Setteversi e...

Una foto, quattro racconti: seconda puntata

Oggi, l’ispirazione è una fotografia tratta dal reel di Raffaele Sperandeo

Un nuovo gioco letterario caratterizza questo nuovo appuntamento con Setteversi. Tre racconti brevi ispirati ad un dipinto, un’immagine. Oggi, l’ispirazione è una fotografia tratta dal reel di Raffaele Sperandeo.

Diario di un testimone qualunque, Mosca (di Leo Vale)

Oggi una passeggiata in stazione, per scattare qualche foto ai treni, si è tramutata in una tragedia che si è svolta davanti ai miei occhi. La neve cadeva fitta, i binari sparivano in una nebbia biancastra.

Fu allora che la vidi, attraverso il vetro del vagone.

Bellissima, pallida, con un bambino tra le braccia. Il piccolo dormiva, il viso nascosto nel cappuccio di lana. Lo sguardo fermo, tenero verso la sua creatura, ma impassibile al mondo esterno, con quella calma che si ha solo quando tutto è già deciso.

Un uomo correva presso il vagone, che aveva iniziato a muoversi e a prendere velocità. Gridava il suo nome, ma la voce si perdeva nel vapore della locomotiva. Aveva l’aria di chi ha perso ogni misura. Le sue mani si tendevano verso di lei, ma lei non si voltò. Solo il bambino, forse, ebbe un piccolo sussulto, come se avesse percepito il dolore che lo inseguiva.

Il treno fischiò. La donna trasalì.

Un momento dopo, si gettò.

Il suo corpo cadde sui binari, e il treno lo travolse in un lampo di ferro, neve e vapore.

Istintivamente ho scattato alcune foto. Non le ho ancora sviluppate, non ne ho il coraggio. Il rumore delle ruote, il grido soffocato della folla, che soffocava a sua volta l’urlo straziante dell’uomo travolto, la neve che inghiottiva il sangue. Tutto si è fuso in un’unica immagine, fredda e immobile, che ancora mi riecheggia nella mente, con quel nome: Anna, chiamato mille volte disperatamente.

I soccorsi furono inutili.

Quando il treno ripartì, vidi dal finestrino la donna, Anna, che stringeva il bambino e guardava lontano, come libera da pesanti catene.

Forse non era una fuga. Forse era l’inizio di un altro genere di condanna: quella più dolce di vivere.

12:17 (di Fede Rica)

Il sole cadeva a picco sulla piccola stazione, un luogo che sembrava dimenticato dal resto del mondo. Le traversine di legno, consumate dal sale del mare che spirava da sud, odoravano di ferro caldo e di alghe lontane. Il tabellone degli orari, appeso sopra la biglietteria chiusa, tremolava al vento come una vela stanca.
Sulla banchina, un solo viaggiatore aspettava.

Aveva una macchina fotografica tra le mani. Non al collo, non riposta nello zaino: la teneva come si tiene qualcosa di vivo, o di fragile. Aveva percorso mille chilometri per arrivare lì, eppure non sapeva perché. O meglio, lo sapeva, ma non osava guardare quella verità in faccia, così come per anni non aveva osato guardare certe fotografie.

Il treno non si vedeva ancora, ma se ne avvertiva il presagio: un tremolio dell’aria, un fischio lontanissimo, come un richiamo antico.

L’uomo portò la fotocamera all’occhio.

Davanti a lui, la linea dei binari correva dritta verso il mare. Ogni giorno, a quell’ora, un solo treno regionale attraversava la stazione senza fermarsi. Una volta quel treno portava qualcuno che lui conosceva. Anni prima, una donna gli aveva scritto un biglietto: “Passerò da Pietrabianca alle 12:17. Non scendere dai binari. Se mi vedrai, saprò che posso ancora tornare.” Ma lui non era venuto. E il treno era passato, come passano le occasioni che non si ripetono.

Ora erano passati otto anni.

Il fischio si fece più vicino. L’uomo aggiustò il fuoco. Le dita gli tremavano appena, non per l’emozione ma per l’irriducibile certezza che non stava fotografando il treno, ma sé stesso nel momento in cui la vita gli scorreva davanti ancora una volta.

Il treno apparve. Un bagliore tra le pietre, un vento improvviso. Non rallentava. Ogni finestrino era un fotogramma di mondi altrui: una famiglia con valigie, un ragazzo addormentato, un vecchio che fissava nel vuoto. Ogni volto un istante.

Poi, nell’ultimo vagone, la vide.

Forse era solo un riflesso, un gioco di luce. Ma la figura era lì. La donna guardava fuori, immobile, come se lo sapesse. Come se quegli otto anni fossero stati solo un intervallo tra due battiti.

L’uomo scattò.

Un solo clic. Il treno passò come una raffica di vento caldo, e subito il silenzio riprese possesso della stazione. L’uomo abbassò la macchina. Non controllò la foto. Sapeva che ciò che contava non era l’immagine impressa sul sensore, ma l’atto stesso di aver premuto quel pulsante dopo tanto tempo.

Restò immobile, ascoltando il rumore del treno che si allontanava, sempre più tenue. Avrebbe potuto seguirlo, prendere l’auto, inseguirlo fino alla prossima fermata. Ma non lo fece.

Si sedette sulla panchina di pietra e posò la macchina fotografica accanto a sé, come un testimone silenzioso.
Per la prima volta da anni, non provava né rimpianto né speranza. Solo una quieta consapevolezza: certe assenze sono come i treni che non fermano. Non si possono trattenere. Ma si possono finalmente guardare andare via.

Viaggio a Gerusalemme (di Raffaele Abbate)

Esther Alpron coniugata Carugati non vede l’ora di atterrare all’aeroporto Ben Gurion di Gerusalemme finalmente potrà completare la ricerca consultando vecchi volumi della Biblioteca della BarIlan University.
Ha convinto il marito ad usare le sue aderenze come rappresentate in Italia della International Food & Fruit Company con sede a Gerusalemme per il permesso di accesso alla biblioteca
In quei volumi c’è la soluzione della sua ricerca

L’aereo atterra.

Nell’ampio parcheggio un SUV color sabbia con le insegne della società è in attesa con alla guida un body guard.

Quando Esther e Bernardo sono vicini, apre gli sportelli, carica i bagagli e appena i due sono saliti, parte a tutta velocità.

Dalla collinetta vicina Kalhed Saleh ha tenuto sotto controllo con un binocolo il SUV della I.F.F.C., tira fuori dal tascapane un cellulare e mormora qualcosa. Kalhed sa che il gran giorno è arrivato . Non conosce di persona Salomon Jabotinskij, il presidente della IFFC, che è il maggior finanziatore del partito sionista.
Non vi sono foto recenti, ma Kalhed ha creduto di riconoscerlo, anche la donna ha la tipica fisionomia delle ebree.

Poi il SUV è il blindato per i personaggi importanti.

Nella suite presidenziale del Hotel King Salomon Esther ed il marito discutono animatamente. Il marito con tono deciso “Senti basta con questa tua ossessione, vuoi consultare quei vecchi libri dammi l’elenco, ci passo io e ordino tutte le fotocopie che ti servono, per te è pericoloso andare in giro, ora vado “ e le da un bacio.

Esther con un cenno risponde al saluto.

Il SUV è parcheggiato all’ingresso dell’albergo, il body guard parte veloce

Nel giardino di fronte un ambulante con un carrettino al passaggio del SUV tira dalla tasca un cellulare e mormora qualcosa.

Lungo il percorso sono appostate vedette con cellulari.

L’auto imbocca la bretella che porta alla biblioteca

Un’ampia curva e il SUV accosta nella corsia di emergenza.

Bernardo sonnecchia, alza la testa “Perché ci fermiamo?”

“Abbiamo bucato una gomma” risponde il body guard.

Scende e si allontana di corsa.

Bernardo cerca di vedere cosa succede, ma dallo stretto lunotto, non vede nulla.

“Ma è mai possibile bucare una gomma , con queste ruote è impossibile”
È il suo ultimo pensiero
Nella piazzola di fronte è fermo un furgone, il telone posteriore è sollevato, disteso sul fondo Kalhed Saleh, inquadra il SUV nel mirino del lanciagranate, preme il pulsante di tiro ed il bersaglio si polverizza in un’alta fiammata gialla.
Kalhed sorride, “è morto un nemico mortale della causa palestinese”.

Invece ha colpito un ometto di nome Bernardo Carugati.

Dopo qualche ora, una macchina si ferma davanti all’ingresso dell’Hotel King Salomon, ne scende il body guard, entra nella hall, si avvicina al portiere, mormora qualcosa.

Il portiere chiama al telefono.

Esther, non risponde subito, poi solleva il telefono ed ascolta.

Assume l’aria della vedova inconsolabile, scende nella hall quando il body guard in attesa si avvicina, gli sorride e mormora: “Finalmenti liberi!”

Zabriskie Point (di Lodovico Scapin)

– Io lo odio!

– Chi?

– Il paparazzo

– Ah sì, il fotografo della stazione

– Se ne sta sempre lì. Stessa stazione, stesso marciapiede, stessa mattonella. Stessa ora. Ma se ne andasse a fotografare ponti come Clint Eastwood… O cadaveri inesistenti ai giardini pubblici come quel tizio con gli occhi a palla

– Parli di Blow up di Antonioni?

– Sì… già! Antonioni…du palle…

– Ma che fastidio ti dà il fotografo? Forse gli studenti e gli operai sono il suo soggetto di elezione

– Sarà…ma ‘sto papacazzo mi innervosisce

– E tu girati dall’altra parte no? dal momento che lo sai…Cristo santo!

– Domani mi armo di Polaroid

– Ma non ce l’hai un cellulare?

– Ce l’ho, ce l’ho ma più di chiamare, rispondere e spedire messaggi non so fare. La mia buona, vecchia, cara Polaroid in uno zainetto e…

– Ma funziona ancora? E con la Kodac come stai messo? Forse dovresti stare un po’ al passo coi tempi…

– Me ne frego dei passi di danza e delle corse dei tempi. Lui fotografa a me e io fotografo a lui. Lui ruba l’anima a me e io rubo l’anima a lui.

Che poi funzioni o no, non è importante

– E perché?

– Voglio solo che veda che io lo vedo

– Vuoi rendergli la pariglia, insomma

– Sì…non so…diciamo così. Così…tanto per non perdere il gusto di incazzarmi personalmente.

Chiamalo rigurgito di ribellione… Così…niente di che…mica come quei due che – BUM – fecero saltare tutto in quel film del tuo caro Antonioni…

– Zabriskie Point?

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