È la storia paradossale, è l’atavica arte della sopravvivenza, qui abitativa e sociale, del popolo napoletano, che il regista Delgado racconta, senza celebrarla, nel suo primo corto, Napoli a cosce aperte, ovvero: che si deve fare pur di mantenere la propria abitazione nel centro storico della città.
Il piccolo film si apre sull’interno di un basso napoletano, dove la famiglia che lo abita è intenta nelle sue faccende domenicali, la madre prepara amorevolmente l’immancabile ragù – che deve pippiare tre ore almeno – il padre assolve il suo compito di paziente grattugiatore di parmigiano, il figlio più giovane fa i compiti, mentre il fratello tifosissimo, guarda in TV la partita del Napoli. Una delle due sorelle stira e l’altra, la “pulitona” di turno, pulisce alacremente tutto quanto c’è nella stanza.

Parliamo di Napoli a cosce aperte
Ma qualcosa viene a turbare le sicurezze dello spettatore, un coperchio alzato rivela una pentola piena di sola acqua, il parmigiano non sembra essere parmigiano, la stiratrice si lamenta d’aver stirato tutto quello che c’era da stirare e non sa come continuare…tutto diventa strano, ambiguo, fino all’irruzione del quinto figlio, quello scapestrato, che si lamenta per un peso allo stomaco, non ha digerito e la mamma, solerte, gli prepara la limonata, ovvero la spremuta di limone in acqua frizzante alla quale viene aggiunto un pizzico di bicarbonato. La bevanda schiuma paurosamente e il ragazzo, per non bagnarsi, deve subito berla a “cosce aperte”, ultima e poco nobile invenzione acchiappa turisti.
Tutti gli altri familiari lo raggiungono e si rivolgono allo spettatore, rompendo la quarta parete, poi si inchinano agli applausi di un piccolo gruppo di turisti che la cinepresa ci rivela, stavano osservando la scena dalla soglia del basso, per poi dirigersi, in tutta fretta, verso un’altra attrazione, la Cappella del Cristo velato.
Ecco svelato l’inganno, la famiglia in questione, per poter restare nel suo alloggio, ha deciso di mettere in scena se stessa e i luoghi comuni della napoletanità, che il nuovo turismo di massa vuole ritrovare nei vicoli della città come una rappresentazione eduardiana.
Idee e… inganni
È questa la brillante idea che il regista ha elaborato per denunciare sia la commercializzazione dell’identità popolare napoletana, trasformata in un prodotto “riconoscibile, consumabile e fotografabile”, sia il processo di gentrificazione già in atto, che ha reso inaccessibili al popolo gli affitti dei bassi e degli appartamentini del centro storico, spingendolo verso la periferia.
Napoli sta subendo lo stesso destino di Firenze, di Venezia e del quartiere romano di Trastevere, ma forse si è ancora in tempo per prendere dei provvedimenti ed evitare alla città di diventare il simulacro di se stessa, di vendere la sua identità e la sua gente, come in un banale dopoguerra.

“Il film prova a interrogarsi proprio su questo passaggio: il momento in cui una comunità smette lentamente di vivere la propria identità e comincia invece a rappresentarla.”
Il corto nasce da un laboratorio teatrale, sviluppatosi nel tempo, che Delgado ha condotto con gli allievi del Teatro Elicantropo, giovani attori già a loro agio sul set del primo film, e affiancati da due professionisti straordinari come Massimo Andrei e Elisabetta D’Acunzo. La locandina del film è realizzata dall’artista Roxy in the Box.


























