Un fine settimana, quattro composizioni, due giorni d’uscita per un unico argomento. Racconti istantanei mette alla prova gli autori di Setterversi. L’argomento di oggi è la grazia. Buona lettura!
San Gennà, piensace tu! (di Flavio Ferraro)
In tanti si rivolgono a lui, non solo all’ombra del Vesuvio ma da ogni angolo del globo. Ci si affida, gli si chiede aiuto, talvolta con umiltà, ma molto più spesso con una sfacciataggine che rasenta l’arroganza. Da San Gennaro si pretende comprensione, se non proprio una complicità per risolvere guai personali, senza badare troppo alle esigenze del prossimo. La filosofia di tanti devoti, del resto, è semplice: “basta che sto bene io, stanno bene tutti”.
Prendete quel disgraziato che, a forza di scialacquare tra donne e gioco d’azzardo, aveva perso tutto: famiglia, dignità e portafoglio. Ormai viveva nel rottame della sua vecchia auto scassata. Il lavoro? Svanito da tempo, perché il bel tipo pretendeva uno stipendio da dirigente a fronte di un impegno da bradipo. Insomma, un caso disperato e irrecuperabile.

Di quel nulla che gli restava, conservava solo la fede. Non quella sincera, tutta spirito e anima, sia chiaro. La sua era una fede commerciale, basata sul do-ut-des, tipica di chi pretende miracoli senza aver mai dato un soldo di cacio in beneficenza o essersi mai interessato agli altri.
Un mattino, con le tasche vuote e lo stomaco che per la fame lanciava urla disperate, si ritrovò a passare davanti ai locali di una parrocchia che ospitava la mensa dei poveri. Gli parve un segno del destino: in un colpo solo poteva riempire la pancia e andare a bussare a Chi tutto può. Anzi, di più: a quel Santo protettore di Napoli a cui era dedicato il santuario.
Per mangiare era presto, ma per pregare l’orario è sempre quello giusto. Entrò in chiesa con passo deciso e si piazzò davanti al celebre Busto. Gli si rivolse prima con una finta e ruffiana devozione di facciata, poi, rompendo gli indugi, passò a una sfacciata pretesa, convinto che la grazia gli spettasse di diritto.
Il colloquio fu un monologo. Il Santo stava lì, immobile, tutto giallo, ad ascoltare. Il nostro uomo non perse tempo e tirò fuori una lista della spesa ben precisa, impressa da tempo nella mente. Ad ogni richiesta aggiungeva un perentorio “Voglio”, ma non appena terminò la litania, tornò improvvisamente gentile per i saluti, accompagnati però da una velata minaccia: “vedi che devi fare, altrimenti ti declasso a santo di serie C”. Povero San Gennaro: quel colorito itterico, in fondo, gli era venuto proprio per il fegato ingrossato a furia di sentire sempre le stesse minacciose lagne.
Nel frattempo la mensa aprì e il nostro eroe si mise in fila con gli altri disperati, tutti reduci dallo stesso colloquio privato col Santo. Dopo un pasto caldo e abbondante, uscì con l’animo sollevato e corse dal tabaccaio. Lì investì gli ultimissimi spiccioli per comprare un biglietto della lotteria e un pacchetto di sigarette, seguendo l’identico copione di tanti altri fedeli che, proprio come lui, credevano di poter cambiare vita così.
Lassù, il povero San Gennaro, che ormai aveva le tasche piene di quelle preghiere fotocopia, ebbe un moto di stizza. Per far cessare quel supplizio e curarsi l’infiammazione al fegato che lo rendeva celebre come “Faccia Gialla”, prese una decisione storica: “E va bene, vi accontento tutti in un colpo solo!”.
Il sabato sera, l’estrazione del Superenalotto fu un trionfo. Quando il nostro eroe scoprì di avere tutti i numeri vincenti, volò al santuario per ringraziare il Capo. Dovette fare una fila interminabile: la chiesa era stipata di una folla oceanica, tutta lì per lo stesso identico motivo. Esaltato, quando arrivò il suo turno, sussurrò al Busto parole d’amore puro: “Ma quale serie C! Tu sei da Champions League, sei Campione del Mondo!”.
Il lunedì mattina si presentò dal tabaccaio, battendo i pugni sul bancone per riscuotere e pretendendo un anticipo sui tanti soldi della vincita. Il tabaccaio, con una calma serafica, gli allungò una banconota da cinquanta euro.
“Questo è tutto” disse l’esercente. “Siete stati talmente in tanti a fare sei, che con la spartizione vi toccano cinquanta euro a testa”.
Inutile descrivere il dramma collettivo. Tutti avevano vinto, nessuno si era arricchito. E la cosa più frustrante era non potersela nemmeno prendere col Santo che, dopotutto, la grazia l’aveva fatta! Ma si sa, chi di speranza vive, disperato muore. E loro, di sicuro disperati rimasero, anche se probabilmente capirono che la strada da percorrere era un’altra… e forse proprio quello fu il miracolo, la vera grazia ricevuta.
Al povero disgraziato intanto non rimase che rimettersi in fila alla mensa dei poveri perduto in nuovi pensieri. Passando davanti alla chiesa, entrò per un ultimo, velenoso “Grazie assai, San Gennà”. Guardando torvo quel Busto, gli parve che il Santo avesse un aspetto diverso dal solito: un colorito più roseo, un’espressione più riposata e gli sembrò persino di intravedere un mezzo, ironico sorriso sulle labbra.
Ma forse era solo una sua impressione.
Un racconto sulla Grazia (di Silvana Fumo)
Maria aveva appena quattordici anni quando le accadde un fatto straordinario. Aveva finito di rassettare casa e stava già pregustando di dedicarsi alla lettura quando in quell’ afoso, tardo pomeriggio, sentì un’improvvisa brezza rinfrescare la stanzetta. Guardò l’olivo, fuori, per vedere se i rami e le foglioline d’argento vibrassero al venticello ma tutto appariva immobile nell’aria polverosa. Da lontano le giunse il canto della mamma e con un ritmo regolare i colpi di mazzuolo del papà. Tanto le bastò per sentirsi tranquilla, iniziò a leggere e presto la concentrazione cancellò ogni rumore e anche la vista delle cose intorno a lei. Una gocciolina di sudore scivolò dalla fronte, percorse la guancia e Maria la raccolse sulle dita per evitare che macchiasse il Testo sul quale aveva imparato a leggere, a pensare, a credere e pregare. Stavolta non fu solo un alito fresco ma un’ onda che dalla penombra scompigliò le pagine e sollevò la polvere: Maria istintivamente portò le mani sugli occhi per proteggersi, non c’ era nulla in casa che la potesse abbagliare in quel modo, serrava le palpebre mentre sentiva batterle forte il cuore ma un istante dopo era già china sul Testo per proteggerlo quando sentì una voce che pronunciava il suo nome: Ave Maria, piena di Grazia… Era solo una ragazzina come tutte le altre, sapeva d’essere stata promessa a un uomo della sua tribù, non poteva scegliere di contravvenire alla Tradizione, di offendere la Legge, di disonorare sé stessa e la famiglia. Ma cos’è la Tradizione, cosa vale la Legge senza la Grazia di Dio? Maria credette, scelse e accolse in sé quella Grazia dandole il proprio sangue, la propria carne, la propria vita.
P.G.D. — Per Grazia Dovuta (di Xavier Virdem)
Aspettavano, aspettavano tutti. E nel mentre pregavano, all’unisono, con un gorgoglio sordo che saliva dall’antro delle viscere.
Il Cardinale agitò l’ampolla una, due, tre volte, ma il grumo sigillato nel vetro non si mosse. Alla quarta, il gesto parve quasi di minaccia. Gli occhi del Cardinale scivolarono sulla folla, sul mare di volti affamati di segni, di prove. Alla quinta, un fremito, un palpito lieve, come di cuore di lucertola al sole, e il grumo si sciolse. Un viola vivo, profondo, lussurioso, cui seguirono grida sfrenate, d’esultanza ferina.
Il Cardinale alzò l’ampolla («Miraculum factum est») e nel liquido scuro si vide per un attimo il riflesso distorto di quei volti pagani, spudorati, felici.
Per il santo tornato a obbedire.
Grazia (di Grazia Fresu)
Suo padre l’aveva chiamata Grazia.

In quella cucina dove aspettava la nascita di sua figlia sapeva che il parto si stava rivelando difficile. Le donne di casa lo avevano escluso dalla stanza dove sua moglie soffriva da ore. Lui aspettava silenzioso con dentro quell’amore che gli rendeva impossibile staccarsi dall’immagine felice di lei che gli diceva di essere incinta. Dopo qualche ora di attesa si era addormentato con il capo sul tavolo e aveva sognato la sua bambina con gli occhi castano-dorati e la fossetta sul mento come lui. Sua sorella l’aveva svegliato toccandolo dolcemente sulla spalla, lui aveva alzato il capo e aveva visto sua figlia tra le braccia di lei, uguale al suo sogno. Le parve l’essere più bello che avesse mai visto, la prese con emozione tra le braccia, entrò nella stanza della nascita, abbracciò sua moglie e le disse” Voglio chiamarla Grazia. Vederla mi ha cancellato di colpo le orribili visioni della guerra da cui sono appena tornato e che tormentavano ancora le mie notti. Lei è un dono per noi, la nostra Grazia speciale.”
Questa storia mi è stata raccontata dai miei genitori come il mito fondante della mia nascita, come destino ad essere dono per gli altri, come grazia nel vivere, nel pensare, nell’ascoltare e comprendere ció che mi accadeva e ciò che accadeva agli altri. Grazia è il mio nome, la vita che ho ricevuto in dono, gli incontri in cui mi sono data con amore, la bellezza della mia terra e della parte del mondo che ho visto, grazia è la poesia che leggo e quella che mi ha visitato fin da bambina, grazia è la mano di un bambino nella mia, grazia è la commozione che sento per i diseredati del mondo e le parole che cerco per raccontarle, grazia è che sia ancora qui con il peso di tanti anni sulle spalle ma una ostinata speranza nel cuore.
Foto di Michaela St: https://www.pexels.com/it-it/foto/volando-volante-libro-aria-20726950/


























