Tu tum tu tum tu tum tu tum… il rumore della pressa trancia strazi era assordante.
Aveva due orecchie ma non sentiva quasi più nulla, aveva due braccia, due gambe, due piedi, ma tre mani, perché due non bastavano per azionare la pressa trancia strazi tramite le due leve, con due mani, trattenendo lo strazio, in posizione di punzonatura, con l’altra mano: difettosità nell’automatismo già evidenziata più volte ai preposti e mai sistemata perché l’intervento risultava troppo dispendioso.
Tu tum tu tum tu tum tu tum… si chiamava Marco, aveva quattro dita per mano, perché tre le aveva perse sotto il punzone. Le dita perse non si chiamavano più Marco, lui sì, ancora. Tu tum tu tum tu tum tu tum… quando perse un braccio strappato dall’infilastrazio della trancia pressa strazi, gli rimaneva comunque un altro braccio che si chiamava ancora Marco, mentre quello perso non si chiamava più. Un giorno cadde dalla passerella in quota per l’ispezione del porta pressa trancia strazi, perse l’uso delle gambe che non rispondendo più non si chiamavano più Marco, e nemmeno si potevano più chiamare gambe, ma lui si chiamava ancora Marco.
Fu allora che perse pure il lavoro, che non poteva più svolgere e, nella solitudine disperata della sua casa, tu tum tu tum tu tum tu tum… ascoltava il suo cuore, mentre cercava per lunghissime ore di rimettere insieme tutti i pezzi che aveva perso. Ma si accorse che, per quanto li raccattasse e riattaccasse in mille modi differenti, essi non erano più Marco e allora perse la testa per lo strazio e non si chiamò più Marco neppure Marco.


























