Interviste impossibili: Hannah Arendt

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Oggi ci è venuto a trovare il fantasma di Hannah Arendt (1906-1975). Parliamo di disobbedienza sociale, della banalità del male e del totalitarismo. Ebrea, nacque nei pressi di Hannover. Tra il 1924 e il 1929 frequentò l’Università di Marburgo, dove fu allieva di Heidegger, con il quale ebbe anche una relazione sentimentale. Fu arrestata nel 1933, ma fuggì a Praga, poi a Ginevra, a Parigi e infine, nel 1941, a New York. Dopo la guerra riallacciò i rapporti con Jaspers, mentre incontrò difficoltà con Heidegger, un amore maledetto, soprattutto per il suo persistente silenzio sulla adesione al nazismo.

Ho letto due volte il suo La banalità del male, ma non ho ancora capito perché ha definito radicale la banalità del male? 

Quel che ora penso veramente è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso “sfida” come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”. Solo il bene è profondo e può essere radicale.

Ho sempre pensato e agito con la convinzione che ogni azione debba tentare di rendere possibile l’impossibile. Ma leggendo Le origini del totalitarismo la mia convinzione incomincia a mostrare delle crepe; già ne aveva tante; comunque, una in più o una in meno cambia poco. Allora è un problema di comunicazione?

Quando l’impossibile è stato reso possibile, è diventato il male assoluto, impunibile e imperdonabile, che non poteva più essere compreso e spiegato coi malvagi motivi dell’interesse egoistico, dell’avidità, dell’invidia, del risentimento; e che quindi la collera non poteva vendicare, la carità sopportare, l’amicizia perdonare, la legge punire.

Secondo lei le possibilità umane sono un danno, no una soluzione?

Finora la convinzione che tutto sia possibile sembra aver provato soltanto che tutto può essere distrutto. Ma nel loro sforzo di tradurla in pratica, i regimi totalitari hanno scoperto, senza saperlo, che ci sono crimini che gli uomini non possono né punire né perdonare.

Ma lei parla così perché è una donna piena di rancore, che non ha amato nessuno tranne la sua filosofia.

Ha perfettamente ragione. Non sono animata da alcun amore di questo genere, e ciò per una ragione: nella mia vita non ho mai amato nessun popolo o collettività, né il popolo tedesco, né quello francese, né quello americano, né la classe operaia, né nulla di questo genere. Io amo solo i miei amici, e la sola specie d’amore che conosco e in cui credo è l’amore per le persone. 

Oggi viviamo in una società dove il significato è dato dal totalitarismo economico imposto da pochi ci costringe ad una vita. In La disobbedienza civile e altri saggi lei ritiene che la disobbedienza civile sia il rimedio migliore contro l’impotenza dei controlli governativi. Ci può spiegare meglio questo concetto?

La nostra ricerca di significato è ad un tempo stimolata e frustrata dalla nostra incapacità di creare significato. Per coloro che hanno a cuore la ricerca del significato e della comprensione ciò che è sorprendente nel sorgere del totalitarismo non è che esso sia qualcosa di nuovo, ma che esso abbia portato alla luce la rovina delle nostre categorie di pensiero e dei nostri criteri di giudizio.

Qual è il maggior paradosso della realtà odierna?

Il paradosso della situazione moderna sembra consistere nel fatto che il nostro bisogno di trascendere la comprensione preliminare e l’approccio prettamente scientifico nasca dalla perdita degli strumenti di comprensione.

Lei sostiene che la novità è il regno dello storia. Perché?

Perché a differenza di quello dello scienziato, che fa riferimento ad ogni evento ricorrente, occupandosi di eventi che capitano una sola volta, la storia non ha fine. Solo quando è accaduto qualcosa di irrevocabile possiamo tentare di tracciarne la storia: l’evento illumina il suo passato ma non può mai essere dedotto da esso. È compito dello storico scoprire in ogni periodo dato l’imprevisto ed il nuovo con tutte le sue implicazioni e scoprire il pieno potere del suo significato. E la Storia è una storia che ha molti inizi ma nessuna fine.

Ne La banalità del male ha analizzato i modi in cui la facoltà di pensare può evitare le azioni malvagie. Vuol dire che gli intellettuali sono avulsi dalle azioni malvagie. In che modo, se c’è un modo? 

Prendiamo ad esempio le atrocità dei nazisti, nella fattispecie quelle del tenente colonnello che al processo del 1962 in Israele, tentò di difendersi con una laconica espressione. Disse che in fondo lui si era occupato soltanto di trasporto, coordinatore dei trasporti degli ebrei verso i campi di concentramento e di sterminio. Non vi è dubbio alcuno che quelle azioni furono mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso. Insomma di un uomo comune, incapace di pensare sotto la pressione degli ordini superiori. E sotto l’influenza dell’hostis humani generis (i nemici del genere umano), commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male.

Quindi la tradizionale conoscenza del male va a scontrarsi con la sua affermazione, cioè se la dimensione di male sia o no una condizione necessaria di arrivare a fare del male. Dunque parliamo di male assoluto che non può essere a lungo spiegato e capito con malvagie ragioni di egoismo, avidità, bramosia, risentimento, sete per potere, e codardia. Vuole dire che siamo succubi del male, a prescindere?

Al contrario! La mia opinione è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né la profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare a radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”. Solo il bene ha profondità e può essere integrale.

Passiamo ad altro. Oggi, con una politica che mostra i muscoli sono contro i più deboli, pare che stia montando una disobbedienza civile. Ricordo che, quando lessi il suo La disobbedienza civile e altri saggi, mi rimase impresso il nucleo del discorso, cioè il rimando all’obbligo politico e alla partecipazione con azioni innovative e rivoluzionarie. Due azioni che oggi sembrano sparite dalla società.

Perché manca l’associazionismo volontario, cioè una partecipazione attiva alla vita sociale tra consenso e contestazione, il rimedio tipicamente americano al fallimento istituzionale, all’impossibilità di fare affidamento sugli uomini e alle incertezze dell’avvenire. La politica ha istituito un processo di auto-comprensione per la ricerca di un significato delle sue azioni al limite del totalitarismo perché la gente è abituata a non prendere mai decisioni, li abitua ad accettare immediatamente qualunque regola di condotta vigente in un dato tempo e in una data società.

Dunque le società sono diventate delle convenzioni? Ritorniamo sul discorso del pensiero pericoloso del male, senza aspettarci dall’attività di pensiero alcuna proposizione o comando morale, alcun codice definitivo di condotta, e meno che mai una definizione nuova e dogmaticamente asserita di ciò che sia bene o male?

Se è vero che il pensiero ha a che fare con degli invisibili ne segue che è fuori dalla norma perché normalmente siamo in un mondo d’apparenza nel quale l’esperienza più radicale della disapparenza è la morte. Si è sempre ritenuto che il dono di occuparsi di cose che non appaiono richiedesse un prezzo, cioè rendesse cieco il pensatore o il poeta nei riguardi del mondo visibile. Non ci sono pensieri pericolosi, ma è il pensiero in sé ad essere pericoloso, anche se il nichilismo non è un suo prodotto. Esso non è altro che l’altro lato del convenzionalismo; il suo credo consiste nella negazione dei valori correnti, cosiddetti positivi, a cui rimane legato. Anche il non pensare, che sembra essere una situazione tanto raccomandabile in campo politico e morale, comporta i suoi rischi. Corazzando la gente contro i rischi dell’analisi, li abitua ad accettare immediatamente qualunque regola di condotta vigente in un dato tempo e in una data società. La gente è abituata a non prendere mai decisioni.

Mi sta dicendo che ognuno vuole fare del bene?

Posto che la collera non può vendicare, la carità sopportare, l’amicizia perdonare, la legge punire, nessuno fa il male volontariamente.

La realtà non può portare niente di nuovo perché la riflessione ha già anticipato tutto? Ma questo non è bello!

Ciò che appare paradossale di ogni cosa che viene semplicemente definita bella è il fatto che appaia.

Allora siamo solo apparenza. Che bella vita ci attende!

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