Setteversi e...

Parole regalate – Settima parte

I versi che state leggendo in questo fine settimana, sono ispirati nuovamente da un gioco di scrittura dal titolo: Parole regalate

I racconti e i versi che state leggendo in questo fine settimana, sono ispirati nuovamente da un gioco di scrittura, pensato per l’estate, dal titolo: Parole regalate.

Le parole di questa settimana sono scelte da Susanna Albertini: spezie, legno, rughe, silenzio, furto, blu, campane.

Holly and Doug (gli inizi) – Lodovico Scapin

Holly Wood e Doug Jones erano poco più che maggiorenni quando realizzarono di averne abbastanza della crema di arachidi, del parco di Yellowstone e di tutto il legno dello Wyoming.
Ma perché mai, con un oceano a destra e uno a manca, perché mai restarsene qui, in mezzo a tutto questo silenzio… sì che, frantumati i porcellini di famiglia e preso in prestito – ma ci fu chi parlò di furto – il malandato pick-up Ford di father Jones, in una notte senza luna e senza stelle si ritrovarono on the road.
Avrebbero udito i rintocchi delle campane a morto di Santa Fé e visto le dodici battute blues discendere le colline per raggiungere il delta del Mississipi. Misurato le profondità delle rughe navajos e le profondità dei canyons del Colorado. Mischiato le fragranze delle spezie delle chinatowns con il profumo dei whiskies torbati irlandesi.
Toccato quelle mille più mille americhe dell’America di cui tanto avevano sentito parlare.
Optarono per la California. Qualche zio o qualche santo avrebbe benedetto le loro vicissitudini per il pane, l’hamburger e
l’hot dog. Con ketchup e senape di Digione, rispettivamente.

Il furto – di Elena Ruvidi

Era entrata un pomeriggio in un negozio

d’antiquariato ,spinta da un mix dolciastro di nostalgia e di curiosità per gli oggetti impolverati esposti.

Le piaceva toccare i vecchi oggetti e provare ad immaginare le loro vite precedenti, e quelle di chi li aveva posseduti.

Il negozio sembrava deserto, girava tra gli

scaffali in silenzio, gli odori di chiuso e spezie del legno quasi la ubriacavano.

All’improvviso si trovò riflessa in uno specchio dorato: ebbe un sussulto

quasi non si riconosceva, il viso stanco, segnato da rughe profonde, vecchia anche lei.

Pensò di essere nel posto giusto e sorrise amaramente.

Poi alla fine del giro, con elegante noncuranza, senza sapere il perché di quel furto, fece scivolare un piccolo, misterioso

specchio a mano nella borsa.

Uscì col cuore in tumulto, per fortuna senza impedimenti.

Era felice, quasi correva andando verso casa, come faceva da bambina quando aveva con sé un piccolo, segreto tesoro.

Si era fatto tardi, ma il cielo era ancora blu, le campane di una chiesa vicina suonavano i vespri.

Due grammi di passione – di Maria Iarussi

Nel paese di Chenoncè, sotto il cielo blu di agosto, tra campane che suonavano più per noia che per festa, Ersilia scoprì il furto del secolo: due grammi di zafferano, il suo tesoro più prezioso, nascosto in un barattolo di legno rigato per l’usura come le rughe della sua mano.

“Chi ruba spezie in paese?” si domandò nel silenzio ovattato della sua bottega.

Il maresciallo arrivò con la calma di chi ha già capito tutto, conoscendo ad uno ad uno tutti gli abitanti.

Fu Nazzareno, il pensionato chiacchierone, a confessare: “Volevo fare colpo sulla maestra, con un risotto che profumasse d’amore.”

“E com’è finita?” chiese il maresciallo.

“Con lei che preferisce l’amatriciana e il silenzio… soprattutto il silenzio.”

Lo zafferano fu restituito e Nazzareno condannato a pulire la bottega, senza proferir parola sotto lo sguardo vigile di Ersilia.

Da allora, le spezie stanno al sicuro, ma in paese si parla ancora del furto più romantico di Chenoncè.

Il vecchio e la cattedrale – di Michele Laperuta

Ne avrà sentite suonare di campane, a festa e anche a morte.
Nonostante tutto restava lì, impassibile nel suo silenzio.
Da sempre ammirava il blu del cielo sopra di lui mentre, ai suoi piedi, giungevano i profumi di aromi e spezie provenienti dalle terre e dalle case dei dintorni.
Si rammaricava sempre di un fatto successo molti anni addietro.
Un furto nella Cattedrale. Una antica pala in legno trafugata nottetempo.
Lui era lì ad osservare, ma impossibilitato ad intervenire.
Eppure lo conosceva uno di quelli. Lo aveva sempre reputato una brava persona.
Erano passati molti decenni e quella pala non era stata mai ritrovata. Tutti l’avevano quasi dimenticata.
Si doleva anche di questo, proprio lui che l’aveva vista solo in due occasioni.
Il giorno nel quale era stata portata nella Cattedrale e quella brutta notte di quiete estiva, tempi in cui le stagioni si rispettavano e si facevano rispettare.
Non era come oggi. Nel giro di pochi minuti viene giù tutto, in pieno agosto. Acqua, vento, vortici d’aria, fulmini e saette.
Ora era proprio lui la vittima di un evento atmosferico classificato come “eccezionale e imprevedibile”, categoria da rivedere avrebbe pensato lui.
Quel fulmine lo aveva abbattuto in qualche frazione di secondo. Ora da una parte giaceva il suo robusto tronco, dall’altra la sua base era ancora ben saldata nel terreno a mezzo delle sue radici.
Tanti curiosi a contare i suoi anelli concentrici per capire da quanti secoli stesse lì, fermo e in silenzio ad osservare la Cattedrale.
Quei cerchi concentrici erano le sue rughe, visibili tutte d’un colpo e mai prima di allora.
Un vecchio, sfollati i curiosi del momento, si avvicinò in solitaria. Osservò il tronco mezzo bruciato da una parte, la base con le sue rughe dall’altra per poi spostare lo sguardo verso la Cattedrale, poi di nuovo alle rughe.
Si fece il segno della croce mentre gli scorrevano alcune lacrime sul viso.
Bisognava saper leggere tra… le rughe.

La stufa di ghisa – di Susanna Albertini

Le campane riecheggiarono nel silenzio della strada immobile, poi si arrampicarono sui muri scrostati e si infilarono nelle persiane accostate. Tre rintocchi. L’ora in cui il tempo si dilata per ripararsi dal sole bruciante.
Percorse i corridoi ombrosi, i piedini nudi sulla graniglia fresca, lasciò scivolare la mano sulle librerie lucide di cera e parole che ancora non sapeva leggere. Piccola ladra di solitudine, rubata al sonno sfinito degli adulti. Un furto segreto, innocente, eccitante. Che condivideva con la nonna: mentre tutti dormivano le raccontava storie di famiglia che gli altri avevano dimenticato.
La bambina odorò i barattoli di spezie allineati sulla mensola vicino alla stufa spenta. Cannella, rosmarino, alloro.
Si alzò sulle punte dei piedi e percorse con un dito i cerchi di ghisa; aprì uno sportellino, quello piccolo più in basso di tutti. Annusò l’odore di cenere vecchia e le parve di rivedere le rughe attorno agli occhi della persona che permeava ogni oggetto di quella vecchia casa. Rughe di sorrisi che comparivano veloci, e precedevano parole come abbracci e abbracci senza parole.
«Ti manca la nonna?» sussurrò al gatto rosso che si strusciava sulle sue gambe. Non le rispose, saltò sul davanzale dell’unica finestra aperta, una sagoma nera che galleggiava elegante nel cielo blu.
«Manca anche a me, sai?»

Le tragicomiche avventure di un mangiatore di polli – di Flavio Ferraro

Ma che bella giornata. 
Era uscito presto per far commissioni come gli era stato chiesto, proprio a lui che era insofferente a qualsiasi dinamismo, ma ahimè quella volta gli toccava e non gli rimase che borbottare un avvilito “obbedisco”.
A missione compiuta fu preso da un desiderio ” or che tutto è  stato fatto, posso farmi in regalo un bel pollastro?”
Nella convinzione di aver meritato quel premio entrò nel primo supermercato che trovò e con gran perizia pescò dal banco carni un pollo che per dimensioni era più simile ad un tacchino. “Questo lo cucinerò io, con le mie mani” pensò soddisfatto credendo di quietare la coscienza ben sapendo come sarebbe stata accolta da lei quella ulteriore fonte di lavoro.
Entrò in casa in silenzio e per fortuna scoprì che non c’era nessuno. Quale migliore occasione per darsi da fare e dimostrare a se stesso e soprattutto a lei che anche lui in cucina ci sapeva fare? Già,  ma occorreva una ricetta da seguire e allora si concentrò su quel che le aveva visto fare ma, nonostante gli sforzi ben evidenziati dalle rughe sulla fronte,  nulla gli venne in mente. Decise allora di improvvisare e dopo aver accuratamente lavato il volatile ed aiutandosi con una “cucchiarella” di legno, per non sbagliare lo cosparse dentro e fuori con tutte le spezie che aveva trovato nella decina di barattolini presenti nella credenza.
Intanto il forno aveva raggiunto la giusta temperatura, il pollastro si trovò infilato nello spiedo e così cominciò la cottura. Tempo previsto poco più di un’ora,  giusto quello per una veloce pennichella ma per sicurezza impostò anche un timer prima di sprofondare nella sua poltrona preferita.
Il poveretto non aveva tenuto conto di quella sonnolenza, più  simile ad un letargo, che subito gli arrivava non appena si sedeva in poltrona e che gli fece ignorare i ripetuti squilli del timer. Triste fu il risveglio e notevole la sorpresa nel trovare la nebbia in cucina ma gli bastò aprire il forno per capire tutto: il pollastro giaceva dentro carbonizzato. Una colonna di fumo si levò alta nella cucina andando ad oscurare anche quel cielo blu che fino a poco prima si vedeva dalla finestra. Si rese conto di non aver troppo tempo a disposizione, doveva eliminare ogni traccia del suo maldestro cucinare e soprattutto bisognava ripulire il forno dagli schizzi di grasso, era questione di vita o di morte. Con tanta fatica ed olio di gomito riuscì nell’impresa ma l’odore non voleva andar via. Fatta sparire ogni prova della cremazione del pollo si convinse che l’unica soluzione fosse quella di prenderne uno in rosticceria. Di corsa si recò in quella vicino casa ma riuscì solo a vedere incartare l’ultimo esemplare rimasto, disperato pensò ad uno scippo, ad un furto di destrezza ma non ce ne fu bisogno perché all’ultimo momento il cliente cambio idea. Il pollo così fu suo. Corse a casa e lo mise nel forno. Almeno l’odore dell’arrosto era giustificato. Pochi attimi dopo, con la cucina ormai del tutto ripulita, rientrò lei che con gran soddisfazione gli disse “guarda un pò cosa ti ho comprato golosone, te lo sei meritato!” Fu così  che i polli divennero due perchè anche lui dichiarò di aver avuto lo stesso pensiero e la cosa fu molto apprezzata. Lo scampato pericolo fu annunciato dal suono festoso di lontane campane e fu il trionfo dell’amore e della reciproca comprensione. . 
Ecco cosa può fare un pollo arrosto meglio ancora se sono due
Ovviamente lui si disse “mai piú” consapevole che la cucina non era arte sua ma sappiamo troppo bene che il lupo perde il pelo ma … Lo scopriremo presto!

Immagine di copertina per Setteversi concessa da: Susanna Albertini

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