La Sirena che cambia nel tempo
La Sirena Parthenope è in mostra al MANN e con la sua storia porta anche un messaggio: il mito fondativo della città non è una cartolina identitaria, ma un organismo che cambia pelle. La mostra “Parthenope. La Sirena e la città”,ospitata al MANN di Napoli, dopo il grande successo di pubblico, viene prorogata fino al 21 settembre.
In esposizione oltre 250 opere che raccontano un viaggio straordinario dall’VIII secolo a.C. all’età contemporanea, con prestiti da più di quaranta musei italiani e internazionali. Parthenope nasce nelle rotte del Mediterraneo antico, passa attraverso Omero, si lega al promontorio di Pizzofalcone, accompagna la nascita di Neapolis e arriva fino alle immagini urbane del presente. E’ questo il percorso sorprendente organizzato al MANN per i visitatori: un viaggio tra epoche storiche diverse che mostrano come il mito cambi pelle e forma quando cambia il modo in cui le comunità la guardano. Nell’immaginario arcaico le Sirene sono creature con corpo d’uccello e volto femminile; nel Medioevo diventano donne con coda di pesce; nella contemporaneità si moltiplicano in icone grafiche, murales, oggetti pop, immagini cinematografiche e persino giocattoli. La mostra segue questa metamorfosi, rivelando che ogni trasformazione svela un diverso modo di pensare il desiderio, il pericolo, la protezione e il rapporto con il mare.

Lo stamnos del British Museum
Uno dei nuclei più forti è il rapporto con Odisseo. Le Sirene non cantano solo per sedurre: promettono conoscenza, attirano verso il limite, costringono l’eroe a misurarsi con il desiderio di ascoltare e sopravvivere. Questa tensione attraversa molti oggetti in mostra, tra cui il vaso noto come “The Siren Vase”, uno stamnos attico a figure rosse attribuito al Pittore della Sirena. Il manufatto, datato intorno al 480-470 a.C., proveniente da Vulci e oggi al British Museum, è celebre proprio per la scena della nave di Odisseo che passa davanti alle creature alate. I rematori hanno le orecchie chiuse con la cera, Odisseo è legato all’albero per ascoltare il canto senza cedere, mentre una delle Sirene potrebbe gettarsi verso la morte per il fallimento dell’incanto. La Sirena in picchiata è il simbolo della voce che non riesce più a trattenere la nave; il canto resta potente, ma l’uomo impara a costruire distanza.
Rispetto al mito moderno che raffigura le Sirene come creature metà donna e metà pesce, sul vaso in mostra le sirene sono raffigurate secondo la tradizione arcaica greca e cioè esseri mostruosi con il volto di donna e il corpo d’uccello. Nel reperto è possibile notare due sirene appollaiate su due rocce e una terza che si lancia in picchiata verso il mare. Quest’ultima sta a simboleggiare il suicidio rituale dovuto al fallimento del loro canto ammaliatore.

Cosa vedere in mostra
Accanto ai capolavori antichi, la mostra dedica molto spazio alla città reale. I materiali provenienti dagli scavi della metropolitana restituiscono una Napoli sotterranea che non è meno narrativa del mito. Frammenti e oggetti aiutano a datare l’abitato di Parthenope all’VIII secolo a.C. e raccontano l’inserimento del primo insediamento in una rete mediterranea di scambi. In questo senso, il percorso ha il merito di non separare la leggenda dall’ archeologia, ma di metterle in dialogo, mostrando come il racconto di un’ identità possa nascere da luoghi, merci, necropoli e pratiche rituali.
In quest’ottica, la mostra funziona bene perché evita la trappola della celebrazione statica. Parthenope viene raccontata come una figura mobile, talvolta inquietante, talvolta protettiva, sempre ambigua, ma che innanzitutto parla di Napoli. Emblematiche sono le parole di Francesco Sirano, Direttore Generale del MANN, che definisce Parthenope “una mostra in divenire”, aggiungendo che l’esposizione “esce necessariamente dalle sale del MANN per invitare tutti ad un affascinante viaggio nella nostra città alla scoperta dei tanti luoghi consacrati alla Sirena”.
Lungo il percorso, il visitatore avrà modo di apprezzare reperti archeologici, vasi figurati, sarcofagi, affreschi, matrici bronzee e materiali provenienti dagli scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana. A questi si aggiungono volumi antichi del fondo MANN, apparati multimediali, fotografie di murales, stencil e oggetti pop. Tra i nuclei più riconoscibili figurano il cratere del naufragio, l’anfora calcidese con Sirene, lo stamnos del British Museum, il busto argenteo di Santa Patrizia e le opere moderne di Gemito, Balsamo Stella e Andersen.

Uno sguardo al contemporaneo
La fine del percorso della mostra, invece, guarda al presente. La Sirena diventa immagine urbana, presenza fotografata nei murales, figura capace di abitare muri, quartieri, linguaggi popolari e immaginari digitali. È qui che la mostra cambia ritmo e si avvicina al pubblico più giovane a cui non chiede di venerare il passato, ma di riconoscere la persistenza di un simbolo. Parthenope diventa così un archetipo elastico, capace di parlare tanto agli appassionati di archeologia quanto a chi cerca una storia visiva, identitaria e contemporanea.
In quest’ottica, quindi, la mostraè concepita come una sorta di ponte, non solo tra archeologia e contemporaneo, ma tra museo e spazio urbano. Lo specifica bene anche Massimo Osanna, Direttore Generale Musei statali, secondo cui il percorso “mette in relazione archeologia, storia e linguaggi contemporanei”, mostrando come il mito “non sia un elemento statico, ma una narrazione in continua evoluzione, capace di rigenerarsi e di mantenere intatta la propria forza simbolica”.



























