Ti sveglierai rincoglionito dal sonnifero, aprirai gli occhi a fatica con la testa che ti scoppia e ti ronza e saprai che sei stato in mio possesso, che avrei potuto fare di te, di voi, quel che avrei voluto. Anzi, magari l’ho fatto e tu non smetterai mai di chiedertelo. Ecco cosa vengo a cercare, a rubarmi in casa tua. Lascio a Spillo e Scaglia quei quattro spicci che ci saremo fottuti e io mi prendo la tua serenità. Me ne faccio ricco. Ti lascio a vergognarti della tua debolezza mentre io sarò ricco della mia forza. Scoprirai che tu hai tutto da perdere e io saprò una volta di più quanto rende forti non avere nulla da perdere. Perché io non ho bisogno di nulla, fotterti la pace è quello che mi rende ricco.
Dopo ogni volta, dopo ogni notte che mi sono riempito le tasche dei tuoi soldi e ti ho rubato la tua serenità, allora mi sveglio sorridendo. Io che non sorrido mai.
Non abbiamo iniziato così con Spillo e Scaglia, abbiamo iniziato rubando la roba a quelli che incontravamo per strada, prendendoli a casaccio. Ci bastava vedere che portavano un bell’orologio al polso, un paio di scarpe che ci piacevano, qualsiasi cosa, un giaccone, occhiali da sole, una catenina al collo. Non era mai una cosa premeditata, non è che si uscisse dicendo “andiamo a rubare qualcosa a qualcuno.” Magari si stava solo per cazzi nostri a trascinarci il tempo e la vita per la strada e vedevamo qualcuno con addosso qualcosa che ci sarebbe piaciuto avere noi.
Non c’era manco bisogno di parlare e di metterci d’accordo, una cosa come un attimo, uno sguardo e una toccata di gomito. Poi uno inizia a andare verso il pollo e gli altri due gli vanno dietro. Ci si mette intorno e non c’è mai bisogno di dire manco mezza parola, se servono, due spintoni, uno schiaffo in faccia, e ti prendi quello che vuoi. Solo un paio hanno provato a fare resistenza, si sentivano forti, si vede. Sbagliavano, la forza te la da’ la cattiveria, la forza ti viene dalla fame e dall’indifferenza, non ti viene dalla palestra.
Pensavano di essere forti e dopo due minuti stavano sdraiati con le mani sulla faccia a fermarsi il sangue dal naso e dalla bocca. Io, Spillo e Scaglia già lontani senza correre, senza scappare, con addosso il suo giaccone e la sua roba. Certe volte non gli levavamo manco il portafogli, perchè certe cose le fai perchè ti divertono, perchè le cose è meglio rubarle che comprarsele in un negozio.
Altrimenti fai come i tossici, che rischiano la galera per rubare una catenina e poi se la vanno a rivendere dal Ventresca, che ci guadagna dieci, venti volte quello che la paga a loro. Comunque ogni tanto lo facciamo ancora, anche se non ci servono più le cose da rubare, perchè quattro soldi in tasca per andarcele a comprare ce l’abbiamo sempre. Ogni tanto ci pare che ci sia qualcuno che prova a guardarci dall’alto in basso, come se gli facessimo schifo. Allora è più per dargli una lezione che per rubare, più per fargli capire che a noi non ci guarda nessuno in quel modo. A me, ad Antilope, nessuno lo guarda così. A Spillo e Scaglia guardateli come cazzo pare a voi.
Con Spillo a un certo punto abbiamo iniziato a fare scippi. Mi piaceva come fosse una droga. Il gusto di attaccarsi alla cinghia della borsa e sentire lo strappo. Se quella faceva resistenza c’era ancora più gusto, perchè mi sembrava di essere ancora più forte a portarle via la borsa, se ci rimaneva attaccata voleva dire che dentro c’era qualcosa che valeva la pena difendere. Allora poteva servire scendere al volo dal motorino e darle quattro pizze in faccia, alle donne gli schiaffi fanno ancora più paura dei pugni, mentre Spillo rimaneva lì ad aspettarmi con il motore su di giri, pronto a schizzare via appena risaltavo in sella.
La droga era quella, girare come falchi in cerchio osservando le donne, le vedevi subito quelle che si tenevano la borsa come un tesoro, che camminavano con le mani strette sulla cinghia. Poi avvicinarsi e al momento in cui allungavo la mano, Spillo dava gas e nessuna era pronta a reggere lo strappo. Se una reggeva era peggio per lei, perchè veniva dietro alla borsa e si allungava per terra, alla fine, comunque, vincevo io e me ne andavo con la sua preziosissima borsa.
Con gli scippi abbiamo smesso, prima o poi ci avrebbero beccato. L’ultima volta una momenti la devo ammazzare, non le era bastato cascare per terra e prendersi gli schiaffi, poi i calci sulle mani e poi in pancia, continuava a non mollare la borsa mentre io le urlavo <molla brutta troia maledetta, molla!> e Spillo urlava <Dai, cazzo, lasciala lì e scappiamo, dai che arriva gente!> e lei urlava anche lei e sentivo le voci della gente che arrivava di corsa e sentivo il rumore dei loro passi veloci e sentivo già la puzza della loro paura e la puzza della loro voglia di fare gli eroi.
Allora alla fine le ho dato un pugno forte in piena faccia e ho sentito il rimbombo della sua testa che sbatteva sul marciapiede e rimbalzava, i suoi occhi sbarrati rovesciarsi all’indietro e la bocca finalmente zitta e le mani che mollavano la presa. Ho fatto appena in tempo a saltare sulla sella del motorino mentre una mano provava ad aggrapparsi alla mia camicia e Spillo è riuscito a passare in mezzo a due e siamo scappati via, ridendo come scemi.
Spillo mi diceva <Cazzo, l’hai massacrata la stronza.> e io non rispondevo e già smucinavo dentro la borsa. Senza ridere più, perchè dentro c’erano quattro soldi in croce e un rosario di plastica e due Santini e certe foto di morti, due vecchi e anche uno che sembrava un ragazzo e nella foto aveva una faccia che sembrava quella della donna mentre la prendevo a calci.
Da quella volta abbiamo smesso, troppo rischio. Rubare il motorino e poi gli scippi vanno sempre fatti lontani da dove abiti. Non puoi rischiare di farti riconoscere, manco per sbaglio. Mi dispiace, perchè per me uno scippo è come per gli altri andare sulle giostre. Anche Spillo c’è rimasto un po’ male quando abbiamo smesso di fare gli scippi, ma sticazzi, lui deve fare quello che decido io.
Le volte che dormo a casa ogni mattina viene la stronza a “salutarmi”, alle quattro e mezza, a farmi una carezza con quelle mani puzzolenti e callose, che solo a sentirmi toccare la faccia provo fastidio, pare che porti dei guanti di carta vetrata, se la notte mi sono riempito le tasche rubando la pace di qualcuno allora non mi da’ fastidio, anzi, mi riaddormento e a volte sogno pure. Invece se è stata una notte come tante, vuota di tutto, mi verrebbe da prenderle quella mano e storcergliela e sbatterle in faccia “stronza, adesso mi vieni a fare le carezze? E quella volta che da ragazzino mi sono sfinito a piangere e a chiamarti, allora non me le meritavo le tue carezze?”.
Ma non l’ho fatto mai e non lo farò, non le voglio manco concedere l’alibi, la spiegazione di sapere perchè la tratto così di merda, deve soffrire come soffrivo io a prendermi le sue botte senza neanche sapere perchè me le dava.
A casa io mi sono preso la stanza matrimoniale, il letto grande. Prima era il letto dei nonni, e mia madre dormiva nella stanzina con il letto singolo. Poi quando sono nato io, nonno già morto, mamma si è messa a letto con nonna e io nella stanzetta. Morta anche nonna mi sono preso io la stanza grande e mia madre se n’è tornata nel suo letto di ragazza.
Ci ha rimesso perfino sopra le bambole e i pupazzi di pelo. Che rincoglionita.
Viene ogni mattina, di questa cosa non sono ancora riuscito a farle passare il vizio. Mi sveglia appena sfiora la maniglia, chissà se lei come me si accorge che fingo di dormire. Si affaccia nella fessura con quegli occhi mobili e sporgenti come quelli delle rane. A volte penso che possa staccarseli dalla testa e farli muovere con dei fili, come fosse uno di quei personaggi dei film di fantascienza o dei cartoni animati. Poi apre di più il varco e si infila. Deve aprire un bel po’ perchè si è invaccata e ha dei fianchi che neanche un barile la potrebbe contenere. Come cazzo farà, poi, non mangia nulla e si fa ogni giorno cento rampe di scale e quando c’è un palazzo senza ascensore – e ce ne sono tanti – deve pure salire a piedi incollandosi secchio pieno d’acqua, scopettoni e scatola dei detersivi.
Ci prova a camminare piano piano, leggera, ma non ci riesce proprio, non è capace. Sento il suo odore avvicinarsi, mentre tengo le palpebre serrate e continuare a respirare leggero mi costa uno sforzo sempre più grande. Alla fine quando arriva a toccare il letto con le ginocchia, si abbassa verso di me e mi pare di sentire il suo fiato addosso, poi si rialza e prima di andarsene mi tira le coperte fino al mento e mi fa una carezza, sempre la stessa.
Poi si volta e se ne va, e per andarsene e per uscire non fa più nessuna attenzione a non fare rumore. Come se tutta la sua capacità di mettere cura in qualcosa, verso qualcuno, si fosse esaurita in quella carezza scabra, puzzolente di ammoniaca e candeggina. Se ne va con il suo culone cattivo, i suoi capelli color paglia con la ricrescita nera in mezzo alla testa, con la sua puzza di bontà falsa, di scuse che non riesce a dire.
Una di queste mattine giuro che salto sul letto e le urlo “cucù!” in faccia, chissà magari è la volta buona che la faccio morire stecchita lunga sul pavimento. Questo orrendo pavimento a formelle di graniglia bianca e nera.
Finalmente sarei libero, libero dal suo stupido e inutile e falso affetto, dal suo bene che puzza come lei, puzza di rimorso e di vecchio. Sarei libero di portarmi a casa chi voglio senza vergognarmi perchè c’è lei, mi porterei a casa una troia raccolta su viale Togliatti per farla stare in un letto e dormirci insieme e capire, provare per una volta in vita mia, la prima, cosa significa dormire abbracciato con qualcuno. Invece che farsi fare un pompino in piedi, nascosto al buio tra le macchine parcheggiate e venire in cinque minuti in una bocca consumata che profuma di caramelle alla menta, succhiate per cacciare via il sapore della carne e dello sperma. Ecco, crepasse mia madre, sarei libero di avere anche questo.
Mi vergogno più di mia madre che di andare con le mignotte, mi vergogno che una di quelle puttane con le gambe lunghe un chilometro e le tette che stanno su da sole possa vedere mia madre. Mi porterei una mignotta a casa e farei finta di starci insieme, le farei fare un bagno lungo e caldo per lavarle via l’odore di tutti gli altri e quello del profumo da poco che usano le puttane, ci mangerei insieme e poi ci andrei a dormire come se fossimo una coppia.
Cosa dovrei essere, comprensivo, buono, apprezzare di più quello che mia madre fa per me? E cosa fa, per me? Mi prepara una minestra cotta nell’acqua o una pasta scotta, condita con un sugo di pomodoro tanto sbiadito che pare fatto con un rossetto vecchio? Dovrei essere buono perchè ogni mattina mi viene a svegliare per farmi una carezza? Ma non ci penso proprio.
La carezza serve a lei, non serve a me. Le serve a sentirsi meno stupida e sbagliata, meno cattiva di quanto non sia stata per tutti gli anni che invece di carezze il mio culo ha conosciuto solo la suola della sua ciabatta o il legno della cucchiara. Che forse adesso preferirei che mi carezzasse con quelli, invece che con quella manaccia ruvida. Conosco più quelli che non la sua pelle, apprezzo più loro di quanto non apprezzi lei.
Io mi chiamo Antilope, mi chiamo per quello che sono. Per quello che faccio. Sono un animale selvatico, ma non sono innocuo o inoffensivo. Io mi chiamo Antilope, io sono una Antilope feroce, cattiva e che morde con i suoi denti taglienti come rasoi. Una Antilope caduta dal ventre della madre quando è stato partorito, che ha sbattuto la testa sulla terra dura, sulla vita, che è stata abbandonata lì, stai fermo, stai seduto e non fare un fiato, non ho mai avuto nessun’altra protezione che il cuore per pompare il sangue e le gambe per scappare via veloce.
Ti picchio quando voglio e non saprai manco perchè, anche solo perchè ti ho messo al mondo ed è colpa tua. La mia unica salvezza da sempre è stata scappare e poi diventare più cattivo di lei, del mondo, di tutti. Allora ho smesso di scappare e la mia corsa è diventata a inseguire.
Mi chiamo Antilope e oggi è un giorno diverso. Ieri mi ha cercato Scaglia. E’ una cosa strana, perchè Scaglia non mi cerca mai. Non è che io gliel’abbia vietato, è che non mi piace che sia lui o chiunque altro a cercarmi, a decidere quando deve vedermi. Neanche Spillo mi deve cercare, deve chiedere di me. Loro lo sanno che devono stare pronti, a mia disposizione e farsi trovare quando voglio io, non il contrario. Lo sanno senza neanche bisogno di averglielo detto. Chi comanda deve saperlo fare senza bisogno di dare gli ordini.
Scaglia è venuto in bisca, ha sceso gli scalini umidi e scivolosi che portano nel seminterrato, le mani affondate nelle tasche del bomber, le braccia larghe. Non capisce che dovrebbe evitare di mettersi qualcosa che lo allarga ancora più di quanto non sia largo di suo, oddio, anche con un giacchetto lungo lui starebbe uno schifo, difficile immaginarsi Scaglia diverso da uno schifo, qualsiasi cosa si metta addosso. Ma con un giubbotto gonfio da cui sporge la sua testa piccola e nuda sta peggio che mai.
La bisca era piena di gente, il rumore delle biglie che sbattevano tra loro e facevano eco alle carte sbattute sui tavoli, che davano il ritmo alle bestemmie di quelli che perdevano e già pensavano a quanto avrebbero dovuto rubare per pagare il debito di gioco. Il fumo che sembrava un cielo di nuvole grigiastre a nascondere le macchie di muffa del soffitto. Nella bisca del Quarticciolo delle leggi contro il fumo se ne fregano tutti, chi dovrebbe venire a farle rispettare?
Scaglia puzzava più del solito, dai vestiti, dalla pelle, il fiato, tutte puzze diverse che si mischiavano insieme in un unico afrore indistinguibile e repellente spinto avanti a lui dal suo movimento, intorno a lui la gente si scansava, mentre veniva verso di me.
Io ero in piedi dietro a un tavolo di zecchinetta e guardavo uno che si stava giocando uno stipendio che non prendeva. L’avevo visto con la coda dell’occhio, ma tanto l’avevo sentito arrivare ancora prima che entrasse dalla porta. Magari mi chiamo Antilope non solo perchè corro veloce, ma anche perchè sento gli odori da lontano.
Mi arriva accanto e mentre tutti si allontanano con una smorfia sulla faccia io rimango immobile e non lo guardo neanche.
<Che cazzo vuoi?>
<Ti devo parlare. Ho un’idea, Antilope.>
<Tu? Un’idea? Scaglia, ma che cazzo dici? Ma che ti sei mandato giù?>
<Esci un attimo con me? Non te ne posso parlare qui dentro.>
Solo allora giro un po’ gli occhi per guardarlo, devo capire se si è veramente bevuto il cervello o se magari gli è successo qualcosa. Non che me ne freghi un cazzo, sono pronto a giurare di fronte a chiunque di non averlo mai conosciuto, di non sapere manco chi cazzo sia.
Ha la solita faccia, il labbrone sotto appeso e umido, ogni tanto se lo tira su in mezzo ai denti a risucchiarsi la saliva. Solo gli occhi sono un po’ diversi, pare che abbia la febbre, sono lucidi e li muove intorno di continuo, come se veramente dovesse dirmi qualcosa di importante e abbia paura che lo ascoltino. Non gli rispondo nulla, gli giro intorno facendo attenzione a non sfiorarlo neanche per non attaccarmi la puzza e vado verso le scale per uscire. Lo sento che mi segue, i soliti due passi indietro. Bravo cane ammaestrato, bravo Scaglia che puzza anche di cane bagnato.
Appena fuori, qualche metro lontano dalla porta della bisca, mi volto verso di lui e alzo il mento, come a dire “allora?”.
<Stammi a sentire. Ho saputo che domani uno di una macelleria su a Centocelle deve pagare un debito e quindi avrà dietro un sacco di soldi.>
<Embe’? E poi come l’hai saputo?>
<L’ho sentito, non è una cosa che mi hanno raccontato, l’ho sentita con le mie orecchie. Ero al baretto e lo stavano dicendo due dietro di me. Parlavano a bassa voce, ma ho sentito tutto. Si stavano mettendo d’accordo. Dicevano che domani questo gli deve dare diecimila euro del pizzo e che loro passeranno a negozio il pomeriggio a prenderli e questo glieli metterà dentro alla carne protetti da una busta di plastica.>
<Allora?>
<Allora ho pensato che noi andiamo lì quando lui va aprire il pomeriggio per fare i lavori di macelleria, verso le tre, è un’ora morta. La pistola ce l’abbiamo, ma tanto serve solo a fargli paura. Io e Spillo ti accompagniamo lì e ti copriamo le spalle coi motorini, tutti con il casco, tu vai da lui e ti fai dare i soldi. Il lavorante non ci sarà, la cassiera neanche. Vanno alle quattro quando apre ai clienti. Lui starà da solo.>
<E perchè questa cosa me la sei venuta a dire a me? Perchè non lo fai tu?>
<Perchè tu sei meglio di noi per fare certe cose, lo dici sempre, no? E poi a me e a Spillo anche con il casco c’è il rischio che ci riconoscono. Tu invece se ti vesti normale non ti riconosce nessuno. Io ti porto fino lì, ti scarico al volo e me ne vado subito, Spillo già sta lì ad aspettarti dietro l’angolo, il motore acceso e ti porta via appena fatto il colpo. Dopo cinquecento metri buttate per terra il motorino, i caschi, la pistola e i giubbotti dentro un secchione e chi vi riconosce più?>
<Spillo?>
<Gliel’ho già detto, lui è d’accordo.>
<E quando mai dice no, quello è scemo.>
Invece mica scemo, Scaglia. Una merda, ma mica scemo. Anzi, già si esercita a fare il capo, mi ha pure scavalcato con Spillo, andandogliene già a parlare.
Gli ho detto di sì, è vero che non mi serve un cazzo di soldi, ma gli ho detto che mi prendo io la metà e con cinquemila euro in tasca mi serve ancora meno e posso fare l’abbonamento con quella ragazzina rumena che ho beccato da poco su viale Togliatti. Posso portarmela in un albergo e farmici una chiusa di due giorni. Magari posso fare quella cosa di starci insieme di dormirci insieme. Finalmente potrei farmi una scopata come si deve e farlo con quella mignotta lì è la cosa migliore che posso immaginare.
Quindi oggi è un giorno diverso, stavolta invece di sorridere dopo lo faccio in anticipo. Anche perchè è la prima volta che mi capita un colpo così, lo sapevo, la aspettavo una occasione come questa, io mica voglio crepare rubagalline come quello stronzo di mio nonno. Io alla mia età voglio dimostrare a tutti che sono migliore di lui, di mia madre e di tutti quei falliti con i quali mi volevano far lavorare. Sono meglio io di tutti.
La pistola ce l’abbiamo perchè l’abbiamo comprata qualche mese fa dal Ventresca insieme a un po’ di cartucce per duecento euro. Più uno sfizio che perchè ci servisse veramente. La teniamo in un buco nel muro dell’acquedotto romano, nascosta da mattoni e rampicanti, bella avvolta in un sacco di giri di plastica. Quando andiamo per case non la portiamo mai, perchè sarebbero cazzi se ci dovessero beccare armati; ma la so usare e un sacco di volte siamo andati a sparare al parco degli acquedotti.
Abbiamo sparato alle cornacchie a ai gatti o ai muri romani se non passava nulla di vivo da ammazzare. Un paio di volte per divertirci abbiamo anche sparato addosso a quelle merde di cingalesi che si fermano a dormire sotto gli archi. Era stato divertente vederli scappare via bestemmiando in qualche lingua del cazzo. Tanto sono tutti marummani, tutti uguali, pelli nere buoni da ammazzare, tanto chi li rimpiange? Fanno solo danni più di noi.
E’ oggi e si è fatto già pomeriggio, in piazzetta viene solo Scaglia a prendermi, i motorini se li sono andati loro a rubare non so dove. Tanto tra mezz’ora saranno già abbandonati su qualche marciapiedi. Stamattina sono passato davanti alla macelleria. Per farmi un’idea, vedere che faccia ha il macellaio e per vedere com’è il posto e il punto dove poi troverò Spillo con il motorino già acceso. In effetti pare proprio una cazzata da fare, una cosa da dilettanti. La macelleria è sotto un porticato e nascosta dalla strada, non ci sono altri negozi vicini, solo il portone del palazzo che sta sopra il porticano, nessuno può vedere nulla nè dal palazzo nè da quelli di fronte e a quell’ora non si corre il rischio di sbattere addosso a qualcuno mentre si scappa.
Pensavo che dover fare questa cosa mi avrebbe messo agitazione, in fondo è la mia prima rapina vera dopo tanti furti e scippi e cose da poco. Pensavo che perfino io, Antilope, sarei stato emozionato a fare una cosa grossa così, ma si vede che non è grossa abbastanza, perchè sono tranquillo e freddo come ogni volta. Sono solo contento, da oggi nessuno potrà manco pensare che io sia uguale a mio nonno. Da oggi io non sono più un rubagalline, un ladro da poco. Divento uno che conta.
Magari a stasera può essere che si inizi a fare qualcosa di grande, anche con qualcuno meglio di Spillo e Scaglia.
Stamattina la stronza mi ha dato la solita carezza. Però stamattina gli occhi li ho aperti.
<Oh. Ciao, sei già sveglio?>
<Che domanda del cazzo, ma’. Non lo vedi da sola?>
<Sì, scusa, sono proprio scema.>
Pare che non sapesse che dirmi, come se aver aperto gli occhi l’avesse bloccata. Si è messa come sempre la mano davanti alla bocca ed è rimasta lì ferma, a guardarmi.
<Che vuoi?>
<Niente, scusa se ti ho svegliato. Adesso vado.>
<Brava, vai.>
<Ci sei stasera a cena? Se vieni ti preparo qualcosa di buono. Te lo prometto.>
<Ma non me lo promettere. Comunque mi sa che torno. Oggi pomeriggio ho un appuntamento, poi mi sa che torno a casa.>
<Bravo, grazie Kevin, sei proprio un bravo ragazzo.>
<Ti ho detto che non mi devi chiamare Kevin, cazzo. Quante volte te lo devo ripetere? Va, vai a lavorare vai. Cazzo.>
<Scusa. Scusami scusami, te l’ho detto, sono proprio una scema. Rimettiti a dormire dai, che è ancora presto.>
Poi si è girata e se n’è andata, solo che stavolta visto che ero sveglio quando stava già sulla porta della stanza si è girata per guardarmi ancora. Mi ha fatto un sorriso con quella bocca monca di un dente.
E’ proprio una stronza, ma stavolta un regalo glielo voglio fare. A costo di trascinarcela a pugni la porto da un dentista e le faccio rimettere quel dente. Glielo voglio dire stasera a cena, sbattendole sul tavolo i soldi.
Scaglia guida piano, abbiamo i caschi bene allacciati in testa, io ho un fazzoletto da tirarmi sulla faccia prima di fare il colpo. Si ferma ai semafori e a un certo punto rallenta perfino per non doversi fermare alle strisce per far attraversare una mammina con il passeggino. Ci manca solo che qualcuno si ricordi di noi, perchè non ci siamo fermati o peggio perchè lo abbiamo fatto, meglio rallentare e non lasciare impronte nella memoria di nessuno. Davvero non me l’aspettavo così furbo, Scaglia. Mentre guida con la mano sinistra tira fuori la pistola dalla tasca del giubbetto e me la passa veloce. La prendo e la tengo in mezzo a noi due, con la punta delle dita controllo che sia tutto a posto.
Scaglia puzza come sempre. No, oggi puzza ancora di più, dev’essere quella cosa lì, l’adrenalina per la tensione, la paura per quello che dobbiamo fare. Che poi faccio tutto io. Cazzo ha lui da puzzare così? Dovrei puzzare io che invece sono freddo come una lucertola. Come un’antilope.
Arriviamo davanti al portico qualche istante dopo il macellaio che sta scendendo dalla sua macchina. Lo vedo, si incammina verso il portico, mentre Scaglia rallenta e io scendo al volo e intanto faccio scorrere l’otturatore per mettere il colpo in canna. Sento il rumore del motorino che prende gas, Scaglia accelera e si allontana veloce sulla salita che porta verso via dei Castani. Il macellaio è già curvo a terra, sta togliendo il lucchetto alla serranda, giro la testa a destra, a sinistra, non c’è nessuno. Faccio l’ultimo passo lungo, mi tiro il fazzoletto sulla faccia e con un solo movimento arrivo a piazzargli la canna della pistola dietro la nuca.
Urlo e la mia voce mi arriva lontana, distante. Eppure ho le orecchie nel casco, dovrei sentirmela forte e dentro, non così come se fosse un altro al posto mio a parlare. E’ una voce da uomo, profonda, non è la voce della mia età.
<Fermo così cazzo, fermo! Dammi tutti i soldi, dammi la busta e non fare lo stronzo, lo so quanto hai in tasca, lo so!>
Lui rimane paralizzato, la mano destra con la chiave infilata nel lucchetto, le gambe flesse e la mano sinistra poggiata a terra, le dita aperte a sostenerlo. Non si gira, intanto io con la canna della pistola spingo sulla sua testa, ma non tanto, non voglio che cada in avanti.
<Sta calmo, ti do tutto, ma stai calmo.>
<Sbrigati, dammi i soldi.>
<Ce li ho in tasca, li prendo>
Stacca la mano destra dalle chiavi, le lascia lì, le vedo, sento il rumore, metallo su metallo. Si infila la mano nella giacca.
Non sento altro e non vedo altro, spariscono tutti e sparisce tutto. Come se mi trovassi in un vuoto assoluto e c’è solo un pavimento sotto di me per non farmi cadere nello stesso infinito che ho intorno e sopra.
Si è aperto il portone accanto alla macelleria e prima che potessi decidere se alzare la pistola e puntarla verso chi stava uscendo ho visto che era lei. La stronza. Si vede che viene a fare i servizi in qualche casa di questo palazzo, merda! Ma io come potevo saperlo? Mi ha riconosciuto, magari dagli occhi o dai vestiti, ha messo la mano davanti alla bocca, ha sbarrato quegli occhi liquidi e immensi come uova in padella e ha urlato <Kevin! Che fai, Kevin!>.
Come cazzo è successo. Non vedo. Solo ombre che diventano sempre più buio. Solo voci sempre più lontane. Mi ha fottuto, mi ha fregato, mi ha sparato. Aveva una pistola e quando ha messo la mano sotto la giacca mi ha sparato da sotto il braccio mentre io stavo a guardare mia madre che mi chiamava. Mi ha fregato. Mi hanno fottuto insieme. Il macellaio, mia madre. Quella merda di nome, Kevin.
E’ stato come prendere un pugno enorme al centro del corpo. Mi ha lanciato via, ho sbattuto al pilone del portico due metri dietro e poi sono caduto giù scivolando lento.
Ho sentito il rumore di un motorino allontanarsi. Spillo. Ha sentito lo sparo ed è scappato. E se invece che sparare il macellaio lo sparo fosse stato il mio? Sarebbe scappato lo stesso? Magari è perchè ha sentito l’urlo di quella stronza che mi chiamava con il mio nome. Ma che cazzo. Proprio non era un amico. Avevo ragione io, non esistono gli amici. Peggio per lui e per Scaglia. Rimarranno senza soldi, senza capo. Rimarranno senza Antilope, con la rabbia vuota di Spillo e la puzza di merda di Scaglia.
Qualcuno mi ha tolto il casco. Sento voci, voci che si accavallano, che si coprono. Sento la voce e la lagna urlata da quella stronza che mi ha messo al mondo e poi non ha fatto altro che ammazzarmi ogni giorno della vita. Ho sentito sirene, tante, di tanti tipi. Confusione. Passi che corrono, che mi si muovono intorno. Ho la bocca piena di sangue che sta colandomi sul mento e poi mi si allarga intorno per terra. Ma quello non è solo sangue dalla bocca. Vedo la punta di tante scarpe vicino alla mia faccia.
Quello che mi ha tolto il casco ha detto <Merda! Ma è un ragazzino!>
Ragazzino un cazzo. Ragazzino a chi?
Mi si sono avvicinati in tanti. Qualcuno mi ha messo qualcosa sotto la testa, hanno provato a medicarmi, a fermare il sangue che sta uscendo. Me ne sono accorto. A un certo punto uno mi ha chiesto <Ci sei? Mi senti? Come stai? Come ti chiami?>
La stronza, mia madre da un punto lontano ha strillato ancora piangendo <Kevin, si chiama Kevin.>
Parlare mi costa, la mia voce è impastata e viene da sempre più lontano.
<Antilope. Mi chiamo Antilope.>.
Foto di Mauricio A. da Pixabay
























