Ridurre i conflitti a buoni e cattivi è il modo più veloce per renderli infiniti
tifo geopolitico
C’è qualcosa che colpisce, osservando il modo in cui oggi vengono raccontati i conflitti internazionali: l’assenza del dubbio. La complessità è scomparsa, la storia è compressa in slogan, le responsabilità sono divise in blocchi netti. Da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. In mezzo, il nulla. È il tempo del tifo geopolitico, una deriva che trasforma la politica estera in una curva da stadio e l’informazione in megafono emotivo.
Non si analizzano più gli equilibri, non si studiano le cause, non si interrogano le conseguenze. Si sceglie una maglia e la si indossa fino alla fine, senza domande. Chi prova a problematizzare viene subito sospettato: ambiguo, equidistante, se non addirittura “complice”. Il linguaggio della diplomazia — fatto di prudenza, mediazione, pazienza — è diventato sinonimo di debolezza. Quello dell’invettiva, invece, viene scambiato per forza.
Per decenni la politica estera europea si è fondata sull’idea che comprendere non significhi giustificare, e che la pace non sia neutralità, ma costruzione faticosa di equilibri. Oggi questa grammatica è stata archiviata. Al suo posto domina una narrazione binaria, semplice, rassicurante: sapere da che parte stare conta più che capire perché si è arrivati fin lì.
Quando la geopolitica diventa tifo, le decisioni si prendono sull’onda dell’emozione, non della strategia. Le sanzioni diventano simboli, le armi risposte automatiche, le alleanze atti di fede. E ogni passo indietro viene vissuto come un tradimento, non come un tentativo di evitare il peggio.
In questo clima, l’Europa appare particolarmente fragile. Non perché manchino strumenti, ma perché manca una voce autonoma. Il continente che si era pensato come spazio di mediazione oggi rincorre le narrazioni altrui, adattandosi a logiche che non ha costruito. Così facendo, rinuncia alla sua specificità: quella di essere un attore politico capace di tenere insieme sicurezza e diplomazia, valori e interessi.
Il tifo geopolitico produce un altro effetto perverso: anestetizza l’opinione pubblica. Quando tutto è ridotto a buoni e cattivi, non resta spazio per interrogarsi sulle vittime, sui costi sociali, sulle ricadute economiche, sulle conseguenze a lungo termine. La guerra diventa un flusso continuo di immagini e dichiarazioni, un rumore di fondo a cui ci si abitua.
Eppure, la storia insegna che le guerre peggiori nascono proprio quando il pensiero si ritira. Quando il dissenso è messo a tacere in nome dell’unità. Quando chiedere “perché?” diventa sospetto.
La diplomazia non è resa, è responsabilità.
Recuperare uno sguardo critico sulla politica estera non significa schierarsi meno, ma pensare di più. Significa rifiutare l’idea che il mondo possa essere spiegato in 280 caratteri. Significa, soprattutto, restituire alla politica il suo compito originario: evitare che l’urlo prenda il posto della decisione.
Perché quando la politica estera diventa tifo, a perdere non è una parte. A perdere è la pace.
Foto da Depositphotos
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