– Ogni gradino un capriccio! –
– Uffa! –
– Il mal di mare per il motoscafo, un sassolino nella scarpa, una storta alla caviglia, un moscerino nell’occhio, …. Basta! –
Mi volgo indietro. Il motoscafo va via, lasciando mamma e me su questo piccolo, piccolissimo molo sperduto, deserto, abbandonato -. Ma dove diavolo stiamo andando? Borbotto tra me e me, arrabbiato non poco -. Oggi avevo appuntamento con Claudio e Mirko per continuare la partita di “Dungeons & Dragons”.
– Dai! –
Alzo le spalle e accenno uno sbuffo.
– Si può sapere cosa ti è preso? –
Salgo la scala a rilento, controvoglia e, procedendo ad occhi bassi, non mi rendo conto che finalmente siamo arrivati in cima.
– Ora per di qua- dice soddisfatta mamma; trascinandomi per tanti e poi ancora tanti vicoletti e straduzze di questo posto fuori dal mondo.
– Basta, sono stanco! – e mi fermo tirandole il braccio.
– Muoviti! –
La mia pazienza è al limite.
– Eccoci! Se le indicazioni sono esatte, dovremmo esserci –
– Ma dove? – chiesi sempre più infastidito.
– Ancora un po’ di pazienza –
– Toc toc toc – con tre leggeri colpetti, mamma bussa alla porticina in legno di una catapecchia sgarrupata.
Viene ad aprirci un figuro in penombra; quasi buio. Un uomo alto, spettinato, con una barba lunga ed incolta, magro, troppo magro, smunto. Malvestito.
– Ma chi è questo tizio e noi cosa ci facciamo qui? – Mormoro alla mamma. Ma, d’un tratto lei è come impietrita e non risponde.
Mi guardo intorno schifato. Che posto orribile! – Bofonchio a voce bassa. Dalle pareti scendono lembi di ciò che rimane di una vecchia carta da parati; un mobiletto ricoperto da una stoffa logora funge da cucina con un fornellino da campo; al centro, le gambe di un tavolo di ferro arrugginito sono parificate da una zeppa; in fondo, spicca un lavabo di un improbabile colorito marrone.
Mamma si guarda intorno; poi guarda quell’uomo e prorompe in pianto.
L’uomo le porge uno dei tovaglioli di carta che sono sulla tovaglia scolorita.
– Ma che succede, perché piangi? Chi è costui? – Le chiedo a raffica.
In un attimo è tra le sue braccia. Si guardano, si stringono, si baciano.
Protesto – mamma, sono appena tre mesi che papà ci ha lasciato –
I due avvinghiati, finalmente si staccano e mi si schierano davanti.
– Allora, non dici niente? –
Guardo mamma con un punto interrogativo in faccia.
– Proprio non mi riconosci? – Mi chiede il tizio.
Scruto meglio, sbircio tra i peli fitti ed irsuti, sotto i capelli arruffati che gli cadono lunghi sulla fronte, cerco tra le linee del suo volto un qualche indizio familiare.
Ad un tratto – papàaaa?! Sei tu? Ma che diav…! –
– Non vieni ad abbracciarmi? –
Vado vicino a quell’uomo, ma non ho voglia di abbracciarlo. – Hai abbandonato mamma e me di punto in bianco; ci hai lasciato soli senza nessun preavviso; non ti sei minimamente preoccupato di noi.
– Mi dispiace. Ma non è come credi –
– E com’è allora? –
– Ho dovuto andarmene per non mettervi in pericolo –
– Ogni notte ho sentito mamma piangere per colpa tua –
– Ha ragione lui, non è come credi. È stato costretto suo malgrado ad abbandonarci –
– Ci ha lasciato soli! Non una parola, non un biglietto… –
– Ha reso servizio alla giustizia –
– Ho creduto di fare la cosa giusta –
– Tuo padre ha fornito importanti informazioni di cui era venuto al corrente, ponendosi a rischio di vendette e ritorsioni –
– È per questo che si nasconde – poi rivolgendomi a lui – è per questo che ti nascondi qui dentro? Ricoperto da peli e vestiti malandati; dimorato in questo stanzone brutto e sudicio, confinato su quest’isola sconosciuta e sperduta?. Non ci credo, sembra di essere in un film di spionaggio –
– Hai ragione, sembra di essere in un film – interviene mamma, rivolgendosi a quell’uomo che faccio fatica a chiamare di nuovo papà.
– Purtroppo, però, non è un film – soggiunge lui. – Mi dispiace di avervi messo in questa situazione, di avervi coinvolto in questa storia; credimi, non potevo fare diversamente –
Realizzo all’improvviso che la “copertura”, perché di questo si tratta, messa a punto soprattutto per noi due, è un espediente certamente non voluto da quest’uomo; costretto a vivere in un modo barbaro, e lontano dagli affetti, ormai da parecchi giorni. Come mamma e me, non è abituato a questo genere di vita, di sacrifici, di privazioni e di tanta, tanta sporcizia. Poverino, in fondo lui per primo sta subendo questo disagio.
D’un tratto mi sfilano davanti agli occhi spezzoni e scene di thriller, serie tv, fiction, che avevo seguito con accanimento, pungolato da curiosità e suspense. In esse, uomini qualunque, comuni cittadini, semplici lavoratori, mariti e padri di famiglia, al momento opportuno, avevano scelto, talvolta neanche consapevolmente, di trasformarsi in eroi per contrastare delinquenti e per amore di giustizia.
– Beh, non dici niente? – Mi accenna mamma, rimproverandomi con lo sguardo.
Guardo dritto negli occhi quell’uomo. Ora riconosco quello sguardo, indifeso e comunque coraggioso, docile e tuttavia volitivo, dimesso e nello stesso tempo impavido, con il quale mi sono imbattuto ogni giorno da quando ero piccolo; dando per scontate una serie di cose.
Mi rendo conto che lui è uno di loro, uno di quegli uomini del cinema, uno di quegli eroi celati in persone di tutti i giorni, ma che quando occorre sono capaci di tirar fuori una forza latente e combattere per le cose in cui credono.
– Ehi! Ci sei? –
A questo punto, c’è solo una parola da dire, quell’unica parola che potrebbe sintetizzare tutti i miei stati d’animo, esternare sorpresa ed entusiasmo, esprimere le molteplici e contrastanti emozioni che sto provando in questo momento, e finalmente dico – Figo! Anzi, strafigo! – E corro ad abbracciare il mio papà.
Foto di copertina generata con Copilot per Cinque Colonne Magazine
























