In questa prima domenica di Maggio, Setteversi si presenta con nuove poesia e versi da leggere, interpretare e vivere. Buona lettura!
Arenata (di Laura Chiarina)
Arenata
la nostra Terra
in illusione
d’aperte acque
asfittiche bolle
affiora
(disperate risultanze
di talenti e sogni).
Ah se ci fosse
nell’inconscio collettivo
l’idea rigenerante
(l’orgogliosa bellezza
delle radici).
E si festeggia
– il lavoro che da pane –
in allegria e clamore
il trapassato:
(poiché chi muore il mondo lascia
e il vivo se la
spassa).
Lavorare stanza (di Anna Fresu)
“Lavorare stanca”
diceva il poeta.
Stanca di più il vano cercare
l’attesa di una chiamata
che non arriva
il falso sorriso per non preoccupare
la moglie, i figli
l’accenno di uno scherzo
perché tutto sembri normale
addirittura la risata
per coprire i rumori dello stomaco vuoto
le bollette che si accumulano
la paura di perdere la casa
di non farcela
a dare un futuro ai tuoi figli
la solitudine per non aver più nessuno
con cui lottare
e non sapere più nemmeno
contro CHI lottare
ché non c”è più il padrone dalle belle
braghe bianche
Oggi i padroni non hanno
neanche un volto o un nome
da poterlo maledire
E se non hai un lavoro
non hai manco un padrone
dovresti sentirti libero, magari
ma nessuno ti paga la minestra
e mancano i compagni con cui
scendere in piazza.
E non sai neanche a che santo
o partito votare
Santi e partiti, loro, hanno ceri e stipendi
Che gliene fotte di un disoccupato.
Il peso delle mani (di Grillo)
Non più scintille e tute blu,
mentre l’algoritmo scava
l’onda sale sempre più su.
Ma a terra resta un corpo
che si spezza sotto il sole
nell’amarezza un muratore
ancora impasta col sudore
un muro muto.
Così s’impenna l’algoritmo
nella povertà di queste voci
- io frugo tra le croci
cocci di dignità -
Anche il ragioniere tace,
in una pace che più non conta,
mentre l’algoritmo affonda
le sue reti tra la gente.
Senza diritti, né valore,
l’uomo resta solo e nudo,
scudo del suo sapere
sosta fermo al vuoto.
Eppure senza nome,
cerca il suo domani
resiste
con un cuore
e il peso
delle mani.
Si deve pur mangiare (di Letizia Zito)
Si deve pur mangiare
di conseguenza lavorare
Lo ammetto, mi sento in una gabbia
Non aver tempo mi fa rabbia
Certo non corro il rischio
di cadere da un ponteggio
ma allo stress quotidiano
non reggo.
I giorni sembrano tutti uguali
rassegnata lo ammetto
ogni notte sogno un mondo perfetto
dove le giornate son ben distribuite
Lavoro giusto, ben retribuito, niente
ansia, tanto rispetto.
Ogni anno arriva un giorno stabilito dove
si festeggia un sogno ormai sbiadito
Maggio in attesa (di Rita Grazia Rasini)
In questo tempo
bisogna resistere
Maggio in attesa
Haiku (di Pierina Vernaglia)
Lavoro perso,
non so dove mi porta
questo domani.
Papaveri (di Capodiluce, Giuseppe Cataldi)
Piccoli fazzoletti rossi
buttati a casaccio da un finestrino di
treno,
quante volte ho provato a prenderne uno
con le radici e lo stelo,
quante volte gliel’ho chiesto
dolcemente:
papavero resisti al viaggio vieni sul mio
balcone!
Altre volte poi gli ho detto che la mia
ferita,
mentre sdraiato sopivo nell’erba
si sarebbe confusa nel rosso
come quel papavero sul petto ai bordi
d’un fosso
Ed uno sciamano ballava le sue
mistificazioni,
diceva tutto bene il tempo si fermerà
e lo straccetto cambierà colore alla
disperazione!
Io nel verde testimone dell’erba di
stagione,
dove i papaveri si piegano al vento
commuovendosi al mio risentimento,
e l’ape da vero miracolo in volo
succhia gli stessi pistilli dolciastri che
sfioro,
capisco che moriranno d’estate
e nessuno si chiederà ancora:
perché ho tanto fiele nel mio corpo,
e se lo stacco dalla terra gli faccio un
torto?
Immagine di copertina concessa da Lia Aurioso


























