Era una giornata come tante, forse più luminosa del solito. Il cielo era terso, il sole rifletteva sulle lamiere delle auto parcheggiate in fila nel viale davanti a scuola, e io, come sempre, camminavo con le cuffie nelle orecchie. Bob Dylan mi accompagnava con la sua voce roca e stanca, mentre cercavo di ignorare l’odore di benzina e di cornetti appena sfornati che arrivava dal bar all’angolo.
La scuola non mi era mai sembrata così distante. Anche se la conoscevo metro per metro, ogni volta che mi avvicinavo mi sembrava di entrare in un teatro dove dovevo recitare la parte dello studente modello, del figlio normale, dell’amico equilibrato. Ma dentro di me qualcosa si agitava da tempo. Una crepa. Un filo invisibile che scricchiolava ogni volta che provavo a sorridere. Ero una bomba ad orologeria, con il timer nascosto tra i pensieri.
Quel giorno, al suono della campanella, non entrai subito. Rimasi fuori, sul marciapiede, guardando il cielo come se mi aspettassi una risposta da lassù. Una nuvola passò veloce, come una mano che cancella tutto. Potevo sentire il canto delle rondini, un canto di libertà che mi ricordava mio nonno Mondo e le sue storie avventurose di grande marinaio. Pensai che forse sarebbe stato meglio non entrare affatto.
Quando mi decisi, trovai la bidella che già chiudeva il portone d’ingresso. Mi lasciò passare con uno sguardo stanco, come chi ha smesso di farsi domande. E io salii le scale in fretta, dimenticando tutto il resto, sprofondando in quella giornata che, anche se identica a tutte le altre, aveva già cominciato a sbeccarsi dai bordi.


























