Non gliel’ho manco fatta finire, la frase. Gli ho dato uno schiaffo secco in faccia che non ha neanche capito da che parte gli stava arrivando. Poi hanno fatto la solita pagliacciata, i suoi amici che facevano finta di trattenerlo, perchè altrimenti sai che paura che mi faceva. Io e i miei due che invece ce ne siamo andati senza neanche voltarci a guardarli, mentre quello strillava chissà che, invece di ringraziare il suo Dio che a me non andava di sporcarmi col suo sangue le scarpe nuove.
Mi sono voltato una volta sola, ho guardato quelle due per le quali ero arrivato fino lì, piangevano e strillavano e si stringevano tra loro, come se l’amichetto gliel’avessi ammazzato per davvero. Gli ho detto solo <Quando vi volete divertire per davvero basta che venite a cercarmi al Quarticciolo. Chiedete di Antilope, tanto lo sanno tutti dove sto. Venite, almeno un po’ di cazzo lo conoscete per davvero, no come co’ ‘sti quattro frocetti.>
Antilope. Cazzo, è proprio un bel nome, no? Antilope. Che poi pare impossibile, ma me l’ha dato un prete questo nome, quindi è come se mi avesse battezzato un’altra volta. Io da ragazzino correvo veloce, corro veloce anche adesso. Per noi ragazzini non c’era niente da fare i pomeriggi al Quarticciolo, solo andarsi a sbattere al muretto o giocare a pallone nei cortili, stretti tra quattro muri dove non arriva mai il sole. Però dietro la parrocchia c’era un campo vero; insomma, uno spiazzo che assomigliava a un campo di calcio. Con i pali delle porte e quando c’era tempo e voglia e arrivava una squadra di un’altra parrocchia a giocare c’erano pure le righe bianche di calce per terra a dire dove stava la fine del campi, l’area di rigore e dove il centrocampo.
Mi è toccato pure a me farmi la prima Comunione come tutti i ragazzini, allora mentre facevo catechismo sono stato preso a giocare nella squadra della parrocchia. Quando il prete si è accorto di come ero veloce mi ha messo nome Antilope. Lui diceva che era meglio di Kevin ed era più adatto. Di tutte le stronzate che ti raccontano sempre i preti lui almeno una cosa giusta l’ha detta. Mi aveva messo a giocare all’ala e mi faceva correre e correre avanti e indietro, avanti e indietro, io ero tutto contento perchè agli altri aveva detto <Appena vi arriva la palla la passate a lui e lui la porta fino in fondo e poi la mette in mezzo, così facciamo gol.>
Io correvo avanti e indietro, anche quando la palla non me la passavano, ero sempre pronto ed ero contento e mi sentivo importante. Il prete strillava dalla panchina e urlava <Vai, vai, corri Antilope, corri!>
Mia madre non ci è mai venuta a vedermi giocare, le madri degli altri ci venivano, e portavano la borsa e poi entravano negli spogliatoi a lavare i figli e rivestirli, quelle cose lì, la mia non c’è venuta mai. A me non mi lavava mai nessuno e mi spogliavo e mi vestivo da solo, senza vergognarmi di rimanere nudo come un verme davanti ai compagni di squadra e alle loro mamme. Che le stronze si sono anche lamentate che io ero in squadra e che mi spogliavo, che sputavo per terra e che dicevo un sacco di parolacce e qualche volta mi avevano anche sentito bestemmiare Dio e la Madonna.
Sono andate dal prete e gli sono andate a dire che non andava bene, che mi doveva cacciare dalla squadra e dal catechismo. Io non lo so, cosa gli ha risposto quello, che poi non è che davanti a lui non dicessi parolacce. Bestemmiare no, davanti a lui non ci riuscivo, perchè è stato l’unico che mi faceva vergognare di farlo. Ma ero piccolo e allora ci stava che potessi vergognarmi. Adesso bestemmierei anche davanti a lui. O forse no, perchè lui mi aveva regalato le scarpe da calcio con la borsa e il completo, me li aveva regalati perchè quando avevo chiesto a mia madre di comprarmeli c’era mancato poco che mi menasse.
Ero andato da lui a dirgli che non potevo più giocare, perchè non avevo i soldi per comprarmi quella roba, non piangevo, io ho imparato presto a non piangere, a rimandarmi giù le lacrime e farmele bruciare dentro come fossero di acido. Ma meglio dentro che fuori a far vedere che ero un debole.
Lui non aveva detto niente, era uscito dalla stanza e mi aveva lasciato lì a farmi tremare il mento, poi era rientrato e in mano teneva una borsa colorata. Dentro ci stava una maglietta nuova con il numero 7.
<Allora non hai capito, Don Coso, io non ce l’ho i soldi per pagare questa roba.>
<L’ho capito, Antilope. Ma non ti preoccupare, la ripagherai correndo. Magari cerca pure di dire meno parolacce.>
Capito? Anche in sagrestia mi chiamava Antilope.
Quel prete è stato l’unico che in qualche modo mi abbia regalato qualcosa nella vita. Più delle scarpe da calcio e del giocare a pallone, più di tutto mi ha regalato il nome. Se non era per lui adesso mi sarei chiamato ancora Kevin. Invece io sono Antilope.
Poi quel prete lo hanno mandato via. A me piace pensare che magari è stata anche per colpa mia, se l’hanno cacciato, almeno avrebbe avuto un senso tutto quello che faceva. Mica solo per me. Lui era l’unico, prete o no, che andava a parlare con le mignotte sulla Togliatti, mica per farle smettere di battere, solo per farsi raccontare come ci erano finite, lì, forse pensava che le cose che si capiscono si risolvono e si aggiustano. Andava anche a raccattare i tossici negli angoli più bui dei cortili del Quarticciolo, senza fargli prediche li rimetteva in piedi. Faceva giocare a pallone quelli come me, senza farci pagare, neanche in preghiere. Solo correndo.
Il prete che è arrivato dopo era l’opposto, uno tutto sorrisi e moine, tutto carezzine e tonaca nera, tanto nera che pareva un corvo lucido. Quello di prima pure sorrideva, ma solo a noi ragazzini, alle mignotte e ai tossici. Mica sorrideva a quelli che andavano a baciargli la mano alla fine della Messa, anzi, quello di prima la mano non l’ho visto mai farsela baciare da nessuno.
Meno male che la prima Comunione sono riuscito a farmela con il prete vecchio, perchè quello che è arrivato dopo mi ha cacciato alla prima parolaccia e io in parrocchia non ci sono più tornato neanche per sbaglio. L’unica soddisfazione che mi sono preso è che con il prete di prima si vinceva sempre, insomma, quasi sempre il campionato delle parrocchie. Con questo dopo due anni la squadra l’hanno sciolta e adesso il campetto di calcio sembra un prato di sassi e cicoria. Io mi sono tenuto le scarpe da calcio e la roba, sta ancora lì dopo tanto tempo, che poi non è che di tempo ne è passato tanto. Ma a me pare lo stesso che quella era un’altra vita. Ero un altro io.
Le elementari le ho finite che dovevo compiere tredici anni. Secondo me più perchè mi hanno voluto cacciare via che perchè ho superato gli esami. Alla terza volta che facevo la quinta le cose che sapevo erano meno di quelle che avevo imparato alla prima volta, le poche utili me le ero dimenticate. Di farmi fare le medie non se n’è parlato proprio. Tanto non c’erano neanche i soldi per i libri e queste altre cose qui. Quella stronza di mia madre ha campato male per un sacco di tempo, con la paura che arrivassero gli assistenti sociali a portarmi via, perchè non mi aveva iscritto alle medie. Io non lo so se avevo paura anche io che mi portassero via o se invece speravo. Magari adesso sarei stato un altro e magari mi sarebbe andato tutto meglio, o tutto peggio.
Comunque non è mai venuto nessuno. Gli assistenti sociali al Quarticciolo non ci entrano, il Quarticciolo per guardie, assistenti sociali e gente così è come un fortino nemico, hanno paura perfino di entrarci dentro. Magari vanno dagli zingari, che quelli quando arrivano le guardie fanno i cani morti e abbassano gli occhi. Noi no, noi ringhiamo.
Io dico sempre, più o meno, la verità. Anche perchè ho scoperto che quasi sempre è la cosa che fa più male, quando vuoi veramente fare male. A volte fa più male delle botte. Ad esempio con mia madre, quando ho dovuto imparare a difendermi da lei.
Quando ero più piccolo mi gonfiava di botte. Bastava un niente, certe volte veramente un niente. Nel senso che non c’era neanche bisogno che facessi qualcosa, mi bastava non fare nulla e lei mi menava perchè le girava così, perchè si voleva vendicare su di me per il torto che si era fatta a rimanere incinta. Adesso la gente la compatisce, qualcuno pensa che io non me ne accorgo, ma io ho gli occhi e le orecchie dappertutto qui al Quarticciolo e le sento le voci di questi quattro stronzi falliti, che dicono che “povera donna, si ammazza di fatica, un figlio così non se lo merita”.
Ma che cazzo, ma perchè, io una madre così me la sono meritata? Andateve a fare in culo, voi e tutti gli altri. Ma qualcuno mi ha chiesto se volevo nascere? Se volevo vivere così? Manco il nome mi ero potuto scegliere, per questo me lo sono cambiato. Antilope, mi chiamo così, io mi chiamo Antilope.
Loro dicono che mia madre ha rinunciato alla giovinezza per “colpa mia”. Colpa mia un pàr di palle. Anche perchè ma quale giovinezza? Qui? Ma perchè è giovinezza quella che si vive qui?
Quando io sono nato lei aveva poco più di sedici anni. Di cosa dovrei essere colpevole, io? Che lei si sia fatta scopare da uno che non era neanche del quartiere? Perchè di questo sono sicuro, fosse stato uno di qui, qualcosa si sarebbe saputo, in qualche modo non sarebbe potuto scappare. La stronza l’ha anche data via a uno di fuori.
Mio padre nulla. Mio nonno ancora meno. Almeno di lui so che è morto prima ancora che io nascessi. Qualcuno ha provato a raccontarmi che era un brav’uomo. Invece io sono sicuro che non valeva un cazzo, altrimenti non sarebbe rimasto qui in questo quartiere e non avrebbe permesso che sua moglie e sua figlia ci rimanessero dopo che lui era morto. Adesso so che era solo un vecchio rubagalline manco capace di fare il ladro sul serio, uno che campava di furti da ragazzini e dell’elemosina di qualche coglione che credeva alle sue lacrime finte. Io so che era un parassita che si approfittava dello stipendio della moglie e della figlia, che le mandava a lavare le scale dei palazzi per poi andarsi a spendere tutto all’osteria e con qualche mignotta, che qui intorno le mignotte non sono mai mancate.
Sempre mignotte di ultima categoria, impestate di piattole e malattie, prima vecchie italiane cacciate dai casini, adesso nigeriane e froci che fanno finta di essere donne. Roba che io non le toccherei manco con un bastone lungo due metri. Mi pare di vedercelo mio nonno, entrare arrogante dentro l’osteria, bere vinaccio urlando con altri come lui che lo prendono per il culo e poi uscire barcollando, andare a farsi fregare gli ultimi spicci da qualche troia dalle parti del mattatoio per poi tornare in questo buco di casa appoggiandosi ai muri per non cadere. Il giorno dopo menare la moglie e mia madre, accusandole di avergli rubato i soldi. I loro soldi, quelle che quelle due serve gli avevano messo in tasca dopo esserseli guadagnati facendo le schiave.
Mi sa che mio padre invece è uno che viveva in qualcuno dei palazzi fuori dal Quarticciolo dove mia madre andava a lavare le scale. Anche perchè al Quarticciolo le scale non abbiamo nessuno che viene a lavarle, se ne hai voglia te le lavi da solo. Magari mio padre è uno che mia madre vede ancora, perchè tanto quello mia madre fa ancora, si alza alle quattro e va in giro per palazzi a lavare le scale incollandosi i secchi, i detersivi e gli scopettoni. Fino alle undici di mattina, un portone dopo l’altro.
Qualcuno scende le scale mentre lei sta ancora passando lo straccio, manco la salutano perchè la considerano peggio dell’acqua sporca del secchio. Lei invece dice “buongiorno” con lo sguardo basso, perchè si vergogna di farsi vedere la faccia. Io queste cose le so perchè da ragazzino quando non aveva nessuno a cui mollarmi, magari mia nonna non mi poteva tenere o ci aveva litigato, allora mi si doveva portare dietro. Mi poggiava su uno scalino, seduto. <Statti zitto e non fiatare, se passa qualcuno non lo guardare e fai finta di niente.>.
Io così facevo, senza manco un giocattolino o un giornaletto da tenere nelle mani, stavo lì per ore, passando da un palazzo all’altro, zitto a guardare le mosche che volavano in quegli androni di marmo così diversi dagli ingressi delle palazzine popolari del Quarticciolo. Ogni tanto vedevo uscire qualcuno, che lasciava le impronte delle scarpe sporche e sentivo dall’alto il mormorio di mia madre che sacramentava a bassa voce perchè le avevano sporcato gli scalini appena puliti.
Allora mi veniva da piangere, sapevo che poi quando sarebbe finalmente scesa fino da me sarebbero stati pizzichi di rabbia sulle gambe o sulle braccia, per sfogarsi della vita di merda che faceva. Quando me li dava con quelle sue dita dure e cattive mi veniva da piangere ma non mi facevo uscire una lacrima, manco un lamento, perchè altrimenti invece dei pizzichi ci avrei rimediato qualche schiaffo, sentendomi sibilare in faccia <Zitto! Capito? Zitto o ti faccio peggio!>.
Magari qualcuna di quelle volte accanto a me c’è passato mio padre. Magari è stata quella volta che mia madre quando è arrivata giù mi ha detto un sacco di parolacce senza nessuno motivo e mi ha dato un sacco di schiaffi, e poi appena tornati a casa mi ha chiuso nel bagno al buio e mi ci ha lasciato per non so quanto, perchè un ragazzino piccolo che ne sa se il buio dura un minuto e una notte intera? Per me era solo buio e paura. Quella volta me lo ricordo che ho pianto e quanto ho pianto. Mi ricordo che ho urlato e singhiozzato e ho strofinato le unghie da bambino sulla porta chiusa fino a farmi uscire il sangue dalla punta delle dita.
Mi ricordo che l’ho chiamata e implorata, fino a farmi andare via la voce e il fiato, che alla fine non respiravo più. Quando mia nonna è tornata a casa ha aperto la porta del bagno e mi ha trovato ancora lì al buio, stretto nell’angolo tra il bidet e il muro, le mani intorno alle ginocchia e in faccia un unico grumo secco di lacrime, moccio e bava. Non parlavo più e mi dondolavo facendo un verso muto di gola. Da quella volta lì non ho pianto più e mia madre non l’ho implorata più. Da quella volta ho smesso di crederci che le mamme vogliono sempre bene ai figli e che i figli devono volere per forza bene alle madri.
Quando mia madre ha finito per i portoni va a fare servizi nelle case, che è anche peggio, perchè almeno le scale dei palazzi non hanno cessi e non hanno mutande sporche da lavare.
In giro dicono che mia madre non ha avuto un’adolescenza. Per colpa mia. Andassero a fare in culo, loro e l’adolescenza. Perchè, io ce l’ho avuta? Anzi, ce l‘ho? Perchè secondo loro e quelli bravi che parlano di ‘ste cose, io dovrei essere un adolescente.
Ma che vuole dire, adolescenza? Che è, un’età, un periodo? Una fase, un comportamento? Io mica lo so, cosa vuol dire adolescenza. Adolescente. Io mi pare che sono passato da quel bambino chiuso a piangere nel cesso all’uomo che mi sento di essere adesso. A me non mi fa paura nessuno, nessun adulto, che quello che conta è essere i più furbi, i più veloci e cattivi.
Io mi chiamo Antilope e non sono adolescente e non sono mai stato adolescente. Ecco, quel fighetto di Centocelle che ho preso a schiaffi, quello è adolescente e pure quelle due zoccolette che mi ero rimorchiato, sono adolescenti.
Io sono un uomo. Io sono nato uomo quel giorno chiuso in quel cesso a piangere. A parte quella merda di nome, Kevin. Che non è un nome da uomo. Sì, Kevin è un nome da adolescente, un nome del cazzo, un nome di merda.
Io mi chiamo Antilope, che è un nome e basta. Che vuol dire che corro veloce, più veloce della mia vita. Spillo si chiama così perchè è secco come un chiodo. Anzi, è più secco di un chiodo, è come uno spillo, come un ago di siringa; ed è altrettanto vuoto dentro, cavo. Spillo non trattiene nulla dentro, tutto lo attraversa e sparisce. Io sono la siringa, sono pieno di tutto, io, di rabbia, di voglia, anche di voglia di nulla, sono pieno di eroina e la spingo dentro Spillo, lo attraverso e la roba che gli metto dentro passa dall’altra parte.
Io dico <Spillo, andiamo.> e Spillo viene. Dico <Spillo, gonfialo.> e Spillo inizia a pestare giù botte. E’ talmente vuoto dentro, Spillo, che non sente neanche le botte che riceve, è come menare una canna, si piega e si raddrizza, e ricomincia a mulinare le braccia e le gambe e la testa come fossero pale di un ventilatore, come un’elica. Prende un calcio e un pugno e ne da’ dieci in cambio, li spreca nell’aria, fa vento. Eppure alla fine lui rimane in piedi e l’altro sta per terra e io devo trascinare via Spillo prima che faccia danni grossi, che tanto lui continua a menare in quel modo assurdo anche quando quello sta per terra. Continua a dargli calci in faccia anche se quello la faccia non ce l’ha più.
Solo se gli dico <Spillo, basta.> allora non serve, perchè Spillo non si ferma. Perchè finchè lo riempi allora Spillo si muove, ma quando provi a fermarlo, allora non ci riesci. Devo prenderlo e trascinarlo via.
Solo allora Spillo ride, non lo vedo ridere mai, ma dopo che sta lì fermo con il mocciolotto misto al sangue che gli cola dal naso, e lui se lo lappa con la lingua, allora lo vedi ridere. La risata di Spillo, una specie di latrato come quello di un cane secco e rognoso, non parla, ride e singhiozza e manda giù quella colatura salata che gli scende in bocca. Mi guarda con gli occhi bassi e velati, come se cercasse la mia approvazione. Ma io chi cazzo sono, per approvare Spillo? Io sono solo l’elastico che lancia il sasso nella fionda, cosa dovrebbe il sasso, ringraziarmi perchè ha centrato la fronte del bersaglio?
Se Spillo è un amico? Non diciamo stronzate. Antilope non ha amici. Qui non esistono amici. Amico è come adolescente, è una parola che non esiste. Se la sono inventata quelli che non hanno bisogno di nulla e per questo cercano di avere tutto, per questo devono trovare una spiegazione a tutto. Io sono Antilope e non ho bisogno di un cazzo, per me tutto è inutile, non c’è nulla di necessario, tutto è superfluo. Perfino un padre, perfino una madre. Non mi venite a parlare di amicizia.
Spillo è solo uno come me, abbastanza leggero da metterselo sulle spalle per farlo arrampicare sui balconi, abbastanza forte da usarlo come arma di attacco e per farsi tirare sul balcone dove lui è già arrivato, abbastanza stupido da ubbidire sempre e non fare storie quando si divide la roba che ci prendiamo. Anzi, non è che noi si divida. Io mi prendo quello che voglio e il resto lo lascio a Spillo e Scaglia.
Scaglia si chiama così perchè quando portava i capelli lunghi stava sempre con le spalle coperte da un velo di forfora. Adesso ha risolto il problema, va sempre in giro a boccia, rasato a zero. Ma tanto Scaglia era e Scaglia è rimasto e sarà per tutta la vita, almeno se rimarrà al Quarticciolo, almeno se questa è vita.
Scaglia è stupido e ignorante, è basso e grasso e forte. É brutto, anzi è osceno. Quando camminiamo lui sta sempre due passi dietro di noi, come un cane che si ferma a cagare, solo che in questo caso la cagata sembra lui. Di uno stronzo di cane ha anche la forma, tozza e schiacciata con la cima più sottile della base. Sembra avere anche l’odore, la puzza addosso di una merda di cane. Ma a me non me ne frega nulla, mica ci devo dormire insieme.
Anzi, qualche volta con Spillo può succedere che ci passi insieme un paio d’ore in bisca, se puzzasse sarebbe un problema. Invece con Scaglia non mi ci vedo mai, lo incontro solo per andare a rubare. Lo faccio cercare da Spillo e lui si fa trovare all’ora giusta lì, partiamo insieme per andare in qualche quartiere di quelli belli. Le case da andare a visitare le scegliamo a caso oppure quello che se ne va in giro a cercarle sono io, ma non è che vado a caccia, più che altro faccio delle passeggiate guardando dove vedo dei primi piani senza inferriate, dei giardini senza cani. C’è ancora qualche coglione che pensa “ma ti pare che vengano proprio qui? E poi io non ho nulla da rubare.”.
Stronzo. Tu non avresti nulla se io cercassi qualcosa. Ma io non cerco nulla, io cerco il nulla. A me non me ne frega un cazzo che tu abbia una cassaforte o che tu sia pieno di roba, c’è sempre qualcosa da rubare, in ogni casa. Sempre. Tanto a me qualsiasi cosa basta per sfangare la giornata, alla mia minestra ci pensa quella deficiente di mia madre. Da te mi prendo a casaccio quello che mi capita, quello che trovo. Perfino le tue scarpe di marca, i tuoi occhiali da sole, le magliette firmate o una boccia di profumo. Se poi sei così coglione da lasciare in vista il portafogli, l’orologio, o qualche braccialetto o anello, allora rubarteli è qualcosa per cui dovrebbero premiarmi, non punirmi. Sono un educatore.
Se lasci le chiavi della macchina io me le prendo, ma la macchina la uso solo per dirvertirmi e per sfondartela a correrci in giro, fino a lasciartela spalancata vicino a qualche campo zingari. Tanto per me tenerla è solo una rottura di coglioni e un rischio, non ho manco l’età per prendere la patente.
Mal che vada, se proprio non hai nulla da farti rubare ti prenderò quello che per te è più prezioso e tu manco sai di averlo, mi fotterò la tua serenità, la tua quiete stupida e paciosa. Tu saprai che mentre stai lì a dormire con la tua bella moglie accanto e i figli bambini o adolescenti nelle loro belle stanzette, che loro sì, loro possono permettersi di essere adolescenti, di avere gli sbalzi ormonali e umorali, mentre voi russate rincoglioniti dal sonnifero spray che vi ho spruzzato, io vi sarò venuto vicino, avrò accostato le mie mani alla vostra pelle, avrò confuso il vostro respiro con il mio fiato.
Avrò abbassato le mutande a tua moglie e l’avrò lasciata col culo di fuori dopo averglielo palpato, ti avrò scritto “stronzo” sulla fronte con il pennarello. Ognuno si diverte come preferisce, no? Io mi diverto così, non mi avete lasciato niente altro per divertirmi, solo il gusto di vendicarmi di voi e umiliarvi come voi umiliate la mia vita con la vostra ricchezza, con la vostra felicità che si può comprare con i soldi.
Immagine di copertina: DepositPhotos

























