Il direttore generale
È il giorno prima della festa del ringraziamento del 1989, mi sono svegliata presto, ho preso il primo treno per New York per arrivare prima che l’ufficio si affolli, voglio parlare con il direttore da sola a quattr’occhi. Lui arriva alle 7,30. Mi son fatta trovare in alta uniforme davanti all’ascensore riservato che porta al suo sancta santorum. Alle 7,31 la sua BMW entra nel cortile sottoreaneo. Esce con la solita aria affrettata e si accorge di me. Mi fa cenno di salire con lui. La salita è rapida, con l’ascensore diretto, fino all’ottantatreesimo piano della Torre Nord delle Twin Towers. Intanto che saliamo, mi guarda in silenzio con sguardo indagatore e si sofferma distrattamente sulla mia scollatura. Lo seguo nel suo ufficio. Mi fa cenno di sedermi.
Si accende una Marlboro rossa, colpo di tosse per schiarirsi la voce ed inizia: Ora mi spieghi in dettaglio perche ha chiesto di vedermi, ma prima di parlare sappia bene che non ho alcuna intenzione di accettare raccomandazioni e violare le regole per il suo incarico, se lei è qui per questo si alzi e se ne vada, non è mai entrata in questa stanza” Do un colpo di tosse per schiarimi la voce e: “Direttore, lo so bene come la pensa sulle segnalazioni, raccomandazioni o come altro le vogliamo chiamare. E che intende rispettare le regole. Sono venuta da lei per un suggerimento, un consiglio. Posso?” Lui prende tempo, dà un’altra profonda boccata alla Malboro, la schiaccia in un capiente portacenere di cristallo, è la prima della giornata, a sera sarà stracolmo: “Va bene, parli, sentiamo cosa ha da dire”
Prima di parlare, mi prendo qualche istante di tempo, con quell’uomo non si può mai dire quali siano le sue reazioni. La sua nomea di uomo di ferro è consolidata e: “In effetti sono qui per l’incarico, infatti mi risulta che un’altra advisor ha contestato l’attribuzione dell’incarico, ritiene di avere più titoli e di aver diritto alla nomina. Credo però che un ricorso al tribunale non conviene a nessuna delle due. Cosa ne dice se risolviamo la questione di comune accordo e lei divide le ore in due salomonicamente? Siamo entrambe contente, a me sta bene un part time che alla fin fine mi fa curriculum, che verrà buono per gli anni successivi. E’ tutto. Volevo che lei sapesse come la penso. E sappia che se deciderà in questo senso le sarò molto grata. ”Il direttore riflette per qualche minuto, si arruffa i capelli, poi: “Certo che le cose le dici chiare, non hai paura di manifestare il tuo pensiero. Credo proprio che farò il re Salomone”
La seduzione
Sono passati tre mesi, viaggio tutti i giorni in treno, molto stancante. In ufficio tutti mi guardano d i traverso, almeno credo o forse sono le mie solite paranoie. Qualcuno sussurra che sono la favorita del Direttore, ma non capisco su cosa si basino queste chiacchiere, in tre mesi abbiamo parlato solo un paio di volte e sempre in presenza di qualcuno. Anche se abbiamo spesse volte fatto il viaggio insieme dal New Yersey, forse abita da quelle parti. Lieti conversari, le parole crociate insieme ed ogni volta che scendiamo dal treno trova sempre il modo di sfiorarmi le tette. Ci manca solo che mi imbarchi in una storia lavorativa. Ma chissà perchè l’uomo mi attizza ed anche molto. Cinquantenne ben conservato, forse leggermente sovrappeso, alto, i capelli ondulati un po’ grigi sulle tempie, portati lunghi sul collo, elegante, all’inglese, con le sue giacche principe di galles in tutte le tonalità beige-marrone, abbinate con morbidi pantaloni di velluto a coste e con le classiche camicie Wyella. Credo proprio che abbia diverse conquiste nel suo curriculum vitae. Non so perché sto pensando troppo alla trasgressione, il suo profumo mi provoca insolite contrazioni al basso ventre, devo vincere le tentazioni. Quando arriviamo alla stazione c’è la macchina personale che lo aspetta, io me la faccio a piedi, sono solo un paio di isolati.
Poi capita un consiglio di amministrazione di pomeriggio, il giorno precedente si fa preparare tutta la documentazione e mi avverte che prima del consiglio andremo a pranzo insieme. Quella mattina arrivo al lavoro tutta in tiro, abito scollato e scosciato, profumo attizzante. Voglio capire fino a che punto si vuole spingere. Mi porta al Rendez Vous al Grenwich Village, il nome è tutto un programma, tipico ristorante da acchiappo, anche a pranzo, separès in penombra, camerieri discreti, piatti stimolanti, musica jazz in sottofondo
Il pranzo è appetitoso, la conversazione è brillante, mi sfiora le cosce con la caviglia, non mi ritraggo anzi gli mando un sorriso complice. Beh capisco che mi vuole, ma voglio però capire fino a che punto si vuole spingere. Se vuole una storia d’amore o una divagazione piacevole dalla routine. So di essere attraente, ma non voglio apparire come un’arrapatissima cacciatrice di uomini importanti per ricavarne vantaggi. E lui è uomo importante. Se deve accadere qualcosa deve essere tutto molto spontaneo. Mi piace molto e credo che l’abbia capito, se sono rose fioriranno.
Le cose vanno avanti per mesi con il solito rituale: talvolta viaggio in treno, sfioramenti reciproci, sguardi intensi, ma nulla di più.
E la voglia mi aumenta, ma non voglio fare la prima mossa, mica per ipocrisia, voglio che la faccia lui e deve essere al momento giusto.
Era di maggio
E’ iniziato maggio, il sole è caldo, i miei abiti leggeri attraggono sempre di più la sua attenzione, non mi toglie gli occhi di dosso. Quando viaggiamo in treno non fa più le parole crociate, si siede al mio fianco, mi guarda nella scollatura, sfiora con il gomito le mie braccia nude, sento un brivido di piacere, per tutto il tempo la sua gamba è poggiata alla mia coscia. (Non posso fare a meno di viaggiare tutto il tempo a cosce aperte, ?)sono sempre eccitata, ma lui non va oltre e non prende iniziative oltre quei toccamenti adolescenziali. Quando scendiamo dal treno si fa precedere e mi sfiora le natiche, mi fa sentire la sua eccitazione, poi fa finta di niente con un sorriso leggermente ironico e complice.
Ed ogni volta ho un sisma erotico irrefrenabile dentro di me. Lo voglio, lo voglio. Ma non si smuove.
Dopo quel sisma erotico di fantasia, arrivò finalmente quello vero.
Quel giorno fatidico usai la macchina per andare al lavoro, il giorno prima mi disse che dovevamo lavorare fino a tardi e dopo le 21 non ci sono più treni. Non avevo proprio voglia di dormire a New York.
Per tutta la giornata ci ignoriamo, ma quando esco dalla mia stanza per andare a pranzo, lo trovo nel corridoio, mi segue nell’ascensore, mi sussurra: Vai giù nel parcheggio, prendi la tua auto, esci e prendi la prima laterale. Ti aspetto in quell’angolo è al coperto da sguardi indiscreti. Pochi minuti e ci sono. Sale in macchina, poche indicazioni sussurrate, arriviamo alla sua villa a Washington Heights. E’ deserta. Un’ampia vetrata guarda verso l’Est River stranamente agitato. Mi spoglia, mi prende da dietro, sono in piedi, negli occhi il panorama del mare in tempesta. Dentro di me un orgasmo eterno, tempestoso, irrefrenabile.
La fine
E così per tre anni, una volta alla settimana, in ogni luogo possibile, fin quando arrivò la fatidica data. Quel giorno non andai al lavoro, era scaduto il mio contratto, mi disse di restare a casa, ma tempo qualche giorno e lo avrebbe rinnovato.
Era l’11 settembre, avevo la TV accesa e vidi tutto, Mi chiamò diverse volte al telefono, poi quando mi disse per l’ultima volta che il fumo aveva invaso tutto non si fece più sentire. Forse fu uno di quelli che si lanciarono nel vuoto per non morire soffocati.
Non l’ho mai saputo
Forse è quello di questa foto, ho provato ad ingrandirla per capire, ma è stato inutile.
Foto di copertina generata con Copilot per Cinque Colonne Magazine

























