Categorie: Setteversi e...

Uno sguardo nelle menti

​È un freddo mattino di gennaio e mi ritrovo, come spesso accade, ad aspettare il treno per il centro. Vado in cerca di “particolari”, o almeno così dico a me stesso per giustificare la macchina fotografica che porto al collo. La verità è che amo catturare gli attimi: quei frammenti di vita quotidiana che si leggono nei volti e nella sincerità delle espressioni di chi in quel momento è solo con sé stesso. Possiedo migliaia di scatti archiviati in cartelle dai nomi vaghi e che non sono mai riuscito a riordinare secondo una coerenza che io stesso fatico a trovare. Ogni tanto ne riguardo qualcuno e mi rattrista pensare a tutte quelle vite che ho intrappolato nei pixel che forse non saranno mai più osservate. Attimi di vita conservati e che rischiano di perdersi per sempre.

​Il treno arriva con il suo consueto, rassicurante ritardo. Le porte si aprono e l’impressione è quella di entrare in un altro mondo: il riscaldamento è impostato su “caldo infernale”, il tipico clima equatoriale alimentato dalla vaporosa umidità dei corpi stipati e malamente compressi in contatti imbarazzati cui è difficile sfuggire. Metto via il cellulare – che in galleria diventa inutile – e lascio che il mio sguardo inizi a frugare tra la gente. È un esercizio che non sempre riesco a frenare pur rendendomi conto che non sia una bella cosa tentare di scardinare le teste altrui per rubarne i pensieri. Sorrido poi della mia ingenuità: non ho questo potere, e quel che vedo è solo il frutto della fantasia che si lascia andare.

​Vedo una donna. Capelli bianchi, niente trucco, lo sguardo fisso nel vuoto oltre il finestrino. Stringe una borsa del supermercato da cui spuntano contenitori colmi di cibo. Scommetto che sta andando dalla figlia che deve lavorare e che non ha tempo e forse neanche i soldi per cucinare. Ci pensa lei a portarle da mangiare e a far poi compagnia ai nipotini. Fa avanti e indietro ogni giorno in un pendolarismo senza sosta e vorrebbe almeno un pò di tregua, ma la figlia è di nuovo incinta e il riposo è rimandato a data da destinarsi. Mi sento addosso tutta la sua stanchezza.

​Poco lontano, un uomo ben vestito mi riporta alle teorie di Lombroso. Ha un volto duro, asimmetrico con una barba curata, ma gli occhi raccontano più di quanto vorrebbero. È evidente che non sta pensando alle meraviglie del mondo ma sta preparando la strategia per la prossima riunione. Deve fregare qualcuno prima che freghino lui. Il suo universo è fatto di piccole minacce e grandi menzogne, dove il successo è proporzionale a quante persone si riescono a raggirare senza provare scrupoli e senza sudare per non sgualcire la camicia di marca.

​Poi c’è lei, una ragazza bellissima che usa il riflesso del finestrino per cercare conferme in ciò che vede. Sta compilando una classifica mentale dei suoi pretendenti con fredda determinazione e con una buona dose di cinismo: scarta l’uomo che cerca solo attenzioni carnali; ignora quello simpatico ma senza un soldo; liquida lo studente timido che la osserva senza il coraggio di farsi avanti. È un esame spietato, dove sembra non esserci spazio per le farfalle nello stomaco.

​Accanto a lei un uomo di bell’aspetto sorride sicuro di sé ripensando alla conquista della sera prima con la freddezza di chi crede di non dover chiedere mai. Pregusta il momento in cui racconterà tutto agli amici con dovizia di dettagli, più falsi che veri, per ridere assieme dell’ingenuità della vittima. Ora sta già soppesando la ragazza ammirandola nei riflessi e perso nella sua vanità sta elaborando la prossima tecnica per il nuovo tentativo di abbordaggio.

​Uno scossone violento interrompe bruscamente queste analisi riportandomi alla realtà da cui ero fuggito. Siamo arrivati. Mentre i passeggeri si muovono verso le porte un pensiero mi gela il sangue: e se anche gli altri stessero facendo questo stupido gioco? Se qualcuno stesse guardando me, cosa vedrebbe? Un vecchio con una macchina fotografica che forse neanche userà? Un intruso che, invece di affrontare i propri problemi, cerca con prepotenza di entrare nella testa degli altri?

​Esco dalla stazione quasi terrorizzato, alzo il bavero del giaccone come per nascondermi. Meglio non approfondire. Tra realtà e fantasia ci sarà sempre un abisso, forse, e in fondo, come direbbe Pirandello, ognuno di noi resterà sempre la persona che crede di essere o peggio, quella che gli altri hanno deciso di inventare al posto nostro.

Quel giorno ho fotografato solo paesaggi.

Foto di Flavio Ferraro

Flavio Ferraro

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Pubblicato da
Flavio Ferraro

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