C’è un filo che lega eventi apparentemente lontani, contesti diversi, drammi che sembrano non parlarsi tra loro. È un filo fatto di potere, di gerarchie globali, di silenzi selettivi. Ed è un filo che, oggi più che mai, conduce verso un centro preciso: il neocolonialismo contemporaneo, esercitato non più con le bandiere, ma con la forza, la pressione diplomatica, il controllo narrativo.
La vicenda venezuelana, con la deposizione di Nicolás Maduro e la liberazione di Alberto Trentini — mentre decine di altri cittadini italiani restano detenuti senza che il loro nome trovi spazio nel dibattito pubblico — è emblematica. Non tanto per la natura autoritaria del regime, che nessuno può negare, quanto per la logica che accompagna l’intervento: chi è utile viene salvato, chi è marginale resta invisibile. Il diritto internazionale diventa un dettaglio, subordinato alla convenienza geopolitica del momento.
In Iran, intanto, giovani donne e uomini continuano a essere imprigionati, torturati, uccisi per aver chiesto libertà elementari. Le proteste vengono represse nel sangue, ma l’indignazione internazionale procede a intermittenza. Molto dipende da quanto quel Paese è funzionale o meno agli equilibri strategici globali. La vita umana, ancora una volta, pesa meno delle alleanze.
A Gaza, la tragedia ha superato da tempo la soglia dell’eccezionale per diventare normalità. Un genocidio che viene prima raccontato, poi giustificato, infine tacitato. La parola “pace” viene evocata come formula vuota, mentre sul terreno restano macerie e civili senza nome. Non è pace, è assuefazione. È la capacità del potere di rendere accettabile l’inaccettabile.
La guerra russo-ucraina segue un copione altrettanto logorante: incontri, vertici, dichiarazioni solenni che non modificano la sostanza. Un rosario infinito di negoziati gattopardeschi, dove tutto cambia per non cambiare nulla. Le vittime aumentano, l’industria bellica prospera, le diplomazie recitano la loro parte.
Poi c’è la Groenlandia, simbolo quasi surreale ma profondamente rivelatore. Un territorio trattato come oggetto di desiderio, pedina strategica, riserva da acquisire. La sua vicenda racconta la sete di egemonia coloniale americana, che non riguarda solo l’America Latina o il Medio Oriente, ma ogni spazio utile al controllo delle risorse e delle rotte future.
E mentre tutto questo accade, la Cina osserva. Naviga sott’acqua, evita di scoprire troppo le proprie carte, protegge i suoi interessi senza esporsi frontalmente. Non sfida apertamente l’ordine esistente, ma si prepara al dopo. È l’attore silenzioso di un mondo che si sta ridefinendo.
Il punto, allora, non è la somma di queste crisi. È la loro coerenza.
Un mondo che pende da un sistema neocoloniale in cui le regole valgono solo per alcuni, la sovranità è negoziabile, e i diritti umani diventano argomenti a geometria variabile. Un mondo in cui la forza precede il diritto e la narrazione precede la verità.
Dentro le notizie, la domanda resta aperta e scomoda: quanto a lungo si può reggere un ordine globale fondato sull’arbitrio senza pagarne il prezzo?
La storia insegna che nessun impero è eterno. Ma quasi tutti, prima di cadere, hanno preteso di essere indispensabili.
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