Il passato che torna a parlare
Il Canone di Policleto è un celebre trattato teorico andato perduto, un sistema di proporzioni matematiche creato nel V secolo a.C. dallo scultore greco Policleto. Quest’ultimo, avrebbe scritto un trattato dedicato alle proporzioni perfette del corpo umano tramite rapporti numerici fissi. Anche se il trattato scritto è andato perduto, le sue idee ci sono note grazie alle copie romane delle sue statue e alle testimonianze antiche.
E qui entra in gioco Pompei che, come al solito, continua a sorprenderci, continua a parlarci di un passato che è sempre più attuale. E’ così che al Parco Archeologico di Pompei il Canone di Policleto è al centro di una nuova ricostruzione scientifica in bronzo realizzata a partire dalle matrici storiche della ex Fonderia Chiurazzi, un’eccellenza della tradizione artistica e artigiana italiana.
«Siamo di fronte alla ricostruzione scientifica di una delle più celebri opere d’arte di tutti i tempi, il cui significato supera la dimensione estetica e racchiude un valore filologico, artistico e culturale. L’arte di Policleto è fondata sulla lingua universale dell’armonia. È questo l’insegnamento che ci hanno consegnato i nostri antenati, la scuola pitagorica e Policleto, il cui Canone viene oggi restituito al pubblico», ha dichiarato il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, che ha aggiunto: «Sostenendo progetti come questo il Ministero della Cultura continuerà a svolgere il proprio dovere. La cultura è diplomazia, ricerca, formazione, identità plurale, dialogo e forza creatrice di armonie, esattamente come il Canone di Policleto».

Il progetto del Parco Archeologico di Pompei
Non si tratta soltanto di “rifare” una statua antica. Ecco perché Pompei si dimostra ancora una volta più attuale che mai. Il progetto riapre una domanda affascinante: “quanto sappiamo davvero dei capolavori greci che studiamo sui libri, se gli originali sono andati perduti e li conosciamo attraverso copie romane?”
Una domanda perfetta per un pubblico di appassionati: c’è il fascino di Pompei, c’è la scultura greca, c’è il lavoro degli archeologi e c’è la manualità di artigiani capaci di trasformare calchi, gesso, cera e metallo in un corpo nuovamente leggibile. E soprattutto c’è un’idea di bellezza che, dopo più di duemila anni, continua a interrogare il nostro modo di guardare il corpo umano, il suo equilibrio e le sue proporzioni.

Il Parco Archeologico di Pompei fa letteralmente rinascere una pratica antica, un’usanza che attraverso il mondo romano ha contribuito alla diffusione dei grandi capolavori dell’arte greca. I romani, infatti, realizzavano copie di statue attraverso matrici che restituivano le forme originali. Ed è proprio da questa usanza che prende avvio il progetto di valorizzazione delle storiche matrici della ex Fonderia Chiurazzi. Ma il Parco Archeologico di Pompei si supera e acquista le matrici per preservarle, sottrarle al rischio di dispersione all’estero e restituirle al pubblico.
Pompei, le copie romane e la “critica delle copie”
Del Canone di Policleto (dell’originale bronzeo greco realizzato intorno al 440 a.C in Grecia) non resta traccia, come accadde a moltissime grandi sculture del periodo classico. Ciò che conosciamo dei capolavori greci, realizzati da maestri come Fidia e Policleto, deriva soprattutto dalle copie romane, spesso in marmo, diffuse nelle ville, nelle palestre e negli spazi pubblici dell’Italia antica. Molte delle copie romane provengono dall’Italia, con una concentrazione nel Lazio e in Campania, tra Baia e l’area vesuviana.
Pompei ha avuto un ruolo centrale in questa storia: la copia rinvenuta nella Palestra Sannitica divenne nell’Ottocento uno dei punti di riferimento per riconoscere l’immagine policletea e per sviluppare la cosiddetta “critica delle copie”. Il metodo, che confronta più repliche per risalire, per quanto possibile, all’aspetto dell’originale, nacque dall’intuizione dello studioso Karl Friedrichs, che nel 1863 identificò proprio nella Palestra Sannitica di Pompei una copia romana che secondo lui rappresentava l’opera più iconica di Policleto.
L’inizio delle ricostruzioni: dalla Germania al Parco Archeologico di Pompei
Partendo dal metodo della “critica delle copie” all’inizio del Novecento in Germania si iniziò a lavorare sulla prima ricostruzione filologica in bronzo dell’originale greco. Il metodo consisteva nell’assemblare elementi di diverse copie antiche, utilizzando il metodo in voga dagli antichi scultori greci e cioè la fusione a cera persa.
Da allora, le tecniche si sono affinate e la cooperazione internazionale ha permesso passi da gigante che oggi si sono concretizzati nel progetto di ricostruzione del Canone presentato dal Parco Archeologico di Pompei. Il progetto, con il contributo di studiosi in Italia, Grecia e Germania, mostra come Pompei, ancora una volta non sia solo uno scenario, ma un archivio vivo di forme, contesti e relazioni, capace di contribuire alla comprensione dell’intera eredità del mondo classico.
Le novità introdotte nel progetto del Parco Archeologico di Pompei rispetto all’attività pioneristica della Germania dei primi del Novecento sono due e aprono nuovi interrogativi.

Il Canone di Policleto a Pompei e l’ex Fonderia Chiurazzi
Il primo aspetto riguarda la policromia. Le statue antiche, infatti, non erano affatto bianche come siamo abituati a vederle nei musei, ma colorate. Tutto era colorato, dai capelli, alle labbra fino al colore della pelle. Possiamo averne un’idea se riportiamo la nostra mente ai Bronzi di Riace: il vermiglio delle labbra e il bianco della sclera degli occhi, ci ricordano che tutto il corpo era colorato, proprio come in natura.

Il secondo aspetto riguarda ciò che impugnava la figura. Le ricerche hanno evidenziato che probabilmente la figura reggeva un giavellotto e non una lancia. L’attuale ricostruzione dell’opera porta verso nuove ipotesi: il Canone di Policleto non coincide con il Doriforo ( il “portatore di lancia”) secondo la tradizionale identificazione. Probabilmente si tratta di due opere distinte, e non di una sola, come è stato a lungo sostenuto e come si legge in molti libri di scuola.
Ed è a questo punto che entra in gioco l’ex Fonderia. Per la nuova ricostruzione del canone, infatti, sono utilizzati calchi diversi. La statua di marmo trovata nella Palestra Sannitica è stata usata come modello per il corpo mentre per la testa ci si è rifatti a un busto bronzeo dalla villa dei Papiri a Ercolano. Il giavellotto tenuto in mano dalla statua è stato realizzato in legno, cuoio e metallo. Il manufatto è opera dell’ex Fonderia Chiurazzi, storica fonderia napoletana, attiva a Napoli tra la fine del XIX e il XX secolo, famosa in tutto il mondo per la creazione di riproduzioni in bronzo di altissima qualità.
Con questa attività si è sostenuto una tradizione artigianale unica, con la possibilità di creare nuove opportunità di sviluppo e occupazione. Poiché a Napoli esistono ancora fonderie che utilizzano la stessa tecnica che si usava ai tempi di Policleto nel V secolo a.C., (la fusione a cera persa), rivolgersi a queste realtà significa mantenere vivo un sapere antico che unisce arte, archeologia e manifattura. Le antiche maestranze diventano così un ponte tra archeologia e sviluppo culturale. Non si tratta di semplici esecutori, ma di custodi di un sapere che unisce bottega e laboratorio, tradizione e ricerca.
«Ho chiesto se una ripresa della produzione, in misura limitata e controllata ovviamente, potesse danneggiare le matrici in gesso, considerando che rappresentano un bene culturale tutelato – racconta il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel – ma è al contrario: si danneggiano non utilizzandole, poiché il gesso si polverizza. Questa la trovo una bellissima metafora del nostro patrimonio classico, che si distrugge se non lo utilizziamo, nelle scuole, nei musei e nella nostra vita culturale. C’è chi considera il mondo classico un bagaglio morto che può tranquillamente essere abbandonato. Noi invece siamo convinti che il classico è vivo e può generare crescita, non solo culturale, ma anche economica e sociale».
La riproduzione della statua antica è stata così non solo un’occasione di archeologia sperimentale che permette di capire meglio i processi artistici e produttivi alla base dell’arte classica, ma anche un’operazione di valorizzazione del territorio e delle attività artigianali ad essa connesse.
Il Canone di Policleto a Pompei è quindi una nuova occasione per far parlare il Parco Archeologico e lasciare che ci stupisca ancora, ma è anche un veicolo per comprendere come i capolavori che ammiriamo siano casi di studio su come nasce la conoscenza storica.
























