Unicef: intrappolati nel Myanmar

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Dall'inizio, ad agosto, dell'ondata di violenze nello Stato di Rakhine (nell'estremo ovest del Myanmar), sono 655.000 i profughi Rohingya che hanno attraversato il confine rifugiandosi in Bangladesh, mentre nella zona centrale del Rakhine altri 120.000 Rohingya sono rimasti bloccati dal 2012 in squallidi campi per sfollati, e ulteriori 200.000 vivono in villaggi in cui la loro libertà di movimento e l’accesso ai servizi di base sono sempre più limitati.
 
L’UNICEF e i suoi partner non possiedono ancora un quadro generale sulla situazione dei bambini che rimangono nella parte settentrionale dello stato di Rakhine, in quanto l’accesso è limitato, ma ciò che sappiamo è fortemente preoccupante.
 
Prima del 25 agosto, nel Rakhine, l’UNICEF stava curando 4.800 bambini che soffrivano di malnutrizione acuta grave: questi bambini attualmente non stanno più ricevendo queste terapie, da cui dipende la loro sopravvivenza.
 
Tutti i 12 ambulatori per la terapia nutrizionale gestiti dai nostri partner sono stati chiusi perché saccheggiati, distrutti o perché lo staff non può più accedervi.
 
Nessuno dei 5 centri sanitari di base che l’UNICEF stava sostenendo è al momento operativo e in nessun luogo viene operata una distribuzione sufficiente di acqua potabile o di cibo.
 
Le nostre organizzazioni partner hanno identificato circa 20 bambini separati dalle loro famiglie nel corso delle violenze, ma si stima che il numero totale sia almeno di 100, molti dei quali in zone nel nord dello Stato di Rakhine alle quali non è ancora possibile accedere.
 
La città di Maungdaw, nel Rakhine settentrionale, mostra ancora le cicatrici delle recenti violenze: vaste aree sono state rase al suolo da bulldozer, gran parte dei negozi sono chiusi, poche persone sono in giro per strada, pochissime donne e ancor meno bambini.
 
Le nostre stime più ottimiste indicano che sono circa 60.000 i rohingya ancora a Maungdaw, rispetto a una popolazione che, prima del 25 agosto, era di circa 440.000 abitanti. I bambini rohingya che rimangono in aree rurali sono quasi completamente isolati.
 
Mentre gli occhi di tutto il mondo si concentrano sulla situazione nel Rakhine settentrionale e a Cox’s Bazar, oltre 60.000 bambini rohingya, quasi dimenticati dal mondo, rimangono intrappolati in 23 campi per sfollati nella parte centrale del Rakhine, nei quali erano arrivati a causa delle violenze esplose nel 2012.
 
Le restrizioni preesistenti al movimento delle persone dentro e fuori dai campi sono state rafforzate per la prima volta dopo lo scoppio delle violenze nell'ottobre 2016 e di nuovo in seguito a quelle di agosto 2017, rendendo ancora più difficile per gli operatori umanitari portare aiuti ai bambini e peggiorando ulteriormente le già durissime condizioni di vita in quelle strutture.
 
"Alcuni campi sono in condizioni disastrose: i campi Nget Chanug 1 e 2 nella città di Pauktaw sono raggiungibili soltanto con viaggi di 4-5 ore a bordo delle barche locali utilizzate per distribuire gli aiuti. I campi si trovano al di sotto del livello del mare, e sono praticamente privi di vegetazione" dichiara Marixie Mercado, Portavoce UNICEF a Ginevra.
 
"Alcune parti sono letteralmente delle fogne a cielo aperto. La gente vive in rifugi traballanti su palafitte issate sopra spazzatura ed escrementi. I bambini camminano scalzi in mezzo al letame. In uno dei campi, gli abitanti prelevano l'acqua con cui dissetarsi da uno stagno, separato dalla fognatura solamente da un basso muro di fango.
 
Il responsabile di un campo, nei soli primi 18 giorni di dicembre, ha registrato quattro decessi di bambini fra 3 e 10 anni. La sua unica richiesta è stata di far tracciare dei sentieri, in modo che le persone non debbano camminare in mezzo ai loro stessi rifiuti". 
 
L’UNICEF rimane disponibile a collaborare con il Governo del Myanmar e con quello del Rakhine per raggiungere tutti i bambini, a prescindere dalla loro etnia, religione, status legale o situazione, e per portare loro l’assistenza e la protezione di cui hanno bisogno.
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