Enrico Fierro, conosciuto come Milord, è uno dei nomi più interessanti della scena elettronica napoletana contemporanea
Milord: il viaggio sonoro cosmico di Enrico Fierro
Enrico Fierro, conosciuto come Milord, è uno dei nomi più interessanti della scena elettronica napoletana contemporanea. La sua musica nasce da una ricerca che unisce sintetizzatori analogici, atmosfere cosmiche e un gusto molto personale per il viaggio sonoro: ascoltarlo significa muoversi tra suggestioni krautrock, ambient, funk futurista e disco psichedelica, sempre con una forte impronta visionaria.
Milord fa parte della galassia Periodica Records, un’etichetta indipendente napoletana che negli ultimi anni è diventata un punto di riferimento internazionale per chi ama i suoni vintage ma riletti in chiave moderna. All’interno di questo collettivo Fierro si muove sia come produttore solista sia come membro di progetti più ampi, come The Mystic Jungle Tribe, che portano avanti un’idea di musica “cosmica” e senza confini.
Sicuramente non un viaggio a destinazione unica ma con vari scenari. Ogni progetto che porto avanti ha una wave diversa, con la sua architettura sonora, e ho da sempre l’esigenza di non confinarmi in un unico orizzonte espressivo.
Faccio di questa moltitudine di panorami il mio punto di forza e ogni lavoro apre un nuovo territorio da esplorare e da sonorizzare.
Napoli è un terreno fertile, un magma sonoro che da sempre genera esperimenti e rivoluzioni. Vivere qui significa inevitabilmente assorbirne l’energia ed esserne contaminati, ma non mi sono mai riconosciuto in un presunto “suono napoletano”.
Ne faccio parte, certo, perché condivido la stessa matrice culturale e il contesto che l’ha reso vivo, ma ho sempre cercato di sviluppare un linguaggio personale. L’unico progetto esplicitamente legato a questa tradizione è stato Rosa – Acqua di Sale (Periodica Records, 2020) un mini-album synth-pop che rappresenta il nostro omaggio alla Partenope del cuore, nato in quel che si potrebbe definire “rinascimento musicale” post Nu Genea e che ha riportato Napoli, sotto il punto di vista musicale, all’attenzione internazionale.
Un’eccezione, appunto: la mia ricerca non è nel riprodurre un’etichetta, ma nell’aprire territori nuovi, spostando continuamente l’asse del discorso, fino a trasformarlo in qualcosa che sia più autentico e personale e non rigidamente confinato nella “napoletanità”.
Non riuscirei a immaginarmi come un animale solitario, mi sento piuttosto parte di un branco. Ho sempre lavorato fianco a fianco con Raffaele Arcella (Whodamanny) e Dario di Pace (Mystic Jungle), e il nostro percorso si è nutrito proprio di questa forza collettiva: nessuno dei nostri progetti avrebbe avuto la stessa profondità senza questa dimensione corale. Nel nostro caso, il “branco” è al contempo sostegno reciproco ed estensione, permette di vedere scenari e soluzioni a cui da solo non arriveresti, di contaminarti con prospettive e idee diverse. Potrei quindi identificarmi in un animale che vive in gruppo, che si muove e respira come un’unica entità, del resto mi sono sempre piaciuti gli uccelli tropicali, quindi vada per un variopinto Ara Macao del Sudamerica.
Più che un suono, vorrei portare un pensiero: l’idea che la musica non è mai solo intrattenimento ma estetica, memoria e rito collettivo. È un flusso che ci supera, e portarlo nel futuro significa accettare che ogni generazione lo trasformerà a modo suo, con la speranza che chi si avvicinerà alla produzione musicale lo faccia con sensibilità e con un dovuto percorso di ricerca.
In effetti, il punto è proprio questo: lasciare un segno, un messaggio che sopravviva al tempo, e questo lo percepisco personalmente ogni volta che ascolto i dischi prodotti dalle precedenti generazioni di musicisti, da cui continuo a trarre ispirazione.
La vera sfida è non diventare una fotocopia sbiadita, o una brutta copia, del nostro intorno. In un mercato globale ormai saturo, dove i nuovi software e le nuove tecnologie rendono ogni idea immediatamente accessibile e realizzabile, il vero goal è non perdere il proprio carattere e la propria identità. Creare qualcosa di originale significa curare ogni dettaglio, avere consapevolezza del proprio percorso e puntare a mantenere uno standard qualitativo che ci distingua in ogni progetto.
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