Alla fine la montagna partorì il topolino. Le tanto annunciate e temute proteste dei no green pass nelle stazioni italiane nel giorno in cui entrava l’obbligo della certificazione verde per salire a bordo di treni a lunga percorrenza, e non solo, non hanno fatto i numeri sperati dai promotori. Intanto in Parlamento la Lega vota per l’abolizione del green pass in concomitanza con la ripresa dell’anno sociale e di tante attività finora rimaste chiuse.
Le proteste mancate alle stazioni dei no green pass
L’invito alla protesta era stato lanciato attraverso il canale Telegram di un movimento no green pass. L’appuntamento era stato dato presso le stazioni ferroviarie delle principali città italiane per bloccare i binari e impedire la partenza dei treni, eppure gli appelli alla battaglia per sconfiggere la dittatura sanitaria non sono bastati. Il primo settembre nella stazione di Napoli vi erano solo due persone a sventolare bandiere al grido: “no green pass”, a Roma Tiburtina se ne sono riuniti in trenta, numeri bassissimi anche alla stazione di Firenze. I pochi convenuti sono stati accolti dagli agenti di polizia schierati numerosi. Nelle stesse ore, in Parlamento, la Lega votava per l’abolizione del green pass. Una scelta motivata, secondo dichiarazioni ufficiali, da un’azione di protesta per il mancato accoglimento di altre proposte avanzate dal Carroccio. Si sa bene, però, che questa non è la verità.

A chi non piace il green pass
Chi sono quelli che protestano contro il green pass? Soprattutto, che senso hanno queste polemiche? Il movimento no green pass è per lo più alimentato dai no vax che, dopo aver esercitato il loro sacrosanto diritto a non vaccinarsi contro il Covid 19, vedono la certificazione verde come una limitazione della propria libertà. Non si sentono liberi di viaggiare, di andare al ristorante, in poche parole, di condurre una vita sociale appagante. “Parole, parole, parole”, come diceva la regina della canzone italiana il secolo scorso, che scorrono a fiumi in gruppi creati sui social e nei cortei che di tanto in tanto sfilano nelle città. In questi contesti, leoni da tastiera e individui pseudo-informati sul web sciorinano pseudo-teorie sui danni dei vaccini oggi e delle mascherine ieri (non lo dimentichiamo), convinzioni non supportate da nessuna base scientifica. Secondo l’ultimo rapporto Gimbe, il movimento no vax, e di conseguenza quello non green pass, ha una base puramente emotiva, potremmo dire di pancia. Lo dimostra la circostanza per la quale, quando si ammalano e arrivano in terapia intensiva, molti degli esponenti del movimento cambiano opinione. In esso convogliano tutte le paure nell’affrontare una cosa che è più grande di loro. Quella stessa paura che certa parte politica continua a cavalcare cimentandosi in un bizzarro minuetto per il quale oggi si è favorevoli al green pass, domani si vota per la sua abolizione.
Cos’è davvero il green pass
Intendiamoci, il green pass non è la soluzione al problema della pandemia. Siamo consapevoli che anche da vaccinati è possibile contrarre il virus. La certificazione verde rilasciata a chi presenta un tampone negativo, poi, non rappresenta il massimo delle misure di sicurezza. Il vero valore del green pass sta nell’opportunità che dà alla ripartenza, nel consentire la ripresa di tutte quelle attività che con il lockdown hanno dovuto chiudere e per le quali non ci sono più (o non ci sono mai stati) ristori economici. Il tributo pagato in termini economici e sociali è troppo alto per decidere una nuova chiusura. Secondo i dati Istat dello scorso aprile, in un anno (da febbraio 2020 a febbraio 2021) si sono persi 945.000 posti di lavoro. Motivo in più perché anche il mondo del lavoro, sindacati in testa, si batta per l’obbligo di green pass nelle aziende, negli uffici, mense comprese.

























