Anche questa domenica, come ogni altra, il vecchio Ahmed si godeva la compagnia dei suoi nipoti. Sebbene fosse un fumatore accanito, che durante i loro incontri e le loro chiacchierate non poteva fare a meno del narghilè e della sigaretta, quando era con loro il tabacco non gli passava neppure per la mente.
Se ne stava tranquillo seduto sul minder, a gambe incrociate, e raccontava storie di vita, che certo non gli mancavano, avendo attraversato tre Stati: dal Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, passando per la Jugoslavia di Tito, fino all’arrivo della democrazia, davanti alla quale si contraeva sempre in volto quando qualcuno, in sua presenza, pronunciava persino quello che lui, come diceva, considerava «quel maledetto concetto».
Il nonno Ahmed era stato anche incarcerato ai tempi della Risoluzione dell’Informbiro, ma nessuno lo aveva mai sentito dire qualcosa di male né di quella vicenda né del modo in cui era stato trattato in carcere. Anzi, aveva persino detto che era una cosa che si sarebbe dovuta fare molto tempo prima e che alla sua famiglia non avevano impedito né di fargli visita né di portargli ciò che desiderava. Gli avevano persino portato una postekija, affinché potesse pregare tranquillamente nella cella.
Per quanto ne sapessero quelli che lo conoscevano, Ahmed aveva avuto il suo peso. Eppure non si era mai messo in mostra e non frequentava le osterie; lo stimavano e lo rispettavano.
Aveva lavorato tutta la vita nella sua panetteria insieme ai figli e, quando si era ammalato anche d’asma, non aveva permesso che gli togliessero, come diceva lui, il suo ćeif, il suo piacere, la sua abitudine. Era andata così fino a quando le gambe non avevano cominciato a cedere.
Da allora sedeva nella stanza, sul minder accanto alla finestra, e aspettava con gioia i nipotini, che a loro volta aspettavano con impazienza la domenica e il momento di stare con il nonno.
Per quanto fossero di età diverse, le sue storie li incantavano tutti con la stessa forza seducente. Era come se disegnasse con le parole, e le sue parole erano piene di vita.
«Eh, miei colombelli, la vita è un dono di Allah e un miracolo a cui l’uomo non è all’altezza. Eccovi qua, miei piccoli colombi, ed eccomi qua anch’io. Per quanto abbia attraversato ogni sorta di vicissitudini con questa mia testa pazza e canuta e abbia più nodi addosso di una quercia della nostra campagna, non sono più saggio della nostra piccola Esma, che ancora non riesce nemmeno ad ascoltarci. L’uomo impara finché è vivo, e chissà quanto resta ignorante quando se ne va da questo mondo. Eh…»
Guardò pensieroso fuori dalla finestra e continuò il suo racconto:
«Ai miei tempi le cinque preghiere quotidiane erano farz. Ero piccolo, pulcini miei. Papà aveva detto così e non se ne parlava più. Come quando imparate a bere l’acqua. Eravamo tutti insieme, giocavamo alla krpenjača o ai klisa. Che tempi, quelli. Non so se perché eravamo piccoli o per qualche altra ragione, ma si poteva morire di felicità. Nessuno sapeva niente di nessuno, eppure si sapeva tutto.
Eh… Poi venne la guerra e, per noi bambini, passò molto in fretta. Anche allora lavoravo nella panetteria di papà e, per fortuna, non ci mancava niente.
Verso la fine della guerra papà morì e toccò a me, essendo l’unico uomo di casa, occuparmi della panetteria dalla A alla Z. Non uscivo praticamente mai di casa. Finché un giorno vennero a prendermi in panetteria dicendo che dovevamo andare immediatamente in polizia.
Per quanto fossi sorpreso e non capissi perché, mi lavai, mi vestii, chiesi a Maho di avvertire la famiglia e partimmo.
Dopo che fummo saliti in macchina, quello che evidentemente era incaricato di dire cosa si dovesse fare e come, disse all’autista di portarmi prima a casa, così da poter spiegare cosa stesse succedendo e perché le persone perbene non dovessero preoccuparsi inutilmente.
Durante il tragitto, per quanto fosse breve, mi disse che si trattava di un errore che sarebbe stato risolto molto presto e che non c’era motivo di agitarsi. Come se io stesso non sapessi che tutto è nelle mani di Allah e che sarebbe accaduto esattamente ciò che doveva accadere.
Dissi a mia madre cosa era successo, presi ciò che mi serviva e le dissi di non piangere, che quella faccenda si sarebbe risolta presto.
Mi accompagnò fino al cancello e non versò nemmeno una lacrima. Quando stavo chiudendo il cancello, mi abbracciò soltanto e mi baciò la mano.
Vostra madre, figli miei, è sempre stata dura come una pietra focaia. Allah le conceda lunga vita, salute e felicità.
Non passò molto tempo… forse una settimana, due, quando mi lasciarono andare.
Un buon amico, che lavorava nella polizia, mi disse che era stato Bega a denunciarmi al comitato.
Povero, buon Bega. Eh, cosa vuoi farci. Nelle mani di Allah c’è ogni cosa, anche la sua denuncia.
E perché vi racconto questo, miei colombi!


























