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Obesità “sana” sotto accusa: fino al 60% in più di rischio per il cuore

L’obesità “sana” è un mito da sfatare? Anche in assenza di segnali clinici evidenti, l’eccesso di peso rappresenta un rischio?

L’obesità “sana” è un mito da sfatare: anche in assenza di segnali clinici evidenti, l’eccesso di peso rappresenta un rischio concreto per il cuore, con probabilità di malattie cardiovascolari che possono aumentare fino al 60%. A mettere in discussione l’idea rassicurante di una condizione “metabolicamente sana” è uno studio dell’Imperial College di Londra, pubblicato sull’American Journal of Preventive Cardiology e rilanciato dalla Società Italiana dell’Obesità (SIO).

Per anni si è pensato che fosse possibile convivere con l’obesità senza conseguenze, soprattutto quando esami del sangue, pressione e colesterolo risultavano nella norma. Tuttavia, secondo gli esperti, questa visione non è più sostenibile: anche in presenza di parametri apparentemente perfetti, l’obesità aumenta in modo significativo il rischio di sviluppare patologie gravi rispetto a chi mantiene un peso adeguato.

L’analisi, basata sui dati della UK Biobank e condotta su oltre 157.000 persone seguite per 13 anni, è chiara: l’obesità, anche senza complicanze immediate, espone a un rischio molto più elevato di malattie cardiovascolari aterosclerotiche.

Differenze tra uomini e donne e rischio epatico

Entrando nel dettaglio, il rischio cardiovascolare aumenta del 46% negli uomini e del 34% nelle donne. Ancora più marcato è il pericolo di insufficienza cardiaca, con un incremento del 63% per gli uomini e del 69% per le donne.

Particolarmente preoccupanti sono anche i dati sulla steatosi epatica associata a disfunzione metabolica: il rischio cresce del 137% negli uomini e addirittura del 344% nelle donne. Anche la mortalità generale risulta più elevata, con un aumento del 36% negli uomini e del 27% nelle donne, anche in assenza di malattie metaboliche evidenti.

Quando poi all’obesità si aggiungono condizioni come ipertensione, diabete o dislipidemia, il quadro peggiora ulteriormente: la presenza di queste alterazioni metaboliche può raddoppiare il rischio di eventi negativi.

Circonferenza vita e infiammazione: indicatori chiave

Il rischio legato all’obesità non è uniforme, ma cresce progressivamente con l’aumentare del peso e della gravità della condizione. Più si passa da un’obesità lieve a forme più severe e più aumentano le probabilità di ricoveri per infarto, ictus o insufficienza renale.

Un elemento cruciale emerso è la circonferenza vita, soprattutto nelle donne. Anche chi ha un indice di massa corporea nella norma ma presenta accumulo di grasso addominale (oltre 88 cm) può essere esposto a rischi elevati. Questo dimostra che non conta solo quanto si pesa, ma anche dove si accumula il grasso.

Alla base di molti di questi effetti c’è l’infiammazione cronica di basso grado. Il tessuto adiposo, infatti, non è un semplice deposito, ma un vero e proprio organo attivo che produce sostanze infiammatorie. La proteina C-reattiva, marker dell’infiammazione, può contribuire fino al 48% del rischio cardiovascolare nelle donne considerate “sane ma obese”, indicando uno stato di allerta costante dell’organismo che danneggia nel tempo arterie e organi.

Obesità infantile: rischi già in giovane età

Le evidenze più recenti estendono la preoccupazione anche ai più giovani. Non è vero che i bambini con obesità possano “recuperare” senza conseguenze: anche in assenza di segnali metabolici evidenti, il rischio cardiometabolico è già aumentato durante l’infanzia.

Uno studio del Karolinska Institutet, pubblicato su JAMA Pediatrics, ha dimostrato che i bambini con obesità considerata “metabolicamente sana” presentano comunque una probabilità più alta di sviluppare complicanze rispetto ai coetanei normopeso.

Dati a lungo termine e prevenzione

L’analisi su 7.275 minori con obesità, confrontati con oltre 35.000 coetanei e seguiti fino ai 30 anni, evidenzia dati allarmanti: il rischio di sviluppare diabete di tipo 2 è 4,3 volte superiore, mentre quello di ipertensione è quasi triplicato. Anche la probabilità di dislipidemia è significativamente più alta, con un aumento di 3,1 volte.

Questi numeri confermano che la maggior parte dei giovani con obesità inizialmente definita “sana” perde questa condizione nel giro di pochi anni. Per questo motivo, gli esperti sottolineano l’importanza di intervenire precocemente, puntando sulla prevenzione e su uno stile di vita equilibrato fin dall’infanzia.

Foto di Towfiqu barbhuiya: https://www.pexels.com/it-it/foto/persona-pancia-pancetta-gonfio-11773868/

Leonardo Olcesi

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