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Quando la protesta diventa voto: perché l’AfD continua a crescere

L'AfD sfiora il 44% in Sassonia-Anhalt. Ma perché cresce l'estrema destra? Dietro il voto ci sono sicurezza, immigrazione, economia e una crescente distanza dai partiti tradizionali

Ormai lo sappiamo: ci sono risultati elettorali che possono essere liquidati con una parola: sorpresa. E poi ce ne sono altri che, più che sorprendere, dovrebbero costringere la politica a fermarsi e ascoltare.

Il risultato dell’AfD in Sassonia-Anhalt appartiene decisamente alla seconda categoria.

Un risultato a sorpresa?

Il partito di estrema destra ha ottenuto il 43,8% dei voti, quasi raddoppiando il risultato del 2021 e staccando di oltre ventisei punti la CDU, precipitata al 17,2%. L’affluenza, peraltro, è stata molto alta, intorno al 78%, quindi non siamo davanti a una vittoria costruita sull’assenza degli elettori: siamo davanti a una parte consistente dell’elettorato che ha scelto di esserci e di votare AfD.

La prima reazione è stata quella che ci si poteva aspettare. Allarme, preoccupazione, richiami alla storia tedesca, timore per il futuro della democrazia. Tutto comprensibile. L’AfD è una forza politica dell’estrema destra e il suo successo non può essere considerato un fatto politicamente neutro.

Lo sai che…
43,8%: è la percentuale ottenuta dall’AfD in Sassonia-Anhalt
17,2%: il risultato della CDU, che nel 2021 aveva ottenuto il 37,1%
78% circa: l’affluenza alle urne, la più alta mai registrata nel Land

Fermarsi qui sarebbe un errore

Perché dire che l’AfD è estrema destra spiega che cosa rappresenta il partito. Non spiega perché milioni di persone decidano di votarlo.

E questa seconda domanda è quella che dovrebbe interessarci di più.

Un’indagine condotta da Infratest dimap racconta una realtà molto meno astratta di quella che emerge dai commenti politici. Tra le motivazioni indicate dagli elettori che hanno scelto AfD compaiono la sicurezza interna, l’immigrazione, la sicurezza sociale, l’economia e la pace in Europa. Il 91% degli intervistati si dice preoccupato dal numero di stranieri presenti in Germania, l’89% dall’aumento dei prezzi e dalla difficoltà di pagare le bollette, l’85% dalla rapidità con cui sta cambiando il modo di vivere nel Paese.

Non significa che queste paure siano tutte fondate, né che le ricette dell’AfD siano necessariamente quelle giuste per affrontarle. Significa però che quelle paure esistono.

E se la politica progressista o moderata risponde a una paura reale soltanto dicendo a chi la prova che sta sbagliando a provarla, prima o poi qualcun altro arriverà disposto ad ascoltarla.

Lo sai che…
Il 67% degli intervistati in un’indagine elettorale ritiene che l’AfD
abbia capito meglio degli altri partiti il problema della sicurezza percepita

È questo, forse, il punto sul quale dovremmo riflettere

Per anni abbiamo osservato la crescita dei populismi come se fosse soprattutto un problema degli elettori. Come se milioni di persone si fossero improvvisamente lasciate sedurre da una comunicazione rozza, aggressiva e semplificatrice. C’è certamente anche questo. Il populismo sa trasformare problemi complessi in risposte semplici e individuare con grande abilità un nemico: l’immigrato, Bruxelles, l’élite, il politico di professione, il sistema.

Ma il populismo funziona quando trova uno spazio politico vuoto. E quello spazio non lo crea soltanto chi lo occupa. Lo crea anche chi lo lascia libero.

È qui che la crisi dell’AfD diventa, paradossalmente, anche una crisi della CDU, della SPD, dei Verdi e più in generale dei partiti tradizionali. In vista del voto, Infratest aveva già registrato un radicale spostamento della fiducia sulle competenze: nel 2021 il 40% degli elettori riteneva la CDU il partito più capace di affrontare i principali problemi regionali; nel 2026 quella quota era scesa al 16%, mentre la fiducia nell’AfD era salita dal 9 al 36%.

Questo dato dovrebbe far riflettere più di molti editoriali

Perché significa che una parte dell’elettorato non sta semplicemente dicendo “mi piace l’estrema destra”. Sta dicendo anche: “Non credo più che gli altri sappiano risolvere i miei problemi.” Sono due cose molto diverse. Ed è proprio nella distanza tra queste due frasi che si trova una parte della spiegazione dell’ascesa populista.

Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che basti “ascoltare la gente” per risolvere tutto. Ci sono paure alimentate artificialmente, campagne di disinformazione, propaganda e identità politiche costruite sulla contrapposizione. E non tutto ciò che una maggioranza chiede è automaticamente giusto o compatibile con i principi dello Stato di diritto.

Una democrazia non deve trasformarsi in un sondaggio permanente. Ma nemmeno può permettersi di considerare irrilevante ciò che una parte crescente della popolazione pensa, teme o percepisce. È qui che la politica moderata e la sinistra europea hanno forse una partita decisiva da giocare. Non rincorrendo l’AfD sul suo terreno. Non copiandone linguaggio e ricette. E nemmeno limitandosi a demonizzarla. Dovrebbero tornare a fare una cosa apparentemente semplice: parlare alle persone dei problemi che le persone considerano importanti.

Sicurezza senza xenofobia, immigrazione senza slogan, politiche sociali senza paternalismo, transizione economica senza ignorare chi ne sostiene i costi, Europa senza raccontarla come una religione né come il capro espiatorio di ogni difficoltà. E soprattutto una politica capace di riconoscere che la società è cambiata, mentre spesso il linguaggio con cui viene raccontata è rimasto fermo.

Forse la lezione che arriva dalla Germania non è soltanto “attenzione all’estrema destra“. È qualcosa di più scomodo. Se una parte consistente della società non si sente ascoltata, prima o poi qualcuno troverà il modo di parlare al suo posto. E quel qualcuno potrebbe non piacerci affatto.

La risposta democratica, allora, non può essere soltanto un cordone sanitario. Deve essere anche la capacità di tornare a costruire fiducia. Perché il populismo prospera nella paura, ma spesso nasce nella distanza. E quando la politica smette di ascoltare quella distanza, qualcun altro comincia a riempirla.

Foto da Depositphotos

Gianni Tortoriello

Quattro decenni e più di vita dedicati al giornalismo, ma anche alla comunicazione tout-court, passando dalla carta stampata, alla televisione, al web. Una Laurea in Scienze Politiche alla Federico II, qualche anno d'insegnamento e qualche altro da formatore. Unica fede, il Napoli. Poche certezze, tanta passione e una consapevolezza: ciò che paga è solo l'impegno costante nel realizzare i propri progetti e, perché no, i sogni. Il villaggio globale di cristallo dell'informazione e della comunicazione è, purtroppo, divenuto il luogo dove conta solo 'spararla quanto più grossa possibile!' Il sensazionalismo e l'opinionismo hanno soppiantato la notizia. Io vorrei solo continuare a fare quello che mi hanno insegnato: raccontare i fatti.

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Gianni Tortoriello

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