Questo nuovo fine settimana porta su Setteversi una nuova uscita del filone #raccontieversistantanei. Continuiamo ad essere in viaggio con… Ulisse.
Itaca, il ritorno (di Vania Lauri)
Paola ha sempre organizzato viaggi, con l’aiuto di Lonley Planet, Bell’Italia e prima ancora con quella barba delle guide Touring. Quelle che ama tanto suo marito, dove sono indicate tutte le chiese, piazze, piazzette, palazzi e fontane e una sequela di artisti pressoché sconosciuti.
Mentre a Paola piacciono i tempietti dimenticati dai turisti, i conventi che nascondono i peccati, le osterie frequentate dagli outsider, a Giulio i siti archeologici, gli orti botanici e i musei seriosi.
La coppia viaggia insieme ma riporta a casa ricordi differenti. Per lei tornare con la mente ad un determinato paese, equivale all’insegna di un piccolo museo di giocattoli antichi in un palazzo liberty, per lui a un ginko biloba che svetta maestoso al centro della piazza.
Insieme sono una squadra imbattibile, divisi, lui farebbe viaggi barbosissimi , seguendo gli itinerari consigliati, senza attaccare discorso con nessuno, lei si perderebbe tra le bancarelle del mercato e mancherebbe di prendere il treno per parlare con una venditrice simpatica e chiacchierona.
In modo complice progettano mete, sfidando i quattro punti cardinali, e possono dormire indifferentemente abbracciati sotto una tenda in una spiaggia deserta o in un letto a baldacchino del settecento.
“Andare oltre le colonne d’Ercole” è il leitmotiv delle loro esistenze, dove viaggio geografico e viaggio interiore si sovrappongono verso sfide ignote.
“Fino a quando?” si domanda Paola
Fino al “nostos”il doloroso ritorno a casa da anziani ed affaticati, saturi di esperienze pronti al viaggio finale, quello in caduta libera.
“Sarebbe bello fare insieme anche quello” si permette di sognare Giulio mentre guarda la luna piena.
È tutta colpa di Penelope, XXVI Canto dell’Inferno: La verità (di Flavio Ferraro)
L’abbiamo sempre saputa così la storia del mitico Ulisse, come ci è stata raccontata a scuola. Ma forse le cose non stanno proprio in questo modo. Il dubbio sorge da recenti traduzioni che oggi costringerebbero persino il buon Dante a rivedere il XXVI Canto dell’Inferno.
La verità è che il problema di Ulisse non era affatto la sete di conoscenza: era che non sapeva dire di no. E, soprattutto, non aveva la minima idea di che scusa inventare con Penelope per giustificare vent’anni di ritardo “per andare a comprare un pacchetto di sigarette”. Poteva mai raccontarle di aver dovuto attendere la scoperta dell’America? Lei come avrebbe potuto credergli?
Ma procediamo con ordine. All’inizio l’eroe intraprese quel periglioso viaggio solo per raggiungere una vicina isoletta dove l’aspettava la bellezza di turno. Insomma, si era organizzato una scappatella: una felice toccata e fuga per quel burlesque che lo faceva impazzire. Ma si sa, quando il diavolo ci mette lo zampino…
Ben presto la nave, che già era uno scricchiolante guscio di noce con la vernice scrostata, si dimostrò del tutto inadatta alla navigazione. Fu quindi inevitabile che una tempesta improvvisa la trascinasse lontano, fino allo Stretto di Gibilterra, con una ciurma svogliata e ridotta ai minimi termini: quattro sciancati ottantenni con la sciatica e la sola voglia di un brodino caldo. Altro che remare ancora per assecondare le voglie di un re vizioso!
«Capo,» biascicò un marinaio sdentato nel disperato tentativo di farlo desistere, «lì c’è il cartello Fine del Mondo. Siamo alle Colonne d’Ercole. Che facciamo, giriamo la barca?»
Ulisse guardò la mappa – in realtà una vecchia ricevuta della lavanderia di Circe – e sudò freddo. Sapeva bene che a Itaca lo aspettavano i conti in sospeso con i Proci, i rimborsi spese da approvare e, soprattutto, una moglie pronta a pretendere la riparazione del tetto della reggia e il saldo immediato di tutti gli arretrati dei mancati “doveri coniugali”.
«Ma quale fine del mondo!» esclamò improvvisando. Si arrampicò su una botte di sarde salate e, per darsi un tono, urlò: «Compagni! Considerate la vostra semenza! Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza!»
I quattro vecchi si guardarono confusi. «Veramente io volevo solo andare dal reumatologo…» sussurrò uno, prima di essere bruscamente interrotto. «Zitto e rema!» replicò Ulisse imbestialito. «Canoscenza significa che più avanti c’è un’osteria che offre del buon vino non annacquato e a basso costo!»
E così, pur di non ammettere l’errore e per rimandare il rientro, trascinò quei pensionati senza pensione nell’Oceano Atlantico. Il viaggio fu un disastro: solo acqua salata e gallette piene di punteruoli – i famosi pappici – che Ulisse rifilava alla ciurma spacciandoli per un “ottimo e abbondante pasto proteico”. Finalmente, dopo cinque mesi di monotonia, avvistarono una montagna altissima.
«Visto?» urlò trionfante Ulisse. «Nuove terre! Vecchi malpensanti, vi avevo detto che…»
Non fece in tempo a finire la frase che un banale cambio di vento fece girare la nave tre volte. Alla quarta, la prua centrò in pieno uno scoglio affiorante. Perché, si sa, alla sfiga non c’è mai limite.
Mentre la già disastrata barca colava a picco così «com’altrui piacque», Ulisse, aggrappato a un pezzo di legno, pensò che quel naufragio non era poi così male. Anzi, era un’ottima scusa per non spiegare a Penelope perché sulla carta di credito reale ci fossero così tanti bonifici intestati a una non meglio identificabile Maga Circe.
Per non farla troppo lunga, alla fine quei poveri marinai riuscirono a riparare la barca e anche la sfiga, stanca di lavorare, si mise d’impegno per concludere il viaggio, facendo rientrare tutti a Itaca senza altri problemi.
Una volta giunto a casa, Ulisse non ebbe nessuna necessità di dare spiegazioni a Penelope che era troppo intenta a filare e sfilare una tela di cui non ricordava neanche più lo scopo. Dimentica del lungo tempo trascorso e confusa nei pensieri, appena lo vide lo salutò con un gesto svogliato e gli chiese semplicemente cosa volesse per cena. Dei Proci non c’era più traccia: ormai erano tutti a casa assistiti da ruvidi badanti. I due coniugi si ritrovarono così a vivere una solitaria e tranquilla quotidianità, insieme a un cane fedele che aveva capito tutto ma che, per quieto vivere, fece lo gnorri fino alla fine dei suoi giorni in cambio di una ciotola di croccantini.
I due vecchietti, infine, trascorsero gli ultimi anni in una triste casa di riposo a spese della ASL Itaca1, lì dove Telemaco li aveva sistemati per esser libero di vivere quella “vita spericolata” che sarà poi fonte di ispirazione, molti secoli dopo, per un noto cantante rock. Ma questa è un’altra storia.
Foto di copertina concessa da Flavio Ferraro


























