Un nuovo fine settimana di racconti e poesie caratterizzerà Setteversi. Per la “serie” #raccontieversistantanei, il tema di oggi è: il desiderio e l’amore secondo Platone.
Racconto di Silvana Fumo
Avessi conosciuto Platone, gli avessi dato retta! Oggi sarei un’artista appaciata, un’archeologa con le unghie rotte, una guida turistica con una gioiosa confusione di lingue nella testa, mamma di sette figlie, una santa in perenne estasi, un’avventuriera acciaccata, vincitrice di tre Premi Strega e otto premi Amaretto di Saronno, una domatrice di uomini, la guru degli elefanti. Non ho conosciuto Platone. Ho amato il desiderio di essere, quasi mai di avere. Ho pensato fosse un lusso che non potevo permettermi, un rischio incalcolabile, una gioia che non avrei saputo sostenere. L’ho sentito come un peccato, peggio, una chimera. Ho vissuto secondo ragione e ragionevolmente ho galleggiato nella vita. Oggi comprendo quanto abbia confinato il desiderio sulla punta piccolissima di una biro, sul polpastrello dell’ indice destro e sento quanto, per vivere senza peccato ne abbia compiuto uno più grande, senza remissione.
Il “desiderio”: un viaggio nel tempo (di Michele Laperuta)
Avevo il “desiderio” di iniziare lo scritto a mo’ di lettera accademica. Volevo iniziare con il proverbiale “Chiarissimo Prof. Platone”. Poi, mi sono presto accorto che l’idea della lettera era già stata messa in atto e pubblicata. Mi sono allora fiondato su qualcosa che potesse richiamare, facendo da preludio, il maestro di Platone e, quindi, giocare con “so di non sapere”. Lo scritto, però, aveva preso la piega del pomposo, delle astrazioni poco digeribili. Non era mio “desiderio” “muovermi”, “spingermi”, “portarmi”, insieme con il lettore, verso questi lidi. Ho riflettuto e, a pensarci bene, questo Platone gioca con il tempo. Eh sì. Parla di “desiderio”, ma la parola “desiderio” non era ancora stata coniata ai suoi tempi.
Arriverà dal latino, unendo la particella “de” e “sidus” che a sua volta rimanda al verbo “siderare”, ovvero fissare attentamente le stelle. Mi sono detto: “Questo (mi scuso con Platone se ho usato “Questo”) ne parla da visionario, da dott. Brown di “Ritorno al futuro”. Probabilmente Platone (non ho usato “Questo”) avrà avuto contatti con Efesto che gli avrà prestato qualche suo “robot ante litteram” dotato di tecnologia in grado di viaggiare nel tempo. Il robor uscito da un luogo al nostro Platone assai caro, ovvero “la caverna” (di Efesto), deve averlo portato a spasso nel tempo, sino alla Roma del tempo del conio della parola “desiderio”. Fatto ritorno nell’Atene del suo tempo, non potendo spacciare la parola appresa nel futuro, l’ha utilizzata, avendone appreso il concetto, con diverse sfumature.
Ha parlato di ἐπιθυμία (epithymía), cioè il desiderio come appetito, brama, spesso legato a impulsi fisici o sensuali, di πόθος (póthos), cioè il desiderio per qualcosa di assente o lontano, con sfumatura di nostalgia, di ἵμερος (hímeros), cioè il desiderio più immediato, spesso erotico, di ἔρως (éros), cioè di amore/desiderio, che diventa un concetto filosofico complesso, motore di ascesa verso il “Bene e il Bello”. In pratica, il famoso “amore platonico”. Poi, passati molti secoli, tra le distrazioni dovute al lungo lasso di tempo trascorso, la velocità e voracità della vita quotidiana, il “surfismo” oggi imperante, ha buttato lì “desiderio”, e giù pagine su pagine. Ecco: io so di non sapere e mi scuso con i lettori se non sono riuscito a trattare del tema. Forse il mio “desiderio” è quello di scrivere cose banali e senza senso.
L’amore secondo Platone…ma in Corea! (di Fede Rica)
Quando pensiamo all’amore, spesso immaginiamo un incontro, una conquista, due persone che finalmente si raggiungono.
Platone, invece, suggeriva qualcosa di più inquieto: amiamo perché ci manca qualcosa. L’amore nasce da un vuoto, da una tensione verso ciò che desideriamo e non possediamo del tutto. Non è il possesso a generare il desiderio, ma la distanza che ci separa da ciò che cerchiamo.
Molti secoli dopo, dall’altra parte del mondo, una canzone popolare coreana sembra dare voce alla stessa intuizione.
Quella canzone si chiama Arirang.
In Corea la conoscono tutti. È stata cantata per generazioni e, a seconda di chi l’ascolta, può parlare di un amore perduto, di una separazione, di una partenza o di una nostalgia che non trova pace. Ma sotto tutte queste interpretazioni scorre sempre la stessa corrente: l’esperienza della mancanza.
Per questo, prima ancora di essere una canzone d’amore, Arirang è una canzone sul desiderio di ciò che non possiamo raggiungere.
La leggenda da cui nasce racconta di due innamorati separati da un fiume. E come spesso accade nelle storie più profonde, non è l’unione a renderli indimenticabili, ma la distanza.
La leggenda è antica.
E io mi immagino sia andata così:
C’era un fiume laggiù, ad Auraji.
Non era un grande fiume. Non il Mississippi, non uno di quei mostri che divorano le città. Era solo acqua che scorreva tra montagne antiche, acqua che sapeva il nome delle pietre e delle stagioni.
Da una parte viveva una ragazza.
Dall’altra un ragazzo.
Si erano incontrati raccogliendo fiori selvatici, e questo è sempre il modo in cui cominciano le storie: qualcuno si china verso qualcosa di bello e quando rialza la testa vede un essere umano.
Per un po’ bastò.
Attraversavano il fiume. Ridevano. Tornavano a casa tardi. Il mondo era piccolo abbastanza da contenere entrambi.
Poi arrivò l’estate.
La pioggia cadde per giorni.
Il fiume si gonfiò come un pensiero ossessivo.
L’acqua diventò marrone, rapida, impaziente.
Da una riva vedevi l’altra ma non potevi raggiungerla.
E così passarono le settimane.
Lui la vedeva al tramonto, una macchia chiara tra gli alberi.
Lei vedeva il fumo del suo tetto salire nell’aria fredda del mattino.
Erano vicini come due stelle.
Lontani come due stelle.
Ogni sera lui pensava: domani.
Ogni mattina il fiume rispondeva: no.
È strano come funzioni il desiderio.
Quando erano insieme si amavano.
Quando furono separati, l’amore crebbe come erba tra le crepe della pietra.
Ogni giorno aggiungeva qualcosa.
Una parola non detta.
Un gesto ricordato.
Una possibilità.
Lei non era più soltanto una ragazza.
Diventava un continente.
Una musica.
Una promessa.
Una fame.
Una sera il ragazzo guardò il fiume e capì che non poteva continuare a vivere nella distanza.
Le montagne erano nere.
L’acqua correva veloce.
La ragazza era là.
Questo era tutto ciò che sapeva.
Entrò nel fiume.
L’acqua gli arrivò alle ginocchia, poi alla vita, poi al petto.
Continuò.
Perché a volte gli esseri umani preferiscono essere trascinati via piuttosto che restare immobili.
La corrente lo prese.
E mentre veniva trascinato giù, verso il buio, verso il mare, verso tutte le cose che finiscono, cantò.
Cantò per lei.
Cantò perché non poteva toccarla.
Cantò perché il mondo era troppo grande.
Cantò perché l’amore non aveva trovato una casa.
La canzone rimase.
Più del ragazzo.
Più della ragazza.
Più del fiume.
E ancora oggi, quando qualcuno canta Arirang, sembra di sentire quella verità semplice e terribile:
che certe persone entrano nella nostra vita per diventare presenza,
ma altre entrano soltanto per diventare mancanza.
E a volte è la mancanza a durare più a lungo.
Foto di Özgür Akman: https://www.pexels.com/it-it/foto/primo-piano-di-un-busto-in-marmo-dell-antica-grecia-38350638/

























