg, la scala fa leva, saltano via i bulloni, l’ultimo tratto della scala si piega in avanti ed ll malcapitato cade giù in basso dopo un volo di 40 metri E don Faustino pesa oltre 90 kg. Quella Pasqua fu ultima di Don Faustino nella Chiesa di San Giovani, non sull’altare , ma al centro della navata in una bara.


























